Sulla sostituzione etnica

Si va sempre più diffondendo una narrazione falsa, artatamente costruita (così come questa fake-cover della rivista National geographic) a proposito di una fantomatica quanto pianificata sostituzione etnica (degli italiani, degli europei, dei bianchi, dei cristiani, ecc.). In realtà, più che di un presunto piano della plutocrazia (o dei “poteri forti” o della solita cricca ebraica) per la sostituzione etnica, occorre parlare di un processo in corso per la sostituzione sociale (se si vuole, della dignità sociale, visto il ritorno di moda di questo termine, senza però specificare cosa sia degno, quale lavoro, quali consumi e, soprattutto, quale vita).
Fin dagli anni ’80, ovvero dal chiudersi del ciclo di lotte operaie seguite al boom economico, si è aperta una fase di sostituzione dei processi produttivi e di integrale asservimento della forza lavoro (e del tempo sociale) alle logiche del profitto. Vi è stato, cioè, il compiersi di quella sostituzione antropologica profetizzata da Pasolini – da popolano a consumatore, da lavoratore-soggetto a sottomesso-assoggettato, flessibile e precarizzato, da uomo (e donna) nuovi, sociali, politicizzati a cliente privato di servizi privati, da attore a spettatore dei processi, e così via.
Anche lo stato sociale (largo e universale nei ’70) è stato sostituito da un welfare sempre più dimagrito e minimo e via via privatizzato: l’accesso alla sanità, alla scuola, all’università, alla mobilità, alla cultura viene facilitato per chi ha più reddito – qui le tutele sono decrescenti.
Spostare dunque l’attenzione sulla cosiddetta sostituzione etnica è non solo fuorviante, ma anche funzionale al compimento di quel processo: l’odio sociale viene veicolato contro i meschini, i poveracci, gli sfigati sociali, la feccia, la parte più ricattabile di umanità, gli schiavi senza diritti (funzionali al capitale). Che di volta in volta hanno il volto dell’albanese, del maghrebino, del rumeno – ora dell’africano (equivalente generale-generico di una imponente massa demografica invasiva – il proletariato esterno di cui parlava uno storico della crisi dell’impero romano – che preme alle frontiere e che terrorizza le metropoli civilizzate).
Anche qui vi sono diversi livelli di sfruttamento:
-manodopera che prende il posto dei vecchi operai autoctoni, agricoltura, pastorizia, pesca, edilizia, i cosiddetti “lavori che gli italiani non vogliono più fare”;
-riequilibrio demografico, sia in entrata (natalità) che in uscita (pensionamenti), col paradosso di un sistema previdenziale che, si dice, starebbe in piedi solo importando un po’ di servi contributivi dall’esterno. (E qui tanto gli argomenti degli ideologhi sinistri alla Boeri quanto dei sovranisti della pulizia etnica sfiorano il ridicolo, sia in termini di analisi che di prospettiva);
-massa clandestina (o semiclandestina) di riserva polifunzionale: servaggio economico, uso politico-elettorale, logiche securitarie, spaccio, mafia, ecc. Lo straniero clandestino è una merce economico-politica imprescindibile per l’attuale sistema.

Il problema non è tanto quello della sostituzione etnica, ma dei processi socioeconomici in corso, che prevedono la sostituzione dell’antica lotta di classe con nuove forme di guerra sociale (tra poveri relativi o assoluti) aizzata ad arte. Più che di una sostituzione etnica occorre quindi parlare di una sostituzione categoriale.
Con questo non si vogliono nascondere i problemi sottesi ai flussi migratori e alla loro gestione politica: ma la fortezza-Europa apre o chiude le frontiere non certo perché è buona, cristiana o illuminista, ma per ragioni economiche e di consenso elettorale. Da questo punto di vista ogni migrante è un oggetto, una merce, uno strumento – non certo un kantiano fine in sé.
Senonché le scommesse politiche delle sinistre tradizionali – quella riformista integrazionista e quella antagonista e conflittuale – si sono al momento arenate, di fronte alla crescita impetuosa di un movimento sovranista reazionario che pare avere l’egemonia, e dettare la linea.
Occorrerebbe poi chiarire alcune cose circa il concetto di sovranità nell’epoca del capitalismo globale (che in verità lo è sempre stato), sia da questa parte della frontiera che dall’altra, specie in quei territori nei quali la sovranità statuale, oltre che posticcia, è legata a doppio filo alle logiche servili e neocoloniali. Occorrerebbe spingere lo sguardo un po’ più in là, e vedere quel che succede in Africa – il continente da cui tutti gli umani provengono. Occorrerebbe un soprassalto di apertura delle prospettive – dei cuori e delle menti.
Ma sono le chiusure a prosperare in questa fase. E il tribalismo. Che non è certo prerogativa dell’Africa “primitiva e arretrata”. Anzi!

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2 Risposte to “Sulla sostituzione etnica”

  1. pensieridimassimiliano Says:

    Mi sa che più di sostituzione etnica vi sarà una sostituzione del ceto intellettuale. Ormai con queste idee siete superati dagli eventi rispetto ai quali non siete in grado di disvela né la dinamica non avete gli strumenti vivete in un mondo in cui non c’è conflitto ma nella realtà c’è il conflitto e come diceva il buon Eraclito polemos è il motore della storia con il vostro buonismo del tutto irrazionale ciò non lo capite. Sarete sostituiti da chi lo saprà fare. Già sta avvenendo state perdendo il controllo della sovrastruttura non siete utili alla società al popolo che non è certo quello formato da immigrati almeno non ancora

  2. md Says:

    “Siete”, “sarete”, “voi” chi?

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