#100Dante 51-60

#100Dante 51.
Senti’mi presso quasi un mover d’ala
e ventarmi nel viso e dir: “Beati
pacifici, che son sanz’ira mala”.
(Purg. XVII, 67-9)
Piovono “dentro all’alta fantasia” visioni estatiche (di ira punita) così potenti da sigillare la mente di Dante ad ogni percezione esterna. Seguirà un’altra lezione, questa volta impartitagli da Virgilio, sul concetto di amore e su come la sua difformità viene punita e ripartita in Purgatorio.

#100Dante 52.
Novo pensiero dentro a me si mise,
del qual più altri nacquero e diversi;
e tanto d’uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,
e ‘l pensamento in sogno trasmutai.
(Purg. XVIII, 141-5)
Chiusa bellissima: per tre canti Dante ha ascoltato discorsi impegnativi sui concetti di amore e libertà, e sul loro rapporto, e ora la sua mente è in subbuglio, finché non sopraggiunge l’invocata quiete del sonno.

#100Dante 53.
“Vidi che lì non si quetava il core,
né più salir potìesi in quella vita;
per che di questa in me s’accese amore”.
(Purg. XIX, 109-11)
È papa Adriano V a parlare, dal girone degli avari: dopo aver fatto rapida carriera (già cardinale a vent’anni), giunge al soglio pontificio all’età di 46 anni, ma vi resta poco più di un mese. Avido di onori e di potere, si converte appena in tempo alla forma più alta e vera di amore.

#100Dante 54.
“Ultimamente ci si grida: ‘Crasso,
dilci, che ‘l sai: di che sapore è l’oro?”
(Purg. XX, 116-7)
È il canto di Ugo Capeto, “radice della mala pianta” dei re francesi, naturalmente uno peggiore dell’altro. Il Crasso citato è il ricchissimo triumviro romano, nella cui bocca il re dei Parti fece versare oro fuso – usato qui come esempio di avarizia punita.

#100Dante 55.
“Or puoi la quantitate
comprender dell’amor ch’a te mi scalda,
quand’io dismento nostra vanitate,
trattando l’ombre come cosa salda”.
(Purg. XXI, 133-36)
Il poeta latino Stazio, dopo aver scoperto da un Dante divertito che di fronte a lui c’è il seme, la madre e nutrice del suo stile poetico, cerca di abbracciare Virgilio dimenticando (dis-mentendo) che sono entrambi ombre. Magnifico esempio di smarrimento estatico-amoroso.

#100Dante 56.
“Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte”.
(Purg. XXII, 67-9)
Stazio (che sconta il peccato della prodigalità, non dell’avarizia, quale opposta dismisura) risponde alle domande di Virgilio, riconoscendogli il ruolo di luce anticipatrice che risplende nelle tenebre.

#100Dante 57.
Nelli occhi era ciascuna oscura e cava,
palida nella faccia, e tanto scema,
che dall’ossa la pelle s’informava:
non credo che così a buccia strema
Eresitone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n’ebbe tema.
(Purg. XXIII, 22-7).
La paura di Eresitone, figlio del re di Tessaglia, punito di fame insaziabile, era quella di cibarsi delle proprie carni. Tra queste anime rinsecchite dei golosi, Dante incontra l’amico Forese Donati, cui metterà in bocca una violenta quanto stonata invettiva contro le donne liberali e “svergognate”.

#100Dante 58.
…“Donne ch’avete intelletto d’amore”.
E io a lui: “I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando”.
(Purg. XXIV, 51-4)
Dante, stilnovista, marca seccamente la distanza dai rimatori precedenti, qual è il suo interlocutore Bonagiunta da Lucca: l’ “amor” che muove la sua anima, e gli detta i versi, sta decisamente più in alto, sia in termini etici che estetici.

#100Dante 59.
“Lo motor primo a lui si volge lieto
sovra tant’arte di natura, e spira
spirito novo, di vertù repleto,
che ciò che trova attivo quivi tira
in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
che vive e sente e sé in sé rigira”.
(Purg. XXV, 70-5)
È Stazio a svelare come si forma la natura umana. Dio – motor primo – si compiace di infondere il suo spirito nell’anima umana, la quale è insieme vegetale (vive), animale (sente) e razionale: sé in sé rigira, coscienza che sa di essere tale. Da Aristotele ad Alberto Magno.

#100Dante 60.
E sanza udire e dir pensoso andai
lunga fiata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più m’appressai.
(Purg. XXVI, 100-2)
Lui è il poeta e maestro Guido Guinizzelli, che Dante rimira pensoso, in silenzio e con reverente affetto, guardandosi nel contempo dal “foco che li affina” – il fuoco che purga i lussuriosi del settimo e ultimo girone.

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