Antropocene 2 – Prima l’Africa!

Il titolo di questo incontro, se da una parte vuol fare il verso a quell’infelice slogan che va ora per la maggiore (“prima gli italiani” – ma anche “first America”, prima noi, padroni a casa nostra – che è poi sotto sotto prima io e la mia tribù), dall’altra allude a una realtà storico-antropologica ormai incontestabile: è dall’Africa che veniamo tutte e tutti. L’Africa sta alle origini della storia della specie e di tutte le sue infinite migrazioni planetarie. Ed è all’Africa che tutti i nodi dell’ingiustizia globale ritornano…

1. Una specie scissa
La paleoantropologia e la biologia ci fanno sapere che homo sapiens è un’unica specie (e l’unica specie umana rimasta sul pianeta, dopo che i nostri vari cugini diversamente umani si sono estinti per cause ancora da chiarire).
Ciò non vuol dire che al suo interno non vi siano “varietà” e diversificazioni, sia sul piano biologico (genetico) che sul piano culturale – ma è ormai assodato che le prime sono minime ed inessenziali, del tutto marginali, mentre sono le costruzioni culturali ad essere ben più consistenti.

Sembra cioè che l’unico flusso di sapiens uscito dall’Africa 130 mila anni fa (era già la terza diaspora – out of Africa – di ominidi, dopo quella di Homo ergaster ed Homo heidelbergensis), separatosi e diversificatosi nel corso del tempo successivo in lungo e in largo sul pianeta, stia ora facendo i conti con questa realtà: un’unica specie senza differenze sostanziali (se non inezie quali il colore della pelle, di certo non riducibile a bianco/nero/giallo, la forma degli occhi, qualche gene che consente o meno la produzione di enzimi per la digestione del latte animale – e poco più), che ha sviluppato una molteplice (ma non infinita) capacità di diversificazione culturale – credenze, società, tradizioni, sistemi familiari, religioni, cibi, morali, ecc. – che però si trova a convergere verso la più grande unificazione della sua storia.
Persino la rivoluzione cognitiva di 40mila anni fa potrebbe essere avvenuta in Africa (pare in Sudafrica) prima di uscire dal continente in una nuova ondata migratoria – davvero, vien da dire ancora una volta: prima l’Africa!
Un vero e proprio ritorno circolare all’unità – anche se nel mezzo è successo di tutto.

La domanda che ci faremo stasera è come mai, a dispetto di quell’evidente unità storico-evolutiva, si siano prodotte nel tempo e nello spazio che ci separano dalle origini delle vere e proprie fratture “ontologiche”, sostanziali: come mai, cioè, nelle culture siano nati dei sistemi di classificazione dei viventi, e degli umani in particolare, che stabiliscono delle gerarchie di essenza e di valore, fino a negare addirittura carattere di umanità al proprio simile.
O meglio, fino a dimenticare ciò che ci accomuna con ogni vivente – secondo Rousseau il sentimento originario della pietas, cioè il sentire (e il sentire-con-altri) di essere un vivente.
Le culture hanno elaborato teorie immaginarie su che cosa occorra pensare dell’alterità – in relazione a quel che si è, all’identità (ciò di cui ci siamo occupati approfonditamente due anni fa).
Ma com’è possibile che siano sorte, nella storia di quest’unica specie, sistemi così violenti e feroci di discriminazione? Com’è possibile che siano state fondate teorie razziste o suprematiste? Come è stato possibile lo schiavismo, il colonialismo, l’imperialismo? Una filosofia bianca, ed una colonizzazione nera.
Ecco, forse la parola chiave sta proprio nella parola “teoria”: è la capacità di contemplare, astrarre ed immaginare (teorizzare) ad aver reso possibili quelle atrocità. È insito nel “teorizzare” stesso un elemento violento: succede qualcosa di simile alla celebre “dialettica dell’illuminismo” dei filosofi francofortesi, per cui il medesimo movimento della coscienza (di civilizzazione e liberazione dal determinismo naturale) comporta la costruzione di nuove, talvolta impreviste, catene. Esiste cioè una ragione strumentale volta ad addomesticare ed asservire la natura, e, ancor di più, la stessa natura umana – nature accomunate dal diventare “oggetti”, dominabili e sfruttabili (dall’alto di una mente che si ritiene superiore): in ultima istanza colonizzare l’altro è possibile solo quando si è colonizzato se stesso.

