#100Dante 71-80

#100Dante 71.
Beatrice mi guardò con li occhi pieni
di faville d’amor così divini,
che, vinta, mia virtute diè le reni,
e quasi mi perdei con li occhi chini.
(Par. IV, 139-42)
Non ci si faccia ingannare dalla bellezza svenevole di questa chiusa: l’amore di cui si parla è effetto (o meglio causa) del ragionare con cui l’intero canto risolve i dubbi di Dante. L’amore di Beatrice è amore del vero, amore intellettuale, che effonde sé con luce che gli occhi dei mortali non sanno reggere.

#100Dante 72.
Lo suo tacere e ‘l trasmutar sembiante
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che già nuove questioni avea davante;
e sì come saetta che nel segno
percuote pria che sia la corda queta,
così corremmo nel secondo regno.
(Par. V, 88-93)
Il “trasmutare” è verbo tipico di questa rapida ascesa da un cielo (o regno) all’altro del Paradiso; Beatrice muta aspetto, così come Dante muta interiormente: ad ogni questione chiusa un’altra gli si apre dinanzi, in una crescente dialettica di approssimazione all’assoluto.

#100Dante 73.
“Cesare fui e son Giustiniano,
che, per voler del primo amor ch’i sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano”
(Par. VI, 10-12)
La trilogia dei canti politici (i sesti di ogni cantica) non poteva che chiudersi con la storia e l’inno dell’idea imperiale, a parere di Dante unica garante di pace e di unità sulla terra. Giustiniano è “spirito attivo” per eccellenza.

#100Dante 74.
Io dubitava, e dicea “Dille, dille!”
fra me: “dille” dicea, alla mia donna
che mi disseta con le dolci stille;
ma quella reverenza che s’indonna
di tutto me, pur per Be e per ice,
mi richinava come l’uom ch’assonna.
(Par. VII, 10-15)
Tra i versi più belli della Commedia (se ne ascolti la dizione di Carmelo Bene). I dubbi rampollano nella mente di Dante, che però si schermisce e cerca, come già nel canto XVIII del Purgatorio, di trovar pace nel sonno. Ma Beatrice non gli dà tregua: “Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona”…

#100Dante 75.
Vid’io in essa luce altre lucerne
muoversi in giro più e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.
(Par. VIII, 19-21)
Siamo nel cielo di Venere, il terzo regno degli spiriti amanti: la diversa luminosità delle anime-lucerne dipende dalle loro “viste interne”, ovvero dalla diversa profondità della loro visione di Dio. Dante incontra Carlo Martello (non quello di Poitiers, ma della casa d’Angiò), che al solito lamenta i pessimi successori ed eredi, “di dolce seme amaro”.

#100Dante 76.
“Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella”
(Par. IX, 32-3)
La stella è Venere, simbolo d’amore, in questo caso duplice, dato che Cunizza, sorella di Ezzelino, è stata prima appassionata amante di cose terrene, e poi, da inquisitrice, di quelle spirituali. Seguita a parlare Folco di Marsiglia, poeta ed inquisitore degli Albigesi. Insomma, vi è qui il Dante apologeta dell’inquisizione e fautore di crociate – anche se è pur sempre colpa di papi e cardinali, che pensano solo al “maladetto fiore”: il fiorino, il denaro, la roba.

#100Dante 77.
…tin tin sonando con sì dolce nota,
che ‘l ben disposto spirto d’amor turge;
così vid’io la gloriosa rota
muoversi e render voce a voce in tempra
ed in dolcezza ch’esser non po’ nota
se non colà dove gioir s’insempra.
(Par. X, 143-8)
Dante invita il lettore, all’inizio del canto, a levare “all’alte ruote meco la vista”. Siamo nel cielo del sole, il quarto, e gli spiriti sapienti che compongono la “gloriosa rota” son figure d’alto livello, tra cui spicca Tommaso d’Aquino che nomina gli altri: Salomone, Dionigi Aeropagita, Severino Boezio, Beda il Venerabile, Sigieri di Brabante… tutte anime cantanti – “più dolci in voce che in vista lucenti” – che fanno di questo uno dei canti più sonori e melodiosi della Commedia.

#100Dante 78.
“La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facìeno esser cagion di pensier santi”
(Par. XI, 76-8)
“Nacque al mondo un sole”: Tommaso, domenicano, narra la biografia di San Francesco, il “poverel di Dio” che sposa povertà (è a quell’unione che la terzina fa riferimento). Specularmente nel canto seguente sarà Bonaventura, francescano, a cantare la vita di San Domenico: “serafico in ardore” il primo, sapiente splendore l’altro – per Dante qualità complementari.

#100Dante 79.
“…e lucemi da lato
il calavrese abate Giovacchino
di spirito profetico dotato”.
(Par. XII, 139-41)
Dante si infervora per i grandi rinnovatori dello spirito evangelico, contro la deriva temporale della chiesa: non poteva mancare il visionario Gioacchino da Fiore, in odor di eresia, più che di santità.
Di grande effetto l’apertura di questo XII canto, con le sue fiamme rotanti, i dolci canti, gli arcobaleni – e la ninfa Eco “ch’amor consunse come sol vapori”.

#100Dante 80.
“Ch’i’ho veduto tutto il verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima;
e legno vidi già dritto e veloce
correr lo mar per tutto suo cammino
perire al fine all’intrar de la foce”.
(Par. XIII, 133-8)
Dopo aver risolto alcuni nodi speculativo-teologici, Tommaso raccomanda a Dante, tramite raffinate metafore e colti aforismi, la prudenza nei giudizi (il “piombo a’ piedi”): a noi l’apparenza, a Dio l’essenza!
Curiosità: tra gli erranti e i pescatori del vero senza averne l’arte, “li quali andavano e non sapean dove”, c’è anche Parmenide…

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