Antropocene – 1. Che cos’è la coscienza?

1. Possiamo introdurre il percorso di quest’anno partendo dalla celebre espressione di Kant che ho scelto come titolo generale – “il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me” – contenuta nella conclusione della Critica della ragion pratica: le due direzioni dello sguardo cui qui si allude – fuori di me (il cielo stellato) e dentro di me (la legge morale, ma, più in generale l’intera sfera mentale, sia emotiva che razionale) – riguardano proprio la duplicità costitutiva della coscienza.
La coscienza è esattamente questo duplice modo di sentire e di considerare l’esistenza, uno rivolto all’interno e uno all’esterno. Che è come dire che la duplicità di corpo e mente (o anima o coscienza) è già contenuta nella coscienza stessa, che sembra quasi sdoppiarsi e fondare questa dicotomia.
L’esame di questa duplicità – che è anche un’opposizione – costituirà il nostro percorso di quest’anno, che avrà così un carattere insieme filosofico ed antropologico: natura e cultura – insieme a corpo e mente, materia e spirito – saranno i due poli principali di questa oscillazione originaria della coscienza.
Ho detto “originaria”, ma occorrerà verificare esattamente che cosa qui si intende per origine.

2. L’emergere della coscienza dal corpo – così come quella dell’universo attuale da non si sa bene cosa, e della vita dalla materia inorganica – è uno dei problemi più controversi della scienza – e della conoscenza in generale. Ma sarebbe forse meglio usare il termine “enigma” anziché “problema”: quest’ultimo si configura infatti come un procedimento volto ad allentare i suoi nodi e a chiarirci i suoi termini, tramite uno svolgimento logico e argomentato, una dimostrazione, una soluzione sperimentale, un’indicazione empirica e tangibile – mentre l’enigma pare essere avvolto da qualcosa di più misterioso e umbratile. Un problema ammette sempre una soluzione, un enigma no.
La scienza, tuttavia, non può ammettere che esistano enigmi che non possono essere sciolti, e affronta il nodo della coscienza (come del resto affronta ogni cosa) attraverso una strategia riduzionistica: la coscienza è il cervello – così come ogni fatto, fenomeno, enigma è un oggetto, ha un fondo materiale-naturale spiegabile razionalmente. La coscienza emersa dal substrato neurologico può essere spiegata soltanto attraverso la materia da cui è emersa. Che pare quasi un ragionamento circolare, un vizio logico.
Eppure, leggendo qualsiasi resoconto delle attuali teorie neuroscientifiche che tentano di spiegare la coscienza in termini riduzionistici, si rimane sempre a bocca asciutta proprio a proposito del passaggio fondamentale: come mai dalla materia organica sia emersa qualcosa come la “coscienza”, e in che cosa consista la novità di questo neo-ente venuto all’esistenza, non è dato sapere.
Si prenda ad esempio l’articolo contenuto nella rivista Le scienze del settembre 2018, nel quale si fa il punto proprio su questo argomento: le due tesi principali che si stanno affrontando in ambito neuroscientifico – una di tipo informativo, l’altra di tipo meccanicistico-causale – alla domanda: che cosa rende un ammasso simile al tofu che pesa 1,3 kg “cosciente”? – non sanno rispondere, se non ripetendo che deve dipendere da quello stesso ammasso, che il segreto sta lì dentro, in quei circuiti neuronali, senonché il salto resta ancora incolmabile.
Questo genere di “salti” – nascita del cosmo, vita, coscienza – sono rilevati anche dal bel saggio scientifico-divulgativo di Jim Baggott sulle Origini: la storia scientifica della creazione, che fa il punto su ciascuno di essi (e su ciascuna origine di nuovi stadi e/o fenomeni del cosmo così come esso ci appare, dal big bang alla coscienza), fiducioso che le attuali lacune verranno presto o tardi colmate.
È bene tuttavia chiarire che parlare di “enigma” non significa rinunciare alla spiegazione razionale o che occorra accettare tesi fideistiche, mistiche, religiose, irrazionali, ecc. Ma ammettere, semmai, che le cose sono più complesse (e forse, appunto, enigmatiche) di come la nostra mente le possa intendere. E tra poco vedremo perché.

