#100Dante 21-30

#100Dante 21.
Ed elli avea del cul fatto trombetta.
(Inf. XXI, 139)
È la chiassosa e celebre chiusa del canto XXI che, col successivo, costituisce una coppia di canti quantomai grotteschi. I diavoli Malebranche, beffardi e rissosi, si prendono la scena, ben più dei dannati: Alichino e Calcabrina, Cagnazzo e Barbariccia, Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto e Graffiacane, Farfarello e Rubicante pazzo – onomastica assai gustosa.

#100Dante 22.
“O Rubicante, fa che tu li metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!”
gridavan tutti insieme i maladetti.
(Inf. XXII, 40-2)
Lo sciagurato è il barattiere (ovvero, il corrotto) Ciampolo di Navarra: mentre i due poeti lo interrogano, i diavolazzi lo artigliano, lo azzannano, lo inforcano, lo fanno a pezzi – cosicché la scena si colora di comicità; senonché il dannato alla fine li coglionerà, tornando a tuffarsi nella sua pece bollente.

#100Dante 23.
Là giù trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
(Inf. XXIII, 58-60).
Dopo la fuga a rotta di collo dai rissosi Malebranche, il ritmo rallenta all’incontro dei nuovi dannati: gli ipocriti arrancano col viso “dipinto”, di fuor dorato ma dentro piombo. Manco a dirlo, in maggioranza religiosi.

#100Dante 24.
Più non si vanti Libia con sua rena;
ché se chelidri iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibéna…
(Inf. XXIV, 85-7)
Siamo giunti ai due canti, il 24 e il 25, delle metamorfosi: ladri mutati in serpenti dai nomi esotici, dove Dante intende superare Lucano e Ovidio in potenza immaginativa.

#100Dante 25.
Al fine delle sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro”.
(Inf. XXV, 1-3)
Non è il dito medio, ma un equivalente, quel che Vanni Fucci, ladrone di Pistoia e nemico politico di Dante, rivolge a Dio. Le serpi lo bloccano e Dante auspica che la sua città s’incenerisca.
Che la grande trasmutazione di nature abbia inizio!

#100Dante 26.
E volta nostra poppa nel mattino
dei remi facemmo ali al folle volo
(Inf. XXVI, 125-5).
Il folle volo è quello di Ulisse, lanciato verso l’ignoto e il mare aperto: la conoscenza implica l’oltrepassamento dei limiti, e la perenne possibilità del naufragio.
Il canto di Odisseo è il canto assoluto della libera coscienza umana – fatti non foste a viver come bruti – e però della sua follia e tracotanza.
Inarrivabile la lettura che ne fa Carmelo Bene.

#100Dante 27.
Come ‘l bue cicilian…
mugghiava con la voce dell’afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el parea dal dolor trafitto;
così, per non aver via né forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertìan le parole grame.
(Inf. XXVII, 7-15)
È così che ci viene presentato Guido da Montefeltro, come fosse racchiuso nel toro di Falaride, tiranno di Agrigento. Condannato all’inferno per colpa di Bonifacio VIII e per un cavillo “loico” del diavolo!

#100Dante 28.
“Per ch’io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.
Così s’osserva in me lo contrapasso”.
(Inf, XXVIII, 139-42)
Il poeta Bertram dal Bornio, per aver seminato discordia, regge la propria testa decollata per la chioma, come fosse lucerna. Ma non si può tacere il più celebre degli scismatici del canto, ovvero Maometto, che s’apre il petto e si dilacca: nel Medioevo si credeva fosse un cristiano traviato.

#100Dante 29.
La molta gente e le diverse piaghe
avean le luci mie sì inebriate
che dello stare a piangere eran vaghe.
(Inf. XXIX, 1-3).
Magnifico questo incipit del primo dei due canti dedicati ai falsari: l’umanissimo Dante è afflitto da saturazione visiva del dolore delle ombre, e desidera solo piangere – redarguito per questo da Virgilio.

#100Dante 30.
E te sia rea la sete onde ti crepa”
disse ‘l greco “la lingua, e l’acqua marcia
che ‘l ventre innanzi li occhi sì t’assiepa”.
Allora il monetier: “Così si squarcia
la bocca tua per tuo mal come sòle”.
(Inf. XXX, 121-5)
Dante si appassiona a questa rissa tra dannati – il falsario di monete mastro Adamo e il falsario di parole Sinone, che ingannò i troiani circa la natura del cavallo. E Virgilio lo sgrida di nuovo per questa sua “bassa voglia”.

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