#100Dante 61-70

#100Dante 61.
“Non aspettar mio dir più né mio cenno:
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio”.
(Purg. XXVII, 139-42).
La missione di Virgilio volge al termine, e Dante si trova ormai alle porte del Paradiso: ora è in grado di autodeterminarsi, e di accordare ragione e desiderio.

#100Dante 62.
E là m’apparve…
una donna soletta che si gìa
cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.
(Purg. XXVIII, 37-42)
La donna è Matelda, che accoglie Dante nell’Eden, luogo dell’età dell’oro e dell’innocenza originaria, “campagna santa” che “d’ogni semenza è piena”. E per una volta il Dante cittadino tesse le lodi di una natura rigogliosa.

#100Dante 63.
Or convien che Elicona per me versi,
e Uranìa m’aiuti col suo coro
forti cose a pensar mettere in versi.
(Purg. XXIX, 40-2)
Il poeta chiede aiuto alle Muse, dato che ancora una volta il suo canto dovrà elevarsi a cantare cose sovrumane e quasi indicibili: qui in particolare, all’avvio di una mistica e visionaria processione. Da leggere con voce estatica.

#100Dante 64.
…così dentro una nuvola di fiori…
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio…
d’antico amor sentì la gran potenza.
(Purg. XXX, 28, 32-4, 39).
Un’altra donna compare all’improvviso, anch’essa accompagnata da motivi floreali: Beatrice oscura malinconicamente il maestro che fin qui ha guidato (e salvato) il peccatore Dante. Ma non ingannino le luci amorose e soffuse: egli dovrà ancora bere l’amaro calice di un severo processo.

#100Dante 65.
Come balestro frange, quando scocca
da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
e con men foga l’asta il segno tocca,
sì scoppia’ io sott’esso grave carco,
fuori sgorgando lacrime e sospiri,
e la voce allentò per lo suo varco.
(Purg. XXXI, 16-21)
Mai si finisce di apprezzare la precisione stilistica (oltre che la bellezza) delle similitudini dantesche: la troppa tensione dell’arco finisce per spezzarlo, mentre il colpo non va a segno – così come l’ammissione di colpa e l’umiliazione di Dante (il “sì fuor della bocca” dei versi precedenti) ne frantumano l’anima e ne spezzano la voce.

#100Dante 66.
Tant’eran li occhi miei fissi e attenti
a disbramarsi la decenne sete,
che li altri sensi m’eran tutti spenti.
(Purg. XXXII, 1-3)
Il canto si apre con la fissità degli occhi di Dante sul volto di Beatrice, a “disbramarsi” – ovvero a saziarsene – a dieci anni dalla morte. Ma subito si sente risuonare un “troppo fiso!”: quasi che in quello sguardo ci fosse qualcosa di eccessivo, l’eco di un desiderio mai sopito, di natura tutt’altro che spirituale…

#100Dante 67.
“Ma perché tanto sovra mia veduta
vostra parola disiata vola,
che più la perde quanto più s’aiuta?”
(Purg. XXXIII, 82-4)
Nonostante Dante si sia immerso nelle acque di Lete, non è ancora in grado di afferrare l’altezza del linguaggio filosofico di Beatrice, il linguaggio della verità scientifico-teologica, libero dalle parzialità delle dottrine filosofiche terrestri. Per quanto egli sia ormai in cammino, “puro e disposto a salire alle stelle”.

***

#100Dante 68.
La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più della sua luce prende
fu’io…
(Par. I, 1-5)
Dante ascende all’Empireo (la cosmologia è quella tolemaico-aristotelica, giova ricordarlo): Dio è luce, e tutti i sensi si accendono e potenziano in questa ascesa, anche se – ci ricorda Beatrice – è cosa naturalissima, poiché le creature razionali ad altro non aspirano che a ricongiungersi al loro principio. Il primo canto del Paradiso è un vero e proprio incipit sinfonico.

#100Dante 69.
L’acqua ch’io prendo già mai non si corse…
(Par. II, 7)
Anche il secondo canto è una protasi (proemio del poema) e Dante avverte noi uditori che lo stiamo seguendo “in piccioletta barca” di interrompere la lettura qualora non fossimo pronti a seguirlo nel pelago ignoto (e, come già Ulisse, ad affrontare il “folle volo”).

#100Dante 70.
E quest’altro splendor che ti si mostra…
non fu dal vel del cor già mai disciolta.
Quest’è la luce della gran Costanza…
(Par. III, 109, 117-8)
Siamo nel primo cielo, quello lunare, i cui spiriti non compirono i voti. A parlare è Piccarda, che presenta prima sé e poi Costanza, figlia di Ruggero II: entrambe monache smonacate a forza, costrette a seguire “fuor della dolce chiostra” le logiche mondane, conservano però in fondo al cuore la scelta del velo, da cui mai potranno essere separate.

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2 Risposte to “#100Dante 61-70”

  1. isidoromartinelli Says:

    Un plauso a te, che in questi tempi di connessioni e disconnessioni perverse, ci riproponi la Suprema Poesia, sperando che “parva scintilla gran fiamma seconda !”.
    Un caro saluto !

  2. md Says:

    Grazie, un saluto a te!

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