La piazza dell’intimità

[ricevo e volentieri pubblico questo testo di Giovanni Capurso, docente di Filosofia e storia nei licei baresi e scrittore, quale contributo a quel filone di riflessione che da tempo questo blog affronta, ovvero la trasformazione socioantropologica, il narcisimo e la “pornografia emotiva” indotti dai social media]

Gli stoici dicevano che ci si deve applicare a se stessi, “ritirare in se stessi e lì dimorare”. In tal senso lo scrivere assume un ruolo quasi terapeutico: annotare riflessioni su se stessi da tenere per sé e rileggere in seguito, scrivere trattati e lettere agli amici per aiutarli, tenere taccuini allo scopo di riattivare nel tempo la verità di cui si aveva bisogno erano tutti strumenti fondamentali per tenere viva la propria interiorità. Tra questi gli stoici Seneca e Marco Aurelio ne sono una dimostrazione lampante.
Lo scrivere a mano, cancellare e rivedere è lento, e quella lentezza inevitabilmente favorisce il fluire dei pensieri, li accompagna, li plasma meglio. Più che farci evadere, esso ci rende più profondi. Nel tempo ci ha permesso di avere un’immagine più chiara di noi: che siamo esseri stratificati, che la nostra prerogativa è il mutamento pur mantenendo sempre qualcosa di immutato. E la solitudine ne era un ingrediente indispensabile.
È interessante far presente come questo rapporto si sia del tutto ribaltato. I taccuini e i diari di oggi sono i social dove ognuno ha il dovere di esternare sentimenti, sensazioni, problemi estemporanei. La sfera domestica, da sempre luogo d’intimità, diventa ora un mezzo per mettere in piazza problemi privati o esternare i propri sentimenti. Non si scende più nei luoghi pubblici, o non solo, per discutere di problematiche di interesse comune, ma per parlare di se stessi, per parlare delle proprie esperienze affettive, talvolta dei propri drammi familiari, per far conoscere ad altri gli amori spezzati. Molti vivono la loro vita per poi raccontarla sui social. “Paradossalmente, dice Frank Furedi, il profondo interesse della cultura terapeutica per la vita interiore ha prodotto il suo esatto opposto: la costante erosione della vita privata”[1]. La condivisione di problemi e pensieri privati è stata elevata a virtù civica, uno dei pochi mezzi per offrire alla collettività un senso di coesione [2]. Siamo diventati tutti “es-posti”, cioè “posti fuori da noi”, cosicché la nostra identità corrisponde a ciò che vien detto di noi.
Al fine di ottenere maggior consenso, non di rado perfino leaders e uomini politici, soubrettes e sportivi affermati mettono a nudo la loro vita privata. Il Narciso contemporaneo, trovandosi di fronte alla propria immagine riflessa nell’acqua, non cerca più di afferrarla annegando nell’acqua (o non solo), ma cerca volti diversi dal proprio con i quali scambiare emozioni, sguardi, parole.
Una condizione radicalizzata nei millennials, i quali hanno la sensazione di esistere solo esibendo il loro io sulle vetrine dei social. Ciò si traduce in un continuo affannarsi non per se stessi, ma per ciò che gli altri vedano di noi, ossia un’immagina edulcorata, illusoria, fasulla. Molti studiosi tendono a parlare come Zygmunt Bauman di “società confessionale”, una società cioè nella quale i rapporti si sono invertiti: tutti hanno il diritto di mettere a nudo i loro desideri, i loro sogni, le aspettative o ancora i problemi familiari. I mezzi di comunicazione di massa ci governano, alterano i nostri comportamenti, entrano in maniera invasiva nella nostra quotidianità modificando equilibri secolari attraverso il mercato innaturale delle emozioni, ma non possiamo fingere di non accorgerci di quanto la nostra affettività si sia così profondamente desertificata. “Gli adolescenti muniti di confessionali elettronici portatili non sono che apprendisti che si addestrano e vengono addestrati all’arte di vivere in una società confessionale: una società che si distingue per aver cancellato la linea che separava il privato dal pubblico e trasformato in virtù e in obbligo l’esibizione pubblica del privato, spazzando via dalla comunicazione pubblica tutto ciò che non si possa ridurre a confidenza privata e chiunque rifiuti di confidarsi”[3]. Il bisogno di condividere esperienze e di superare l’angoscia esistenziale grazie all’ausilio degli strumenti digitali, è più forte delle risposte di senso offerte dai valori comunitari, dalle ideologie e dalle religioni. Nessuno può dirsi solo, eppure tutti, sentiamo o temiamo di esserlo.