3. Riprendiamoci quindi, forse ancora per poco, il nostro spazio filosofico, dichiarando che quello della coscienza rimane un caso o un enigma squisitamente filosofico, che forse attiene al suo stesso “statuto ontologico”, visto che non si sa (ancora) qualificare come corpo o materia o oggetto fisico.
Che cosa essa sia: mi pare cioè che su questo non si sia fatto un solo passo avanti. Di sicuro non dal 1974 – anno dell’articolo del filosofo della mente americano Thomas Nagel What is it like to be a bat?Che cosa si prova a (che effetto fa) essere un pipistrello?
Ecco, partiamo da qui, da questo sentirsi, essere, provare, fare un certo effetto – termini che alludono inequivocabilmente a stati soggettivi, ovvero ad un “io” che sente, prova, è in una determinata condizione, innanzitutto la condizione di essere quell’io, quel soggetto. Come distanziarci dall’esperienza soggettiva per verificare in maniera neutrale che effetto fa essere quell’io? Pare proprio impossibile, come sembra dimostrare questo celebre esperimento dell’immaginazione: la premessa è che noi sappiamo con un alto grado di certezza che un pipistrello possiede stati di coscienza, esattamente come noi umani (lo si sapeva già negli anni ‘70, anche se è solo del 2012 la Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza da parte di un significativo gruppo di neuroscienziati che dichiara ufficialmente che “i substrati che generano la coscienza” non sono esclusivi degli umani, ma riguardano diverse specie animali: tutti i mammiferi, tutti gli uccelli e “molte altre creature, compresi i polpi” ).
Se però noi provassimo a metterci al posto o nella testa di un pipistrello, rileveremmo non poche difficoltà, se non addirittura un’impossibilità: al più potremmo scimmiottare il suo comportamento, mimare approssimativamente la sua struttura percettiva. Ci troveremmo ad agitare qua e là le nostre ali fittizie, chiuderemmo gli occhi, fingeremmo di star chiusi in una stanza e proveremmo ad attivare un sonar immaginario mentre svolazziamo sfiorando mobili e pareti. Tutto molto divertente, ma l’esperimento finisce qui e si infrange contro i limiti della nostra (pur potente) immaginazione: noi potremo imitare un pipistrello, per quanto la nostra struttura corporea e percettiva sia diversa dalla sua, ma non potremo mai essere un pipistrello, comprendere dall’interno l’effetto che fa essere quel certo animale. Ma non solo un pipistrello: a rigore, nessuno di noi potrebbe infilarsi nella mente o nella coscienza di nessun altro umano, fosse anche quello che conosce meglio.
E questo perché ci scontriamo coi limiti della soggettività di questa esperienza: essere qualcuno (magari anche essere qualcosa, ma non ci è dato saperlo, per il momento) è un modo di esistere soggettivo, non trasferibile in una dimensione oggettiva: la coscienza, cioè, sembrerebbe non essere riducibile a qualcosa di oggettivo. Ad un oggetto studiabile – come un minerale, un meccanismo, una macchina, un ambiente marino o un pianeta.
Ecco perché Cartesio ha potuto fondare una visione potente a partire dal cogito, facendone addirittura una seconda sostanza accanto alla materia. Ed ecco perché il dualismo – tra anima e corpo, soggetto e oggetto – non sembra ancora del tutto tramontato, nonostante l’avanzare delle neuroscienze.

