#100Dante 81-90

#100Dante 81.
Quell’uno e due e tre che sempre vive
e regna sempre in tre e ‘n due e ‘n uno,
non circunscritto, e tutto circunscrive”
(Par. XIV, 28-30)
L’uno e due e tre è l’eterno, il creatore, uno e trino, infinito – in una terzina tutti gli attributi di Dio, non abbracciabile (nemmeno dal pensiero) e che tutto abbraccia.
Salomone risolve una questione teologica sulla riunificazione di anima e corpo – e un amen accorato degli spiriti mostra a un Dante stupito il loro “disio de’ corpi morti”.

#100Dante 82.
“A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,
Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e nell’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida”.
(Par. 130-35)
Siamo passati dal quarto al quinto cielo: Marte, il regno degli spiriti militanti.
È questo il primo dei tre canti del Cacciaguida, trisavolo di Dante, che evoca i bei tempi della Fiorenza antica, quando “si stava in pace, sobria e pudica”.

#100Dante 83.
“Con queste genti vid’io glorioso
e giusto il popol suo, tanto che ‘l giglio
non era ad asta mai posto a ritroso,
né per division fatto vermiglio”.
(Par. XVI, 151-4)
Dante chiede a Cacciaguida di nominare le famiglie più autorevoli della Firenze dove sventolava alto il giglio bianco, non ancora insanguinato dalle faide. Di nuovo il gusto (biblico) per l’onomastica si fa ritmo e poesia: Io vidi li Ughi, e vidi i… Catellini, Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi… e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi, i Ravignani, Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci e Galli, i Calfucci, Sizii e Arrigucci…

#100Dante 84.
“Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”.
(Par. XVII, 58-60)
Dante chiede a Cacciaguida di prevedergli il futuro (viste le “parole gravi” sentite nelle cantiche precedenti): nonostante lui sia “tetragono” ai colpi della fortuna, “saetta previsa vien più lenta”.
(Vi è in questa parte del canto un florilegio di metafore straordinarie). E l’avo risponde: prima risolvendo un quesito sulla prescienza divina, e poi prefigurando la durezza dell’esilio. Che però Dante conosce molto bene, da almeno un quindicennio.

#100Dante 85.
O dolce stella, quali e quante gemme
mi dimostraron che nostra giustizia
effetto sia del ciel che tu ingemme!
(Par. XVIII, 115-7)
La stella è Giove, al cui cielo siamo ormai passati, dove schiere di spiriti giusti formano lettere e parole volteggiando e cantando. Dante auspica che per la seconda volta vengano cacciati i mercanti dal tempio – il papa qui preso di mira è probabilmente Giovanni XXII, dalla scomunica facile (in vista, pare, di monetizzarne la cancellazione).

#100Dante 86.
“A questo regno
non salì mai chi non credette ‘n Cristo,
vel pria vel poi ch’el si chiavasse al legno.
Ma vedi: molti gridan Cristo! Cristo!…”
(Par. XIX, 103-6).
La mente di Dante manifesta un dubbio alquanto spinoso: perché non può andare in Paradiso il pagano giusto, nato magari sulla sponda dell’Indo, che non conobbe Cristo? L’aquila dei giusti risponde col rovesciare la prospettiva: sapessi piuttosto quanti saranno coloro che gridan “Cristo! Cristo!” ad essere dannati. Dunque la fede non basta: il canto si chiude infatti con una dura requisitoria contro i re cristiani.

#100Dante 87.
Poscia che i cari e lucidi lapilli
ond’io vidi ingemmato il sesto lume
puoser silenzio alli angelici squilli,
udir mi parve un mormorar di fiume
che scende chiaro giù di pietra in pietra…
(Par. XX, 16-20).
Il concorso di luci e suoni forma lo sfondo percettivo su cui Dante è sollecitato ad ascendere intellettualmente (e a chiarire i dubbi, come l’acqua cristallina di un torrente di montagna).
La rassegna di spiriti giusti, a riprova del dubbio risolto nel canto precedente, mostra due pagani, Rifeo e Traiano: “che cose son queste?” si lascia sfuggire Dante, cui viene somministrata la “soave medicina” – metà comprensione e metà inintelligibilità del volere divino.

#100Dante 88.
“E dì perché si tace in questa rota
la dolce sinfonia di paradiso”.
(Par. XXI, 58-9)
Dante è salito al “settimo splendore”, il cielo di Saturno con la scala santa degli spiriti contemplanti. L’anima interrogata è Pier Damiano, che spiega al poeta il motivo del silenzio: alla potenza di quei suoni e luci, il suo intelletto non reggerebbe.
Poi rievoca il tempo monastico, “contento nei pensier contemplativi”, e dà una stoccata agli ecclesiastici coi loro cavalli coperti da ampi mantelli “sì che due bestie van sott’una pelle”. Subito un grido-tuono di indignazione stordisce il poeta.

#100Dante 89.
L’aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom’io con li etterni Gemelli,
tutta m’apparve da’ colli alle foci.
Poscia rivolsi li occhi alli occhi belli.
(Par. XXII, 151-4)
Dopo l’incontro con San Benedetto da Norcia, mesto per la decadenza del suo ordine, Dante ascende all’ottavo cielo, dal quale ruotando contempla, con vista chiara, i sette precedenti, oltre i quali vede la terra – l’aiuola feroce.
È questa una delle chiuse più belle della Commedia: lo sguardo esteso all’intero pianeta si risolve in un distacco ancora più radicale.

#100Dante 90.
fecimi qual è quei che disiando
altro vorrìa…
e per la viva luce trasparea
la lucente sostanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea…
la mente mia… di se stessa uscìo…
rimembrar non sape…
io era come quei che si risente
di visione oblita…
e così figurando il paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso…
ancora mi rendei
alla battaglia de’ debili cigli…
però non ebber li occhi miei potenza…
(Par. XXIII, versi vari)
In uno dei canti più complessi della Commedia, risalta la difficoltà di Dante di rendere in parole l’estasi che la visione suprema del paradiso induce (qui siamo già nel cielo delle stelle fisse, tra gli spiriti trionfanti prossimi a Dio): la mente umana non regge, esce da sé, oblìa, si scinde, devia, s’arrende, s’aliena, ed è infine rapita e traslata in altro – alterità assoluta.

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