Lettera aperta ai compagni di koinè

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Care compagne, cari compagni,
la prima domanda che mi viene è dove siamo finiti? La seconda: com’è che siamo arrivati a questo?
Mi pare evidente che il processo in corso – un governo che, secondo le categorie tradizionali, si colloca all’estrema destra, sostenuto da un’ampia maggioranza non più silenziosa, anzi piuttosto scompostamente loquace – sia un’onda che al momento appare inarrestabile.
Come ogni onda passerà, ma nel passare non sappiamo che cosa travolgerà, né quali macerie o detriti lascerà sul terreno.
L’impressione generale è che vi fosse una diga, già da lungo tempo crepata, e che ora il livore trattenuto nell’inconscio, e dalle ultime vestigia dell’antico pudore sociale, stia dilagando senza più freno alcuno.
Come sempre succede nelle vicende storiche si tratta anche in questo caso di contingenza: l’accumulo, cioè, di una serie spesso diversa e talvolta contraddittoria di evenienze e spinte sociali che ad un certo punto convergono verso una direzione unitaria.
Il primo governo Salvini de facto – perché di questo si tratta, e non sarà certo l’ultimo – ha fatto da catalizzatore e dato la stura a questo coacervo di tensioni, di malesseri, di disagi che covavano da anni, che già si erano mostrati unificati nell’esito del Referendum del 4 dicembre 2016, e che ora hanno trovato una sintesi. Provvisoria? Fragile? Di cartapesta? Non saprei. L’impressione, però, è che non sia così transeunte e passeggera. La mia impressione è anzi che stia emergendo una vera e propria ideologia comunitaria, sorretta da un crescente senso identitario – la nazione, l’italianità, la sovranità, il popolo – tutte categorie che richiamano un ordine politico di stampo organicistico, che definirei un vero e proprio parabiologismo.
Cioè: un riflesso biologico innato, prepolitico, che riaffiora quando si percepiscono pericoli e minacce gravi alla coesione sociale e, soprattutto, al livello del benessere individuale e dei gruppi o blocchi sociali di riferimento, che però vive la contraddizione (ecco perché lo definirei un parabiologismo) di nascere sulle ceneri della socialità tradizionale: una socialità che ha visto realizzarsi nello stato sociale l’invenzione finora più alta di sistema comunitario (per quanto attiene alle realtà di massa), minata ora alla radice da spinte individualistiche e narcisistiche letali, e sulle quali ha ovviamente lucrato in questi decenni il sistema neoliberista. Pare cioè che le comunità non reggano più queste tensioni profonde tra libertà globale e sovranità locale, e che cerchino di resserrer les limites – come predicava Rousseau, un assertore convinto delle “piccole patrie”.
Il vero e proprio ircocervo non è quindi il governo in carica, ma questo tentativo di mettere insieme comunitarismo e atomismo individuale.
I cosiddetti “populisti” stanno insomma cercando un collante, un nuovo linguaggio comune – una koinè – da attribuire a una società pressoché sfatta e liquefatta. E nel farlo corrono senz’altro il rischio di stressare ulteriormente la già fragile costruzione democratico-costituzionale italiana: quando Salvini o Di Maio si richiamano al popolo – così come Berlusconi faceva con la gente – mettono in discussione il politeismo democratico e la neutralità istituzionale, e di fatto eticizzano e rendono organici e coincidenti stato e popolo – ciò che costituisce la negazione stessa del principio democratico.
Non è tuttavia chiaro se l’operazione riuscirà: di certo, in questa fase, la chiamata identitaria a differenziarsi dai corpi estranei (migranti, profughi, rom, nomadi, barboni, feccia sociale, drogati, delinquenti, carcerati, ecc.), sta producendo nell’immaginario collettivo i suoi devastanti effetti: un noi che non nasce da un articolarsi della diversità, ma da una contrapposizione secca ad ogni forma di alterità – ciò su cui noi della sinistra radicale e antagonista avevamo negli ultimi decenni scommesso, specie dall’epoca di Seattle, Porto Alegre e Genova.
Si pensava cioè che la mescolanza fosse una nuova forma di socialità e che recasse con sé un nuovo livello del conflitto sociale: del resto era successo in Italia nei ‘60 e ‘70 con i migranti interni, perché non avrebbe dovuto funzionare con i nuovi immigrati?
Così non è stato, anche perché i legami sociali – le koinè resistenti – si sono ulteriormente indeboliti sotto i colpi del neoliberismo, specie dopo l’11 settembre e con una ulteriore accelerazione nell’ultimo decennio di crisi economica. Una crisi che appare sempre di più strutturale, di sistema: come ci dice la guerra commerciale a tutto campo in corso, di fronte a cui i fenomeni migratori, per quanto drammatici, sono solo epifenomeni. Ci sarebbe poi da aprire il capitolo del lavoro e della forza-lavoro, delle nuove forme di produzione, dell’automazione, dell’orario di lavoro, ecc. – cioè le vere questioni materiali da affrontare, ma che le fumisterie (e le isterie) ideologiche tendono a occultare o ad evocare solo in termini identitari o di generica retorica finalizzata alla crescita del consenso.
Ma abbandonando per ora il livello delle grandi analisi, che richiederebbero ben più spazio e profondità, veniamo a noi, care compagne e cari compagni.
Nel titolo della lettera, e in qualche sua parte, citavo il termine greco koinè – che richiama la lingua comune (quella di epoca ellenistica), ma che allude anche ad una mentalità o ad uno spazio culturale comune. Nella mia biografia politica fu un termine che incontrai nella seconda metà degli anni ‘80, quando con un gruppo – in verità sparuto – di compagne e compagni universitari, decidemmo di intraprendere un percorso politico alternativo, che intendeva abbandonare certi slogan e certa retorica ereditati dal passato, per dedicarci ad una prassi più consapevole, più attenta all’analisi e al livello teorico. Più colta, ma non per questo più snob.