4. Ad ogni modo, per come essa è fatta e per gli scopi che intende perseguire, alla scienza importa poco sapere che cos’è la coscienza, quanto piuttosto come funziona. Se si comprende che determinati processi biochimici provocano conseguenti stati mentali, agendo su quei processi noi potremo modificare ed alterare lo stato emotivo e mentale di un soggetto. Alla scienza non interessa il “che”, ma il “come”. Alla scienza non interessa nemmeno sapere se esiste qualcosa come “la coscienza”, quanto piuttosto spiegare quei fenomeni in termini materiali, pragmatici e tecnici. Come agire sulla coscienza e modificarla – questo è ben più interessante!
La scienza, e più in generale il pensiero logico-razionale, a sentire Ludwig Wittgenstein, si ferma alle soglie del mistero, del mistico o dell’enigma: nel Tractatus logico-philosophicus, un saggio che ha appena compiuto 100 anni, tale tesi viene esplicitata a più riprese, attraverso alcuni celebri (e a loro volta enigmatici) passi: «Non come il mondo è, è il mistico, ma che esso è. […] E su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere». Addirittura pare che la ragione si debba fermare alle soglie di quello che ci appare come un mistero fitto – e, piuttosto che raccontare le solite ed insensate favole metafisiche (quelle inconcludenti filate dalle menti dei filosofi lungo 2500 anni), meglio il silenzio.
Ma può la filosofia – che è essa stessa un’espressione della mente ovvero della coscienza – rinunciare a penetrare  quella soglia evitando di rispondere ad una domanda così essenziale e originaria: che cosa siamo? perché esistiamo?
Qui la divaricazione tra lo sguardo filosofico e lo sguardo scientifico si fa ancora più radicale. Perché è proprio l’oggetto a cambiare: per la filosofia la coscienza non può essere un fascio di sinapsi, ma un oggetto ontologicamente rilevante – una sorta di essenza, addirittura ciò che ci (e la) costituisce.
Tuttavia come possiamo definire ciò che a sua volta definisce ogni cosa – e dunque dovrebbe definire anche se stessa? Non cadiamo di nuovo in un circolo vizioso?  Soprattutto, come può definirsi l’io staccandosi da se stesso? Questo pare possibile col mondo esterno: anche se noi vediamo il mondo esterno attraverso i filtri percettivi e mentali, possiamo ben immaginare che un’altra specie cosciente (ad esempio il pipistrello di Nagel) o un alieno possano avere un’esperienza oggettiva del mondo; ci risulta invece molto più difficile immaginare che possano provare quel che proviamo noi, in quanto siamo coscienti di noi stessi.
La coscienza – proprio per il suo carattere irriducibilmente soggettivo – sembra non essere fissabile in qualcosa di certo ed esperibile. Pare sfuggirci di mano. Si fa evanescente e fantasmatica mentre cerchiamo di afferrarla.
Proviamo ora a vedere se con uno sguardo più ampio, di tipo storico-antropologico, possiamo ricavare qualche altro elemento utile al nostro ragionamento.

5. La rivoluzione cognitiva.
Qui il terreno è duplice, guarda indietro, verso (o meglio avverso) l’animalità – da cui homo sapiens inconsapevolmente si va differenziando, e poi guarda avanti: con la cosiddetta rivoluzione cognitiva (30-40.000 anni fa) comincia la marcia di homo sapiens alla conquista del pianeta, in un processo che vede al centro proprio la coscienza – ovvero la capacità di utilizzare i suoi organi fortemente evoluti (cervello, mano) e le sue facoltà (linguaggio, immaginazione) per espandere il proprio habitat, istituendo qualcosa di inedito nella storia della vita e delle specie.
In questo processo diventa centrale la divaricazione dalla natura, dall’animalità, se si vuole dalla corporeità: un corpo non ci basta più, vogliamo infiniti corpi, infinite protesi, e saranno la ragione, la tecnica ed infine la scienza a procurarceli.
La discussione qui riguarda il rapporto con l’animalità – in che cosa siamo uguali, in che cosa diversi. Né la coscienza né il linguaggio sembrerebbero essere così determinanti: come abbiamo già accennato, molte specie animali (compreso il nostro amico pipistrello) sono forme di vita coscienti e comunicano tra di loro, alcune persino attraverso modalità rappresentative ed astratte, per quanto rudimentali.
Più che di differenze qualitative, dunque, possiamo parlare di differenze quantitative e di grado: tuttavia è qualità specifica e propria di homo sapiens avere espanso la coscienza (e la sua capacità di immaginazione) a livelli prima inimmaginabili.
Eppure, anche se guardiamo alla storia – sia a quella biologica sia a quella propriamente umana – non riusciamo ancora ad afferrare il senso profondo di quel che siamo.
Proviamo ora a dimenticare anche le basi biologiche, fisico-chimiche, storiche o antropologiche, e chiediamoci semplicemente…