2. Selvaggi/barbari/civilizzati
La differenziazione tra culture, società, civiltà, gruppi umani ha un carattere pressoché universale: qualcuno lo ha definito “etnocentrismo”. Ogni gruppo, cioè, stabilisce sé stesso come misura superiore (e suprema) della diversità umana. “Prima io”, sembra dire questa logica che vale per le tribù indonesiane o amazzoniche, per i greci (che chiamavano gli altri barbari, letteralmente “balbettanti”), così come per gli europei che considerano se stessi civilizzati in contrapposizione ai selvaggi del nuovo mondo (le Americhe) o del continente nero – e che vediamo oggi riproporsi pari pari in slogan come “prima gli italiani”.

Naturalmente ogni cultura ed ogni civiltà ha elaborato teorie diverse, ma il meccanismo soggiacente è sempre il medesimo (ed è probabile che abbia un istintivo sostrato biologico, emotivo ed autoconservativo).
Nel caso di homo sapiens tale produzione è particolarmente potente proprio grazie alla coscienza
e ai suoi strumenti, come abbiamo visto la volta scorsa: più le civiltà diventano strutturate, e producono ideologie, fedi, sistemi di pensiero, mentalità, più queste gerarchie sono elaborate, e finiscono per entrare sottilmente nel linguaggio, nella mentalità, diventando parte del paesaggio mentale e spirituale di un gruppo, popolo, società, ecc.

Noi questa sera affronteremo brevemente – a titolo esemplificativo, o meglio esemplare – la forma “razzista” e razziale di questo meccanismo, nel rapporto tra bianchi e neri, tra civiltà europea e continente africano, in particolare negli ultimi due secoli, ovvero nell’ultima fase della colonizzazione (processo che si apre con le vele e i cannoni della modernità).

3. I dannati della terra (e della razza)
Useremo due filosofi – quindi due punte di diamante di quel theorein – come guide esemplari di un atteggiamento che nell’arco di poco più di un secolo si rovescia completamente: Hegel e Sartre.
Se noi leggiamo le pagine che Hegel dedica all’Africa nella sua filosofia della storia e quelle con cui Sartre presenta (agli europei) uno dei testi fondamentali della decolonizzazione, I dannati della terra del medico e psichiatra Frantz Fanon, ci accorgiamo del divario, anzi della radicale divaricazione che in seno alla coscienza europea il conflitto mondiale post-coloniale ha provocato. Ma ci restituisce anche la misura di una ferita che non si è rimarginata e di una frattura che, anzi, pare pronta a riesplodere in ogni momento.
“Razza” va qui usata tra virgolette: siamo cioè in presenza di un concetto vuoto ed immaginario che però genera comportamenti reali (il cosiddetto razzismo) – un vero e proprio paradosso logico se vogliamo, ma che deriva da quell’atteggiamento tipicamente etnocentrico di cui parlavamo prima: si è cioè razzisti pur in assenza di razze, si è suprematisti pur in assenza di elementi che giustifichino una qualche gerarchia. Si conferisce consistenza a differenze esteriori, per nascondere motivi d’altro tipo – essenzialmente economici, direbbe Marx (che per “razza” utilizzerebbe la categoria ideologica di “sovrastruttura”), ma anche etici e spirituali.
Si fanno valere anche ragioni “culturali” profonde (tant’è che qualcuno preferirebbe sostituire razzismo con culturalismo – del resto c’è anche chi ha teorizzato la “guerra di civiltà”).
Vengono cioè poste in primo piano le differenze, messe a servizio di una (più o meno inconscia e irriflessa) gerarchia ontologica vera e proprio: alcuni umani valgono (sono) più di altri umani. È forse questo l’elemento essenziale delle ideologie suprematiste: l’assunzione di un’identità (che non ha nulla di universale, anche se spesso usa termini come Uomo, Essenza, Valori) si istituisce per contrapposizione ad un’alterità con la quale non ci si deve contaminare. Con un arco di significati e di pratiche che vanno dal pregiudizio alla discriminazione fino alla purezza razziale (e alla pulizia etnica).

