Il succulento contenuto della mia valigia randagia

(nella raccolta La lanterna del filosofo di Guido Ceronetti, edita da Adelphi, ci sono alcune pagine illuminanti dedicate a Spinoza e Schopenhauer: quel che segue ne è una sintesi, seppure frammentaria, seguita da alcune mie considerazioni sull’ottimismo)

1. Errore, dolore, stortura, peccato, mostruosità, caricatura, assurdità, imperfezione, deformità, stranezza, demenza, miseria: Spinoza espunge tutto ciò – ovvero, la carne e il sangue dell’umanità (“il succulento contenuto della mia valigia randagia”, dice Ceronetti) – dal suo sistema perfetto. Come può un umano errante definirsi spinozista?
L’Etica abolisce il tragico, sloggia il culto di Thanatos dall’Occidente (operazione perfettamente riuscita) fino all’incretinimento.
I bambini, le donne, i malati dell’anima, i pazzi, i suicidi (e gli animali) – sono gli assoluti incompresi da Spinoza. I buchi nel suo sistema. E il buco più grande di tutti – l’immaginazione, impurità cadaverica.
Non si può credere alla perfezione metafisica del mondo – ma alla perfezione della vita di Spinoza sì: era un cristallo puro tra scoli sudici e bisbigli d’odio; un lino intatto su un tavolo dove qualcuno conta sordidamente denaro con mani unte.
Fu felice Spinoza – nonostante credesse fermamente al verso di Campanella Ma ride al tutto la parte che geme?
Rideva al tutto l’agonia di Spinoza quel 21 febbraio 1677?

2. L’antinatalismo di Schopenhauer è un atto etico, se non addirittura amoroso-ontologico, nei confronti dei non-nati. I dottori talmudici ritenevano la non procreazione un peccato grave, un non voler rassomigliare a Dio – come se ciò non fosse un atto blasfemo.
L’antibiblismo ed antiebraismo ed antihegelismo di Schopenhauer fanno tutt’uno con il più radicale pessimismo e respingimento di ogni moltiplicatore della malefica volontà di vivere.
La tomba di Schopenahuer, a Francoforte, pare venga sempre coperta di fiori freschi.
Occorre essergli riconoscente per avere riconosciuto in Hegel un pericoloso ciarlatano, un idolatra nefasto della storia: chi impara da Schopenhauer non avrà mai idoli di partito, di classe, di razza, di nazione, di Stato. Come non avrà l’idolatria della storia non avrà nemmeno quella della vita. Perché nessuna idolatria è buona, e da Schopenhauer non si esce idolatri.
Il dileggio dell’ottimismo del suo secolo era più che giustificato – da quell’ottimismo sono colati i peggiori orrori del nostro.
E però si continua a predicare ottimismo, con un accecamento che ha del satanico e dell’immondo.
Né Buddha né Satana: una magnifica testa pensante, un’evasione da molte galere del pensiero. Un fiore, molti fiori, sempre per Schopenhauer.

***

3. Confesso che mi sono trovato a disagio nel leggere questi testi così urticanti – e però così veri. Non che io sia un idolatra, per lo meno non dell’ottimismo ebete, né tantomeno della storia o della vita. Forse un po’ lo sono stato in passato. Di sicuro ho avuto un mio periodo cristiano, poi hegeliano, poi spinozista – ma ogni dio e ogni idolo si è infranto. Marx non lo consente, per fortuna e per costituzione originaria: potrei dirmi marxista o marxiano (o marziano), ma gli idoli e le ideologie franano sotto il suo maglio critico-dialettico (che però gli si ritorce contro in non poche occasioni). Dunque che sono?
Un cauto scetticismo è sempre benvenuto – d’altra parte il vero, diceva Hegel da dialettico estremista qual era, è il divenire di se stesso, che è come dire che non si dà in una volta sola, e che dunque rischia di non darsi proprio.
Meglio forse tornare alla buona vecchia sostanza spinozista o all’essere parmenideo? Saprebbe troppo di ritorno all’osso – al suo ontologico culo di pietra e a una qualche forma di radicamento terrestre – dopo che lo spirito ha creduto di liberarsene – e di librarsi come un’alata testa d’angelo. D’altra parte è il bivio che ci attende: una supposta immortalità digitale (ovvero la realizzazione perfetta dell’antico dualismo, a detrimento del corpo) o l’approdo ad una sostanza algoritmica che ci ingloberà tutti quanti. Come dire: eravamo macchine e torneremo ad esserlo – dopo che per una breve parentesi ci siamo creduti spiriti liberi (la sostanza che si fa soggetto). E del resto, l’etica di Spinoza non era forse una macchina geometrizzante e necessitante?
E allora eccola, la sostanza dell’attuale ottimismo: metafisica allo stato puro – dispensata a piene mani tramite 10 miliardi di smartphones sparsi sul pianeta (o i loro eventuali successori super-intelligenti e impalpabili). La globalizzazione hegeliana dello spirito realizzata. E ancora una volta Schopenhauer nell’angolo, altero e disdegnoso, dal sopracciglio incazzoso: che vuote teste di legno che siete!

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