6. Che cos’è la coscienza?
Che tipo di esperienza è quel sentire continuo e perenne di essere, di esserci, di esistere (contrapposto agli stati di sonno, di morte, di coma, di in-coscienza appunto)? Quel sapere che si è, si esiste – quell’essere in compagnia di quella consapevolezza? Quella pura sensazione di esistere, di essere un corpo – che però è qualcosa di interno. Di interiore. Di intangibile. Di impalpabile.
Dall’altra parte, però, la coscienza è anche un’uscita da quel corpo e da quella sensazione originaria – una paradossale uscita da se stessi. Una dis-locazione in altro: io non è un corpo, io ha un corpo. Il filosofo-antropologo Helmuth Plessner chiama questa esperienza – quella di avere e non solo di essere un corpo – posizionalità eccentrica, una vera e propria forma di straniamento e dissociazione. Se si vuole, un’uscita dal rigido determinismo naturale.
Ed è la divaricazione dalla natura, o, per essere più precisi dall’animalità, la cifra essenziale di questo modo di essere: gli umani costituiscono la propria immagine a dissomiglianza del mondo animale; l’uomo sospetta cioè di essere simile e però si vuole dissimile – e tale opposizione sta proprio nel fenomeno della coscienza.
Che è fatto di mente, di flusso di pensieri, di emozioni e sentimenti, di immaginazione, di interiorità – contrapposta all’esteriorità. Io ho una percezione di me stesso mentre ho percezione del mondo: coscienza di sé (autocoscienza), coscienza del mondo esterno – rappresentazione. Ma è nella, dalla, sulla coscienza che fondo l’intero mondo: Kant chiama questa modo di essere della coscienza, cui abbiamo già accennato, trascendentale.

7. Questa particolarità ha portato Homo sapiens ad essere essenzialmente un animale metafisico, simbolico, in grado pertanto di generare una seconda natura – un mondo, una “nicchia ecologica” che si suole chiamare “cultura”. La coscienza, cioè, proprio per la potenza mentale ed immaginifica che sente di avere in sé, e per quel caratteristico fenomeno di sdoppiamento, produce di fronte a sé un mondo immaginario, astratto, simbolico che finisce per dominarla (mentre procede ad addomesticare il corpo, l’animale in noi, non solo fuori di noi). La proiezione al di là del corpo è uno degli elementi determinanti, probabilmente dovuto in origine alla non-accettazione della morte e dei limiti fisico-naturali: ecco perché in tutte le culture umane nascono gli dèi, le religioni, l’arte, un mondo simbolico; e, nelle fasi più evolute e complesse, la filosofia, il denaro e, più di recente, la tecnoscienza – tutti fenomeni che tendono ad istituire un mondo sovramateriale, immaginario, spirituale, che aspira, per così dire, all’immortalità. Laddove il corpo è destinato a perire entro i limiti della sua natura fisico-materiale, la coscienza, l’anima, ciò che si proietta al di là del corpo vorrebbe vivere per sempre.
La tesi dello storico israeliano Harari, che ha intitolato non a caso le sue due opere più importanti Sapiens e Homo deus, è che la storia tendenziale di Homo sapiens a partire dalla rivoluzione cognitiva, è quella all’unificazione progressiva (è soltanto grazie alla socializzazione che la potenza insieme simbolica e materiale può essere massimamente espressa) e, in prospettiva, quella del superamento della morte. Il maggior desiderio di Sapiens è cioè diventare un dio in terra, padrone del pianeta, della vita e della morte.

8. Torniamo, per concludere, a Kant, alla legge morale in me, alle stelle sopra di me. Pare che della coscienza kantiana sia rimasta, più che la regolazione etica dei comportamenti, una selvaggia e poderosa conquista delle stelle: ovvero, la potenza razionale è stata esercitata essenzialmente per dominare il mondo, più che se stessi e il proprio smisurato desiderio. Di nuovo, la coscienza si fa duplice: ha permesso il dominio (o l’illusione del dominio, dell’impero nell’impero, per dirlo con Spinoza), ed insieme le contromisure critiche di quel dominio.
Ma la strada potrebbe essere segnata: quando essa diventerà una macchina – grazie all’intelligenza artificiale o a qualche sogno (o incubo) transumano – non avremo forse l’impressione che si sia trattato di una breve parentesi – il battito di un ciglio – tra due millenari regni meccanico-materiali?
Ma di questo riparleremo.

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2 Risposte to “Antropocene – 1. Che cos’è la coscienza?”

  1. isidoromartinelli Says:

    Grazie per il tuo articolo, come sempre, molto interessante.

  2. md Says:

    Grazie a te Isidoro!

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