Ma veniamo ai testi e ai concetti-chiave ivi espressi – che mostrano senza tanti giri di parole i meccanismi di infantilizzazione, inferiorizzazione, animalizzazione e mostrificazione dell’uomo nero (e già questa “nerezza” è indice di un marchio biologico infamante, contro un’altrettanto inesistente bianchezza, sintomo di purezza).

HEGEL, dalle Lezioni sulla filosofia della storia, vol.1, L’Africa

-L’Africa è il paese dell’oro concentrato in sé
-Il paese che segue le sorti di quanto avviene altrove – l’Africa settentrionale è bene che venga inglobata direttamente dall’Europa, così come i francesi stanno cercando di fare
– “Il paese infantile, avviluppato nel nero colore della notte al di là del giorno della storia consapevole di sé” – barbaro e selvatico
-Radicale incompatibilità con le nostre categorie spirituali (per comprendere l’Africa dobbiamo rimuovere, dimenticare, mettere tra parentesi ciò che noi siamo in quanto europei)
-L’uomo nella sua immediatezza, stato di innocenza, unità con la natura – paradeisos animale
-Pensiero magico, incantamento naturale, stregonismo, ecc.
-Svalutazione dell’uomo come “valore”, disprezzo per la vita, disinteresse per i genitori, cannibalismo diffuso: “il divorare uomini quadra, in linea di principio, con l’essenza dell’africanità”
-Inevitabile conseguenza: unica modalità del rapporto con l’altro (e con l’europeo in particolare) è la schiavitù [giustificazione che consegue dunque dall’essenza ontologica dell’africano]
-Addirittura la schiavitù avrebbe fatto bene agli africani, li avrebbe umanizzati (meglio la schiavitù da altri, che dallo stato di natura!)
-Disposizione al fanatismo
-Sfrenatezza, ineducabilità: “come li vediamo oggi, così essi sono stati sempre”.

SARTRE e FANON oltre un secolo dopo si chiedono:
Ma come? Parlan da soli?
– rovesciando così il punto di vista: ora siamo noi bianchi gli oggetti del discorso!

Sartre nella sua introduzione rileva la contraddizione tra lo sbandierato umanesimo universalista occidentale (quello che proclama l’Uomo con la maiuscola) e le pratiche razziste e coloniali che, al contrario, lo particolarizzano (e gerarchizzano).
Sartre si schiera e non ha peli sulla lingua nel dire che la dialettica della decolonizzazione riguarda anche (se non soprattutto) noi: occorrerà estirpare (con un un’operazione sanguinosa, violenta) il colono che è in ciascuno di noi
Il testo di Fanon sarà così lo streap-tease del nostro umanesimo!

E veniamo all’analisi di Fanon che ricalca, rovesciandola, la visione hegeliana dell’uomo nero:
-Il linguaggio del colono è di fatto un linguaggio zoologico [ma verrebbe da dire zootecnico, visto anche il reale significato di “razza”, nient’affatto biologico quanto piuttosto tecnologico: gli uomini, privi di razze, istituiscono razze: fisiche, per quanto concerne gli animali, e immaginarie, per quanto concerne loro stessi]
-Si guarda all’Africa nera come a una regione inerte, brutale, non civile, selvaggia…
-Il negro è impermeabile alla logica e alle scienze; il negro è nudo
-Le domande che studenti dell’Africa nera si sentono rivolgere nei licei occidentali (o occidentalizzati): esistono case da loro? Conoscono la luce elettrica? Nelle loro famiglie viene praticata l’antropofagia?
-Per il colonialismo questo vasto continente era un covo di selvaggi, un paese infestato da superstizioni e fanatismo, paese di cannibali, di negri – non di angolesi, o di nigerariani o di ghanesi o di ivoriani, ecc.
-Anche l’ideologia della “negritudine”, con il suo esotismo e pietismo, è da criticare radicalmente: essa contrappone infatti la vecchia Europa alla giovane Africa, la ragione noiosa alla poesia, la logica oppressiva alla scalpitante natura – costruendo a sua volta dei cliché. Rigidità, cerimonia, protocollo, scetticismo contro ingenuità, irrequietezza, libertà, rigoglio (ma anche irresponsabilità, e dunque, sotto sotto, bisogno di essere guidati…).

