Quel “che” muto e indecifrabile

Raramente s’è qui parlato di Ludwig Wittgenstein, filosofo ostico, o, per meglio dire, filosofo distruttore della filosofia, a voler prendere seriamente la pagina di prefazione al suo Tractatus logico-philosophicus: «il libro tratta i problemi filosofici e mostra – credo – che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio».
Frase cui fa seguito la più enigmatica delle sentenze novecentesche:

e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere

– con la quale il saggio, poi, si chiuderà. L’analisi chiarificatrice di Wittgenstein si muove quindi all’interno del dicibile (che è zona logica), all’interno cioè del mondo inteso come totalità di fatti – e di speculari proposizioni linguistiche che li rappresentano, espungendo ciò che dicibile non è, e che però è la materia oscura che più brucia in ciò che è essenzialmente filosofico.
La conclusione della prefazione chiarisce bene questo punto, nell’indicare un po’ protervamente (ma a ragione, vista la potenza logica della mente dell’autore) intangibile e definitiva la verità dei pensieri qui comunicati – l’espressione “comunicati”, così compassata e distante, sembra sottintendere qualcosa come “io ve lo dico, poi fate un po’ quel che vi pare” (pur sapendo che quel “voi” cui il Tractatus si rivolge saranno sì e no un pugno di accademici, peraltro quasi sempre ostili o beatamente indifferenti).
Ma, in secondo luogo, «nel mostrare quanto poco sia fatto dall’essere questi problemi risolti» – come dire che non appena si fuoriesce dal cerchio logico e luminoso, l’impenetrabile umbratilità (assurdità) dell’esistenza resta intatta, e non un grammo di angoscia si è dissolto, non un dubbio è stato risolto. Tesi che viene più manifestamente dichiarata nella celeberrima proposizione 6.44: «Non come il mondo è, è il mistico, ma che esso è».
Come il mondo è fatto e come funziona ce lo possono dire, con una certa brillante approssimazione, il linguaggio scientifico, la scienza, la logica. Che però oltre questa apparenza fenomenologica non vanno. Ma penetrare la scorza del mondo – e dunque uscirne straniandosene e chiedendosi perché esso c’è anziché non esserci (il cruccio secolare di Heidegger), e quale sia il suo significato – è lì la vera sostanza della domanda filosofica. Che però per Wittgenstein è insensata: «e poi, ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che, a certi segni nelle sue proposizioni, egli non ha dato significato alcuno» (6.53). Il significato sta dentro i limiti del gioco linguistico e semantico (ma direi più strettamente sintattico), oltre cui diventa lo scarabocchio di un bambino, che poi lo mostra al sapiente e gli chiede: dimmi che cos’è?
La filosofia – nei limiti strettamente logici – si rivela così un gioco, una cassetta degli attrezzi, una scala ascendente che dopo l’uso possono essere riposti (se non gettati): giunti all’ultimo piolo si vede rettamente il mondo, ma nel contempo si resta con un pugno di mosche in mano – o con la mosca chiusa nella bottiglia, per usare un’altra celebre metafora di Ludwig.
Ammutoliti di fronte a quel che gelido, a sua volta muto e indecifrabile.

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Una Risposta to “Quel “che” muto e indecifrabile”

  1. sergio Says:

    Suggerisco un’ipotesi:
    i fatti (piove) e le cose (un sasso) percepibili fisicamente sono logicamente dicibili, narrabili da un soggetto (rappresentabili, direbbe Schopenhauer) perchè hanno riscontri empirici. Il discorso che li trascende diviene favola: è pura invenzione (una diceria, chiacchiera direbbe Heidegger) e quindi … il bel tacer non fu mai scritto!
    Oggi con il populismo al potere più che mai.

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