Così all’interno della cultura narcisistica i nuovi modelli sono sempre meno quelli familiari o degli insegnanti, ma quelli evanescenti prodotti dallo spettacolo.
Non c’è dubbio che tale cultura incoraggi le persone ad assomigliare, se non ad emulare i modelli e gli stili di comportamenti proposti come ideali di vita. Cosa che comprese benissimo Walter Benjamin agli albori del cinema. Diceva nella celebre opera L’opera d’arte nella riproducibilità della tecnica: “Il cinema risponde al declino dell’aura costruendo artificiosamente la personalità fuori dagli studi: il culto del divo, promosso dal capitale cinematografico, cerca di conservare quella magia della personalità che da tempo è ridotta alla magia fasulla propria del suo carattere di merce”[4].
Se il prossimo è per eccellenza colui che entra in relazione, che si fa compagno di cammino, la società dello spettacolo ha prodotto il suo alter-ego: il mito delle celebrities, della persone capaci di accumulare notorietà. La personalità famosa è la negazione stessa della relazione, ma proprio in quanto oggetto di culto e venerazione si impone come modello da imitare: “un modello dev’essere ammirato, non entra in relazione”, come dice Zoja. Infatti, “per il pubblico è difficile dire perché una celebrity è tale. Un giorno è apparsa sul media, ha bucato lo schermo. Spesso dietro quest’immagine sta effettivamente una personalità non comune. Ma degli ideali di un tempo – Gandhi o Winston Churchill, Isadora Duncan o Picasso – si sapeva dire perché erano noti. Oggi, invece, la fama sembra conseguenza dell’essere celebrity, ma anche, circolarmente, sua causa. Le celebrities sono prima di tutto espressioni esagerate di se stesse, soprattutto della propria quasi digitale bellezza, lontana e intransitiva. Picasso aveva prodotto dipinti nuovi, Gandhi una nazione nuova. Le celebrities la propria fama: come il neo-ciclope, sono fini a se stessi”[5].
Le personalità di grande cultura o che si sono rese meritorie di importanti imprese, si trovano nella scomoda condizione di dover competere nell’indistinta retorica dello spettacolo con showgirl, cabarettisti e personaggi che vengono elevati allo status di star nei reality televisivi. Nessuno di questi dichiara di aver dovuto studiare per affermarsi. Anzi, non di rado raccontano dei loro insuccessi scolastici o si vantano delle loro azioni eccezionalmente immorali. E’ la celebrità di chi produce lo scandalo. È l’anti-eroe che deve raccontare tutti i risvolti della sua vita intima, anche i più insignificanti, le sue difficoltà e le sue debolezze. E l’esternare le proprie debolezze viene visto uno straordinario atto di coraggio. La propria immagine diventa una merce da diffondere e da far conoscere. “Si sgancia, dice Giuliano da Empoli, da ogni considerazione morale, da ogni giustificazione esterna, per trasformarsi in un valore autoreferenziale”[6].
Tale separatezza genera intorno al personaggio un velo di aura che ha come conseguenza il gusto del gossip: non solo l’apparizione sulla scena pubblica ma anche il piacere voyeuristico di conoscerne gli aspetti più intimi della quotidianità. La star deve attrarre, vuole essere ammirata e allo stesso tempo deve concedersi in tutta la sua umanità.
Così nella mente degli adolescenti si rincorrono i sogni di poter un giorno emulare tali personaggi.

Note:
1. Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana, Feltrinelli, Milano, 2005 p.53
2. cfr. Ivi, p. 94
3. M. Niada, Il tempo breve. Nell’era della frenesia: la fine della memoria e la morte dell’attenzione, Garzanti, Milano, 2010, p. 157
4. L’opera d’arte nella riproducibilità della tecnica, Torino, Einaudi, pp.34,35
5. L. Zoya, La morte del prossimo, Einaudi, Torino, 2009, p.15
6. Overdose. La società dell’informazione eccessiva, Marsilio, Padova, p.77

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2 Risposte to “La piazza dell’intimità”

  1. Meme Says:

    Lalinguabattedoveildenteduole

  2. armando Says:

    Grazie, grazie, grazie. Sto leggendo questo articolo come quando si beve ad una fontana, dopo aver camminato sotto il sole per ore e non si riesce più a credere di arrivare ad un ristoro, a un silenzio , che è questo dissetarsi con le parole. La riconoscenza della mia vita sia almeno nelle mie poche parole. Armando.

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