Per concludere, pur trattandosi di “sciocchezze pure e semplici” (come recita il capitolo di esordio de La civiltà africana di Basil Davidson, uno dei massimi esperti inglesi di storia africana), sciocchezze che circolavano tra la metà dell’Ottocento (specie negli ambienti della borghesia vittoriana) e fino a gran parte del Novecento, magari sotto l’autorevolezza di sedicenti etnografi ed antropologi, i quali parlavano di:
-boscimani color del bronzo e ottentotti dalla pelle di cuoio
-di religioni per quanto interessanti pur sempre infantili
-di cervelli troppo piccoli, dai lobi frontali ridotti, con una corteccia granulosa
-di sviluppo mentale che anziché progredire regredisce
-di una mente stagnante come le loro paludi
-di esseri inferiori, potenzialmente criminali
-di negri che non hanno dato nessun contributo alla civiltà del mondo – e scempiaggini simili;
pur essendo scomparse dalle discussioni serie (e pur essendo stato abrogato per inesistenza scientifica ed oggettiva il concetto di razza);
ciononostante vi è ancora un’esistenza ed una circolazione sotterranea di questi che non sono nemmeno pre-giudizi, ma costruzioni immaginarie (e stercorarie) al servizio di precise tesi e ideologie suprematiste: idee che continuano a far parte della nostra cultura, che vengono costantemente rimuginate e che – ahinoi – fanno pur sempre il loro sporco lavoro.

***

Concludiamo con le parole di Fanon, poste in calce al suo saggio, e dense di una visione utopica che, purtroppo, suona oggi come (momentaneamente) sconfitta dalla storia:

Lasciamo quest’Europa che non la finisce più di parlare dell’Uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, a tutti gli angoli delle stesse sue strade, a tutti gli angoli del mondo.
Sono secoli che l’Europa ha arrestato la progressione degli altri uomini e li ha asserviti ai suoi disegni e alla sua gloria; secoli che in nome d’una pretesa “avventura spirituale” soffoca la quasi totalità dell’umanità. Guardatela oggi altalenare tra la disintegrazione atomica e la disintegrazione spirituale.
Eppure, a casa sua, sul piano delle realizzazioni si può dire che è riuscita in tutto.
L’Europa ha assunto la direzione del mondo con ardore, cinismo e violenza. E guardate quanto l’ombra dei suoi monumenti si stende e si moltiplica. Ogni movimento dell’Europa ha fatto scoppiare i limiti dello spazio e quelli del pensiero. L’Europa si è rifiutata ad ogni umiltà, ad ogni modestia, ma anche ad ogni sollecitudine, ad ogni tenerezza.
Non si è mostrata parsimoniosa, se non con l’uomo; gretta, carnivora, omicida, se non con l’uomo.
Allora, fratelli, come non capire che abbiamo altro da fare che seguire quell’Europa.

Quando io cerco l’uomo nella tecnica e nello stile europei, vedo un susseguirsi di negazioni dell’uomo, una valanga di assassinii.

Decidiamo di non imitare l’Europa e tendiamo i nostri muscoli e i nostri cervelli in una direzione nuova. Cerchiamo d’inventare l’Uomo totale che l’Europa è stata incapace di far trionfare.

