#100Dante 31-40

31.
“S’esser puote, io vorrei
che dello smisurato Briareo
esperienza avesser li occhi miei”.
(Inf. XXXI, 97-9)
Il gusto per il meraviglioso (e l’orrido) attraversa tutta la Commedia: “Sappi che non son torri, ma giganti”, avverte Virgilio: e sarà uno di questi a calare i due poeti sul fondo dell’Inferno – lo tristo buco.

32.
Li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse
le lacrime tra essi e riserrolli.
(Inf. XXXII, 46-8)
Il nono cerchio – Cocito – è destinato ai traditori di coloro che si fidano, la peggior colpa punita con l’eternità del ghiaccio, contrappasso della maggior durezza del cuore.

33.
“Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ‘l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’io rodo,
parlare e lacrimar vedrai inseme”
(Inf. XXXIII, 4-9)
È il conte Ugolino a raccontare, in uno dei canti più celebri e drammatici, i fatti che lo portarono a nutrirsi dei propri figli, dopo averli visti morire uno ad uno, imprigionati nella torre dall’arcivescovo Ruggieri: “poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”.
Dante lancia contro Pisa la sua invettiva più violenta.

34.
Salimmo su, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi delle cose belle
che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo;
e quindi uscimmo a riveder le stelle.
(Inf. XXXIV, 136-9)
È la chiusa della cantica, diventata proverbiale. Alla vista di Lucifero che mastica i peggiori traditori, Dante non si sente né morto né vivo: solo oltrepassando il centro di gravità del male può aspirare a ritornare “nel chiaro mondo”. Ma il cammino è ancora lungo…

***

35.
“Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta”.
(Purg. I, 71-2)
Quella ricercata da Dante è la stessa libertà per cui Catone Uticense, il custode della montagna del Purgatorio, si uccise: non violenza contro sé, ma stoico sacrificio. Tutto è pacato in questo inizio della seconda cantica, aria pura e azzurra, rugiada al levarsi del sole e tremolar della marina.

36.
‘Amor che ne la mente mi ragiona’
cominciò elli allor, sì dolcemente
che la dolcezza ancor dentro mi sona.
(Purg. II, 112-14)
Tra i versi più languidi della Commedia: l’Amor è qui canzone di Dante, che chiede all’amico musicista Casella di intonare, dopo che il corpo dell’uno e l’ombra dell’altro si incontrano, con reciproca meraviglia. Sarà Catone a spezzare severamente l’incantesimo.

37.
Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
(Purg. III, 106-8)
Incede sulla scena Manfredi, figlio naturale di Federico II, che il cripto-ghibellino Dante salva, contro gli anatemi di papi e vescovi: il peggior peccatore pentito può sempre sperare nel “fior del verde”.

38.
Li atti suoi pigri e le corte parole
mosson le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: “Belacqua, a me non dole
di te omai”.
(Purg. IV, 121-4)
Canto sottotono (vi si parla di geoastronomia), ma con un finale macchiettistico: Belacqua, della schiera dei pigri a pentirsi, è particolarmente neghittoso, quasi fosse un odierno adolescente sdraiato e dal linguaggio minimo e smozzicato.

39.
“Ricorditi di me che son la Pia:
Siena mi fè; disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata, pria,
disposando m’avea con la sua gemma”.
(Purg. V, 133-6)
Chiusa del canto che rievoca le morti violente, attraverso una straordinaria “scenografia dell’acqua”: qui son le lacrime pacate e prive di rancore di una gentildonna, vittima di uxoricidio.

40.
“O Mantovano, io son Sordello
della tua terra!” e l’un l’altro abbracciava.
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!
(Purg. VI, 74-8)
Fin troppo celebrati (e fraintesi) questi versi del canto più “politico” (e speculare ai sesti delle altre due cantiche): giova ricordare che Dante non è (e non potrebbe essere) un patriota italiano. La sua invettiva è chiara: finché ci sarà confusione tra potere spirituale e temporale, le città italiane saranno preda di guerre, tirannia e malgoverno.

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