[A tal proposito vorrei contribuire a demistificare quella figura e quei modi di dire ricorrenti, che fanno sempre più apparire radical chic – direi piuttosto ad arte – ogni forma di critica che tenga insieme il livello socioeconomico, quello dei diritti civili e quello intellettuale: io sono figlio del popolo, vengo dal popolo, ho un reddito che mi permette di sopravvivere, non ho proprietà, eppure rivendico ad un tempo il mio desiderio, ed anzi bisogno, di essere colto, raffinato, di elevarmi, senza per questo voler entrare a far parte di una qualche élite o di una sfera sociale privilegiata]

A fronte dell’onda maggioritaria, del fiume conformistico, dell’ideologia omologante comparsa sulla scena, e foriera di avventure nazionali parecchio pericolose, cosa possono fare delle piccole comunità – koinè – resistenti?
A che cosa aggrapparsi?
Anche le tradizioni di pensiero più solide – su tutte il marxismo – appaiono di difficile utilizzo nell’immediato. O meglio: sono utili ad illuminare i processi, ma non ad immaginare alternative a quei processi.
Eppure non vedo altro che questo, all’orizzonte: l’unico modo per vincere la solitudine esistenziale e l’isolamento individuale, e per non essere risucchiati dalla massa che si fa potere, è cercare rifugio in questi rari giardini comunitari – possibilmente sganciati dai social, e che semmai usino i social (senza farsene usare) al fine di produrre e fare comunità.
Vita sociale, produzione di pensiero critico, arte, musica, momenti di condivisione, in oasi che siano davvero aperte alla mescolanza e alle contaminazioni culturali, che facciano meticciato – non integrazione, né assimilazione.
So bene che queste oasi, questi giardini di Epicuro, ci sono già, anche se in numero insufficiente.  La rete può diventare lo strumento che tiene in comunicazione queste realtà, che però devono esistere realmente, nel corpo sociale e nelle relazioni tra corpi, non solo virtualmente o digitalmente. Luoghi fisici dove persone in carne e ossa possano incontrarsi, e abbiano desiderio e gioia di farlo: case, cortili, biblioteche, parchi, centri culturali, ricreativi, sportivi, bar, qualunque luogo va bene per fare koinè.
E la politica, si dirà?
In questa fase non c’è discorso politico che non sia avvelenato o alienato: il monopolio della scena e del discorso politici è dell’onda impolitica – ed è qui il paradosso: la politica nata per mettere insieme i diversi e per allontanare la guerra, serve ora ad allontanare i diversi e ad avvicinare la guerra. A tal proposito non va sottovalutato il portato bellicista e militarista dell’odierno linguaggio politico: ecco perché occorre disintossicarsene e trovare (o ritrovare) una koinè che sia radicalmente alternativa – del tutto libera da ogni parola o atto di guerra, profondamente antimilitarista nella visione del mondo.
(Una parte della mia formazione politica si rifa proprio al pensiero e alla prassi antimilitarista che con care e cari compagni e all’interno di movimenti già a suo tempo carsici, abbiamo praticato dagli anni ‘80 in poi, ma che sono purtroppo scomparsi dalla scena politica, e comunque rimasti marginali o confinati alla inconcludente retorica pacifista).
Tale koinè non può quindi non rifarsi ad un ritorno al dialogo pacifico con la natura (che non è un “ritorno alla natura”, anche perché mai ce ne distacchiamo), col mondo animale e vegetale, con le risorse e gli ambienti comuni – insomma, tutte le cose che ci siamo detti in questi anni, care compagne e cari compagni, e che non siamo riusciti ad imporre come discorso egemone (se non in maniera illusoria).
La precondizione affinché queste comunità possano rinascere e prosperare – dobbiamo dircelo chiaramente, senza paura – è però partire da una radicale opera di autoanalisi ed autochiarificazione a proposito dell’interiorizzazione del clima sociale – quel che Gaber definiva “il Berlusconi che c’è in me” e che oggi potremmo definire il Grillo o il Salvini che c’è in me. Sono fermamente convinto che da questi decenni di devastazione antropologico-culturale non siamo usciti immuni  – anche perché non ci spiegheremmo altrimenti l’eclissi del “popolo della sinistra”.
A maggior ragione i “giardini di Epicuro” sono adatti allo scopo: sarà il discorso franco e orizzontale dell’amicizia tra gli esseri e tra i diversi – le forme di vita tutte – a salvarci. Non ci salveranno dal capitale, né dalla solita razza padrona (sia essa di natura economica, politica o demagogica) – ma nemmeno una rivoluzione politica, che pure non è all’orizzonte, ci salverà.
Saranno, semmai, comunità di quotidiana cultura e resistenza. Scogli di koiné contro la marea montante.
Come scrive Bifo:
“Non mi pare che esista nel prossimo futuro una possibilità di resistere a questa onda, meno che mai di sovvertirla. Un lungo periodo di violenza, guerra e demenza ci aspetta.
La sola cosa che possiamo fare – oltre a non perdere mai il buon umore e l’ironia – è forgiare concetti per la comprensione del mondo che sta emergendo, per quanto orribile esso sia. Altro non potremo fare nel breve tempo di vita che rimane alla mia generazione, se non consegnare al futuro la possibilità di vita felice che rischia di essere seppellita dalla tempesta di merda”.
Facciamo sì che dopo il passaggio dell’onda restino sul terreno delle tracce: conchiglie, segni, antiche parole da cui qualcuno, una nuova generazione, magari post-umana, saprà ripartire.
Altro, al momento, non so dire né pensare né prospettare, se non che una parte di me è curiosa e protesa al di là di questa zona oscura e melmosa – mentre l’altra parte si sente come una specie in via di estinzione.
Salutarvi con un pugno alzato apparirebbe un po’ ridicolo. Meglio forse un timido abbraccio. Meglio ancora sapere che là fuori c’è ancora qualcuno che sente quel che sento io. E che pensa – possibilmente quel che non penso io.