L’Europa ha fatto quel che doveva fare e tutto sommato lo ha fatto bene; smettiamo di accusarla, ma diciamole fermamente che non deve più continuare a fare tanto rumore. Non abbiamo più da temerla, cessiamo dunque d’invidiarla.

No, non si tratta di ritorno alla Natura. Si tratta molto concretamente di non tirare gli uomini in direzioni che li mutilano, di non imporre al cervello ritmi che rapidamente l’ostruiscono e lo guastano. Non bisogna, sotto il pretesto di colmare il distacco, malmenare l’uomo, strapparlo a se stesso, alla sua intimità, spezzarlo, ucciderlo.
No, noi non vogliamo raggiungere nessuno. Ma vogliamo camminare sempre, notte e giorno, in compagnia dell’uomo, di tutti gli uomini.

Per l’Europa, per noi stessi e per l’umanità, compagni, bisogna rinnovarsi, sviluppare un pensiero nuovo, tentare di metter su un uomo nuovo.

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11 Risposte to “Antropocene 2 – Prima l’Africa!”

  1. Cesira Says:

    L’ utopia di Fanon si è dissolta, l’ Africa, attualmente, è terra di lotte fratricide simile a quelle combattute in Europa, di un drammatico accrescimento della popolazione, di una vasta corruzione che condanna all’ indigenza la maggioranza della popolazione.
    Il futuro? forse la Natura punirà tutta l’ umanità distruggendola, come
    è stata distrutta Atlantide.

  2. Paolo Reale Says:

    Non ho mai creduto alla migrazione umana come spinta naturale al voler stare assieme per formare un Pangea multietnica. Credo piuttosto alle disgrazie, alla malattia e alla siccità. Questo spinse gli uomini a muoversi. Quando più avanti nel tempo hanno potuto controllare in una certa misura natura e forme di sostentamento sono rimasti dove stavano.
    La rappresentazione delle migrazioni umane come naturale presupposto alla creazione di un uomo culturalmente omologato è una prerogativa della sinistra moderna figlia e concubina del capitalismo. L’idea di una società multietnica potendo stare comodamente ognuno nelle proprie villette è accoglienza col culo degli altri. La stessa vecchia solfa radical chic insomma.

  3. md Says:

    @Paolo Reale
    In verità è piuttosto altrettanto contingente (se non inspiegabile) lo stanziamento agricolo e la nascita degli imperi. Per molto più tempo gli umani, mossi da necessità (ma forse, chissà, anche da curiosità) sono stati se non nomadi sicuramente pendolari, visto che le culture di raccolta e di caccia sono state prevalenti fino a 10mila anni fa. Anche la rappresentazione della stanzialitá agricola come progresso delle sorti umane, a voler dar retta ad Harari, andrebbe radicalmente rivista: forse si è trattato della più nefasta delle omologazioni, ben prima dell’avvento della rivoluzione industriale. Tant’è: questi sono i processi in corso e con questi dobbiamo fare i conti e, visto che l’immaginazione ai sapiens non manca, magari immaginandosi sistemi sociali meno mortiferi.
    Ma temo sia tardi, ormai.

  4. md Says:

    Tra l’altro non vedo come possano nascere culture varie e diverse senza migrazioni: solo l’esplorazione, pur necessitata, del globo ha consentito quell’enorme diversificazione. Chiaro altresì che i processi migratori del presente sono funzione della divisione internazionale del lavoro e delle logiche del capitale.
    Oltreché del clima, delle spinte demografiche, dell’impoverimento, ecc.ecc. – tutto però in un quadro per la prima volta globale e globalizzato.

