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Languore ontologico

martedì 4 settembre 2018

languore_595

Prima di sintetizzare il mondo in un sistema metafisico, occorre guardarci dentro. Anzi, rotolarcisi dentro. Sporcarsi le mani. Intrallazzarcisi. Esserne invischiati. Entrarci e guardarlo dall’interno. Poi uscirne ed edificarne un senso possibile. (Giammai “il” senso, questo sarebbe semmai compito di un eventuale dio).
Dentro. Fuori. Dentro. Fuori.
Ogni volta che si entra si scopre qualcosa di nuovo. Poi se ne esce e si vengono a modificare i profili delle forme generali.
E così via, fino al termine della propria vita, della storia della filosofia, della storia della specie, della storia della coscienza…
L’estraneità al mondo ci consente di guardarlo meglio.
E l’antica ed ancestrale familiarità con esso – il tutt’uno naturalistico e biologico cui da sempre apparteniamo – non ci impedisce di desiderare d’uscirne per contemplarne l’interezza.
Ma senza parti nessun intero. Senza dettagli nessuna totalità.
Sarebbero altrimenti gusci vuoti.
Tuttavia non siamo fatti per impigliarci nella parte o nel dettaglio. Ci sentiremmo perennemente incompleti.
Siamo instancabili ed infelici animali dialettici e metafisici. Bisognosi non solo di scienza ma anche di filosofia.
Siamo una specie strana, estranea, straniata, straniante.
Un puntino nell’universo (o nel multiverso) che vorrebbe ingoiarlo per comprenderlo.
È questa stranezza che chiamiamo coscienza.
E che crediamo specialissima, nell’economia dell’essere.
Ma nessuno, mai, ci saprà dire se lo è davvero.
Ci estingueremo con questo languore ontologico.

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