 

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6 Risposte to “Lettera aperta ai compagni di koinè”

  1. pibond Says:

    Ecco tre punti da considerare per stendere lo sfondo sul quale costruire il nostro futuro.
    ———————–
    Vilfredo Pareto dimostrò che un movimento olistico è un sogno impossibile. L’impossibilità è dovuta a tre ragioni.
    1. Il prezzo delle merci si stabilisce secondo il principio dell’ofelimità e non secondo quello dell’utilità (lo dimostrò Vilfredo Pareto).
    2. la teoria del plus valore di Marx è una falsa teoria (lo dimostrò Piero Sraffa sulla base delle discussioni con l’amico di Antonio Gramsci, in ordine prassi).
    3. La concezione della Nazione come totalità ontologica fu la guida per la generazione degli Stati Nazionali nel corso di questi ultimi tre secoli. Il processo iniziò col Trattati di Westfalia e proseguì sino alla fine del secondo millennio dopo il quale prende corpo la globalizzazione. Ora, supposto che ogni singola Nazione sia in effetti un insieme irriducibile di individui, occorrerebbe sciogliere i legami che mantengono in equilibrio il sistema per costituirne un altro che comprenda tutti gli Stati eliminando le Nazioni.
    Ora per quanto scritto ai punti 1. e 2. la globalizzazione non può sussistere in nessun altro modo come insieme di Comunità locali inglobate nella Nazione organizzate per la gestione dei beni comuni imputabili a ciascun individuo considerato come Persona.

  2. md Says:

    @pibond
    A parte l’assertivitá matematica delle tue considerazioni, mi limito a criticare e mettere in discussione proprio le tre categorie che chiudono il tuo ragionamento: nazione, comunità, persona – quasi fossero entità organiche naturalisticamente determinate, e non invece, come io penso che siano, entità storiche contingenti, e dunque modificabili.

  3. pibond Says:

    @md
    Infatti, l’entità storica è la Persona e la Comunità intesa come Stato e non la Nazione intesa come insieme di individui alla mercé della fenomenologia naturale che interferisce con gli atti umani. Questa distinzione è poco percepita, perché molte Nazioni, come quella italiana, risentono dall’essere un aggregato di Regioni, ognuna con propri connotati religiosi, etnici, culturali e storici, e Comunità disperse in tutto il Mondo, cresciute per effetto dei fenomeni migratori interni ed esterni che interessarono l’intero arco del secolo scorso.

  4. sergio Says:

    La sinistra ha lasciato il popolo nell’ignoranza e l’ignoranza, ora al potere, si fa quattro risate dei sacri valori della sinistra.

  5. md Says:

    Già…

  6. sergio Says:

    Caro Mario,
    credo davvero che sia stato un errore imperdonabile per la Sinistra (catastrofico per le masse) non consentire a tutti di accedere alla vera cultura. Nel 1945 si doveva aprire l’accesso al liceo classico, la scuola considerata dei “signori”, a tutti i cittadini indiscriminatamente, rendendolo gratuito per i meno abbienti e motivando adeguatamente i professori più meritevoli. E così pure per l’Università. Di conseguenza oggi non ci troveremmo i populisti al governo e il popolo sarebbe padrone del proprio destino, solidale ed empatico con i deboli.
    E questo è tutto

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