  5. Paolo Reale Says:

    Confondere l’immigrazione con l’ottenimento di maggiori diritti è un’incongruenza tipica delle democrazie moderne, lo spostamento costante, l’immigrazione a tutti i costi come segno di democrazia planetaria realizzata.
    Più che qualsiasi altra cosa il fatto di potersi muovere continuamente, sembra possa garantire un ulteriore e più definitivo sviluppo delle democrazie.
    Ecco tutti i paradossi e le falsità che ne conseguono
    – In tempi antichi l’uomo è sempre stato nomade
    Certo perché era obbligato ma appena ha potuto si è fermato dove stava meglio
    – le culture migliori nascono dal mix tra culture diverse
    Falso esistono e sono esistite culture magnifiche che si sono sviluppate nel pieno isolamento ed anzi sono morte appena sono state contaminate dall’esterno
    – L’idea stessa di progresso significa una grande cultura unica per tutti gli uomini delle terra
    Falso perché la riduzione e l’omologazione delle culture ad un unica forma è utile solo al capitale e la scomparsa delle diverse identità legate ai valori territoriali sarebbe un disastro.
    – Alla fine ci arrenderemo a questo perché è inevitabile
    Falso ci sono culture che convivono assieme e a stretto contatto da più di centinaia di anni e provando ad avvicinarsi il meglio che hanno prodotto sono mostruosità subculturali utili solo al consumismo.

  6. md Says:

    @Paolo Reale
    proprio perché la storia è essenzialmente contingente e non pre-determinata, anche le tue obiezioni sono facilmente falsificabili: non esiste alcuna necessità che le culture convergano e si omologhino né che permangano nella loro intangibile purezza (ammesso che esista). Né l’una né l’altra strada sono pre-scritte – mentre sulla loro auspicabilità il terreno è ancora più scivoloso (alcune mescolanze sono state mirabili, così come alcune chiusure sono state fatali).
    Oltre vent’anni fa avevo trattato questi temi nella mia tesi su Rousseau, il quale paventava quel che oggi sta succedendo, tant’è che una delle sue raccomandazioni era “resserrez les limites”: meglio piccole patrie che grandi meccanismi fatalmente distruttivi. Dopo di lui Marx aveva immaginato un esito diverso per quel che gli appariva come un’inevitabile convergenza delle sorti della specie umana nella globalizzazione capitalistica, pensando di poter gettare l’acqua sporca (il capitale) salvando il bambino (la socializzazione del progresso).
    Oggi siamo ancora incagliati in quel groviglio così tipico della modernità – rimane il fatto che continuo a pensare che la storia umana sia affascinante proprio per la sua radicale contingenza. Cosa che, ovviamente, non ci garantisce affatto da sviluppi ancora peggiori degli attuali.
    Tuttavia il mito (o l’illusione) della libertà è ancora duro a morire.

  7. Paolo Reale Says:

    @ Mario Domina
    Il mio pensiero è semplice: la libertà non è muoversi, ma poterlo fare partendo dalla premessa che chiunque possa essere se stesso e vivere una vita dignitosa ovunque si trovi. Se così non è bisogna risolvere i propri progressi tecnici e le proprie rivoluzioni a casa propria, perché andarsene ha prodotto un esistenza infelice di chi va in passato ed oggi anche l’insofferenza di chi ospita.
    I volumi e i modi con cui viene strumentalizzata oggi l’immigrazione sono sotto gli occhi di tutti mentre fino a un anno fa erano materia da complottisti (vedi link sotto ma anche “la verità sui migranti” su YouTube di Luca Donadel) perché la mafia e certe cooperative colluse coi giornali preferiscono trattare di donne incinte e bambini affogati invece che di milioni di migranti economici che inseguono il mito di una ricchezza fatta di denaro invece che di diritti.
    È proprio questa la vera disgrazia planetaria, o forse solo l’ultimo tassello di un capitalismo globale realizzato, gli schiavi moderni si autodeportano e i mezzi di trasporto hanno sostituito le rivoluzioni.

    http://www.lonesto.it/?p=43664&&fdx_switcher=true

  8. md Says:

    @Paolo Reale: l’esistenza infelice mi pare riguardi indifferentemente sia chi sta a casa propria sia chi non ci sta (poi bisognerebbe definire meglio quel “casa propria” – e chiedersi come mai rivoluzioni e progressi tecnici siano così mal distribuiti).
    Dopo di che è più facile “essere se stessi” e vivere una vita dignitosa quando si nasce (per puro caso) oltre la linea più fortunata del confine…

