La biblioteca-labirinto

C’è questa meravigliosa storia che non conoscevo, e che ho appreso leggendo Il tempo degli stregoni, bel libro biografico di Wolfram Eilenberger sui 4 più importanti filosofi di area tedesca negli anni ’20 (Benjamin, Cassirer, Heidegger e Wittgenstein). Come sempre succede, ogni bel libro trasuda più d’una storia, che rinvia a un’altra e a un’altra ancora – che è poi l’essenza di questa biblioteca magica.
Dunque, un tal Aby Warburg, esperto di arte rinascimentale, decide di rinunciare alla direzione del cospicuo patrimonio di famiglia per dedicarsi alla cultura, e ponendo però come condizione quella della possibilità di fondare una biblioteca ad Amburgo.
Ma non si tratterà di una biblioteca qualunque, bensì della realizzazione di un preciso progetto mentale e di un’idea: quella del labirinto. Una biblioteca-labirinto (che tanto sarebbe piaciuta a Borges), a partire da alcune parole chiave, per la precisione 4: Azione, Orientamento, Parola, Lingua. Niente Dewey, niente ordine alfabetico – ma l’invito al lettore a costruirsi all’interno degli scaffali (ovviamente aperti, cosa anch’essa piuttosto innovativa per l’epoca) il proprio percorso di lettura e di scoperta del sapere, o meglio dei saperi. Visto che anche la scelta della collezione è piuttosto insolita, quando non bizzarra: non solo arte, filosofia, poesia ma anche superstizione, magia, alchimia, scongiuri, preghiere, erotismo, etnologia… Si parte cioè dall’idea del “buon vicinato” delle materie – che è esattamente la prossimità di ogni cosa ad ogni cosa, il garbuglio della storia della coscienza e dei simboli umani. La biblioteca cerca cioè di riprodurre questo disordine antropologico, senza suggerire catalogazioni o ordini stringenti e pregiudizievoli ad una comprensione larga, lasciando al visitatore curioso di immergersi nel proprio inconscio e di trovare da sé il filo dei significati (onto e filogenesi, se si vuole).
Naturalmente tutto questo verrà poi gestito da un bibliotecario d’eccezione, qual è il dottor Fritz Saxl. Ma il bello deve ancora venire.
Lo racconta molto bene Eilenberger: Ernst Cassirer arriva (casualmente) alla biblioteca di Warburg nell’inverno del 1920 e vorrebbe subito fuggire, dato che sospetta che lì dentro potrebbe perdersi, proprio come dentro un labirinto.  Scoprirà poi che c’è un’affinità profonda tra il proprio progetto di studio delle forme simboliche e l’intenzione, il progetto di quel percorso bibliografico così eccentrico. Questo incontro sarà proficuo sia per il filosofo che per la biblioteca – come a dire “ad ogni biblioteca il proprio lettore e ad ogni lettore la propria biblioteca”, anche se qui si tratta di biblioteche e lettori d’eccezione.
Nel frattempo il suo ideatore, Warburg, sta vivendo un difficile e lungo periodo di depressione, e si è trasferito per alcuni anni in Svizzera, in una sorta di clinica a cielo aperto sul lago di Costanza – e però sarà ancora la sua biblioteca a “salvarlo”, o per lo meno a permettergli di convivere col suo malessere, dopo un proficuo e decisivo colloquio con lo stesso filosofo ispirato ed ispiratore. Gli ormai 30.000 volumi (oltre al patrimonio fotografico) troveranno ben presto una nuova sede, più ampia e all’avanguardia in termini di fruibilità.
Purtroppo Warburg morirà di lì a poco, e nel 1933, annusata la pessima aria che cominciava a tirare in Germania, Saxl decide di spostare la biblioteca, con l’annesso istituto di ricerca, in Inghilterra. Mi sono immaginato il trasloco e lo spostamento dei libri (che nel frattempo erano diventati parecchi, alcuni dei quali rarissimi), ma anche della grande fototeca. Ho anche temuto – nella mia visione – che qualcuno alla frontiera si provasse a bloccarli, che un incendio o un incidente ponesse fine a quell’esperimento così ben congegnato, raffinato, luminoso. Insomma, che qualcosa andasse storto.
E invece no, la biblioteca di Warburg vive ancora oggi a distanza di un secolo, gode di ottima salute e possiede un patrimonio di 350.000 volumi e 400.000 immagini. Ha pure vinto di recente una battaglia legale per mantenere la propria autonomia, accanto all’Istituto (che ogni anno lancia un concorso di studi bruniani) e non finire stritolata dal (noioso) sistema bibliotecario dell’università inglese. Che bello!

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