  9. md Says:

    (e ad ogni modo credo che la gran parte dei “clandestini” [clandestini per chi, poi?] non abbia alcun bisogno di fingere o di recitare lacrime o traumi)

  10. Paolo Reale Says:

    @ Mario Domina
    “chiedersi come mai rivoluzioni e progressi tecnici siano così mal distribuiti”
    ?!?!?
    Cioè?
    Bisognerebbe cominciare a sentirsi responsabili anche della mancanza di impeto rivoluzionario nei paesi altri?
    O pensi forse che a noi italiani ci abbiano regalato gli altri paesi i progetti o le materie prime per costruire ponti o dighe?
    Ma a che punto siamo arrivati?
    P.S. la documentarista canadese che ha ripreso (di nascosto) la direttrice della seconda più grande ONG del mondo che racconta di come istruisce i migranti a mentire recitare e fingere non è una che ha un opinione ma purtroppo fatti documentati che diventeranno un film e su questi non si può avere opinioni ma confutarli o ammettere che sono veri e magari cambiare le nostre opinioni senza troppa paura della reductio ad Hitlerum. Stesso dicasi per Luca Donadel il quale da giovane studente che era ha addirittura provocato un’ interpellanza Parlamentare su un tema grave come la mafia delle ONG che non vanno a prendere i migranti in mezzo al mare ma davanti alle loro coste mercanteggiando al telefono con militari ed ex signori della guerra africani i numeri di poveracci da trasportare.
    L’immaginario collettivo continua ad essere nutrito di bambini affogati mentre dietro a tutte le opinioni più o meno colorate ci sono questi fatti…appunto, fatti.
    Le prime comunità straniere per numeri di immigrati in Italia non arrivano dall’Africa e non scappano da nessuna guerra, ed anche questo è un fatto.
    I cinesi compenetrano economicamente gli altri paesi da 170 anni e rifiutano categoricamente di integrarsi con qualsivoglia cultura, anche questo è un fatto.
    Il solo fatto che sia così scomodo ragionare di queste cose in questi termini dovrebbe fare se non altro sorgere il dubbio (sano) che ci sia qualcosa di vero.

  11. md Says:

    Sì, caro Paolo Reale, come sono “fatti” (magari un po’ più determinanti) alcuni secoli di colonizzazione, lo schiavismo, l’imperialismo, il congresso di Berlino, la spartizione dell’Africa, l’attuale uso dell’Africa come immensa discarica della nostra monnezza digitale, ecc. ecc.
    Che poi i paesi africani non siano riusciti ad autodeterminarsi, come auspicava Fanon, è altrettanto un fatto: ma quanti paesi del mondo, oggi, sono davvero in grado di autodeterminarsi senza essere eterodiretti dagli istituti finanziari o dagli algoritmi?

    Il punto è proprio questo: l’Occidente (essenzialmente l’Occidente) ha avviato il processo di globalizzazione e l’internazionalizzazione del mercato del lavoro – un processo che ormai non è più condotto in solitaria dalle potenze occidentali, ma che riguarda altre potenze emergenti. Ergo: non puoi pretendere di seminare vento senza poi raccogliere tempesta.
    Delle due l’una: o si blocca la globalizzazione (ovvero si rompe la macchina capitalistica), e ciascuno sta autarchicamente a casa propria (merci e materie prime comprese) oppure si va fino in fondo – in ogni caso saranno dolori, viste le dimensioni demografiche raggiunte. Tertium, al momento, non datur.

    Per quanto concerne le Ong, Negri e Hardt avevano scritto in Impero pagine interessanti sull’umanitarismo occidentale (come strategia morale riparatrice, frutto di cattiva coscienza e di ipocrisia) – mentre invece l’attuale logica criminalizzatrice, con l’annesso dibattito, mi paiono francamente imbarazzanti. Un po’ come la macchietta italiana del giudice catanese a caccia di rifiuti tossici sulle navi di migranti.

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