Archive for febbraio 2019

Filosofia in 100 corti – 36

venerdì 22 febbraio 2019

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Antropocene 5 – Homo deus

sabato 16 febbraio 2019

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Il termine Antropocene fu coniato negli anni ’80 dal biologo Stoermer, e ripreso dal chimico olandese Paul Crutzen nel 2000 per sottolineare il cambio di paradigma nella definizione delle ere geologiche: non siamo più nell’Olocene, ma nell’Antropocene, cioè nel periodo in cui è la specie umana a determinare le condizioni generali di vita nel pianeta. Questo smottamento è dovuto essenzialmente alla principale delle caratteristiche specie-specifiche di homo sapiens, la più variabile delle sue invarianze biologiche, ciò di cui parleremo principalmente stasera – Nostra Signora Tecnica.

Possiamo ritenere che la tecnica [dal greco téchne: arte, saper fare,  da intendersi sia come imitazione che come manipolazione della natura: ciò che è artificiale ed artefatto, contrapposto a naturale] sia la facoltà di costruire protesi e dispositivi, la potenza di agire sull’ambiente esterno e su di sé (a fini adattativi e trasformativi) – ciò che è coessenziale alla stessa natura umana. Ovvero: l’essere umano non è concepibile senza le proprie capacità tecniche, non esiste un homo sapiens che non sia tecnico.
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Vertigine

domenica 10 febbraio 2019

Mi capita talvolta, durante le mie corse domenicali, di “pensare forte”, con un’intensità che magari non accade da (o per) giorni e settimane, favorito in genere dall’effetto di transe del movimento e del ritmo del corpo.
Così è stato poco fa, quando ho avuto una vertigine pensando a dove le vele, i cannoni e la stampa degli inizi della modernità ci avessero portato mezzo millennio dopo (oggi le vele sono internet e la rete, i cannoni la potenza tecnica globale, la stampa la nuova religione dei dati). Ma la vertigine maggiore è stata pensare ad un mio simile alla fine di questo secolo, quando volgendosi indietro con lo sguardo penserà a sua volta a dove l’intelligenza artificiale e le biotecnologie hanno portato la “sua” umanità.
Il vero brivido, però, è stato non riuscire ad immaginare quale forma quella coscienza, quello sguardo e quel corpo potrebbe avere, all’approssimarsi del XXII secolo.

#100Dante 91-100

venerdì 8 febbraio 2019

#100Dante 91.
“Io credo in uno Dio
solo ed etterno, che tutto il ciel move,
non moto, con amore e con disìo.
E a tal credere non ho io pur prove
fisice e metafisice…”
(Par. XXIV, 130-4)
Nei canti 24, 25 e 26, Dante viene esaminato sulle tre virtù teologali. Comincia San Pietro che lo interroga sulla fede, che viene in questi (e nei seguenti versi) fondata sia sulla ragione che sulla rivelazione – filosofia e religione in armonia.

#100Dante 92.
Ahi quanto nella mente mi commossi,
quando mi volsi per veder Beatrice,
per non poter veder, ben che io fossi
presso di lei e nel mondo felice!
(Par. XXV, 136-9)
È la chiusa del canto: il poeta è stato appena esaminato da San Giacomo sulla speranza, dopo di che sopraggiunge l’apostolo Giovanni (“colui che giacque sopra ‘l petto” di Gesù, nell’ultima cena) e Dante, a causa della credenza (erronea) della sua assunzione in cielo, lo fisserà a tal punto da rimanerne accecato.

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Neuroriduzionismo

sabato 2 febbraio 2019

Siamo liberi o siamo macchine? Siamo macchine che si credono libere, o esseri così liberi da poter decidere di diventare macchine, negando la nostra stessa libertà?
(Il fatto che me lo stia chiedendo non dimostra automaticamente che io sia libero – al più, che sono “libero” di chiedermelo).
Non sono certo nuovi gli argomenti volti a smontare la nostra pretesa costituzione ontologica quali esseri razionali, coscienti, liberi di scegliere o di determinarsi.
Gli stoici erano piuttosto fatalisti in proposito, mentre Epicuro ipotizzò una sorta di torta tripartita (anche se non ci è dato sapere in quali proporzioni): mi prendo la libertà di stabilire nella misura di un terzo la necessità naturale, un altro terzo la fortuna, e l’ultimo terzo il destino deciso da noi stessi. Linee che vanno in una sola direzione, linee che si muovono a caso, linee che deviano (klinàmen).
Spinoza (e, in continuità con lui, Schopenhauer) pensava che il libero arbitrio fosse frutto di immaginazione: gli esseri umani sono determinati dalla loro stessa costituzione naturale ed emotiva, sono per lo più superagiti dalle passioni (affetti o affezioni), dalla volizione, dal desiderio, dalla forza propulsiva del conatus. Essere liberi nel mondo di Spinoza significa solo accettare di essere cosiffatti – estremizzando: accettare di essere delle macchine naturali. Leibniz distingueva tra macchine organiche (le cui parti sono macchine all’infinito) e macchine artificiali, che una volta smontate non sono nulla: e comunque la coscienza viene garantita da quel crescente fenomeno percettivo che attraversa la materia fino a farle aprire gli occhi, e che nel sistema leibniziano ha nome monade.
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Un mondo senza di noi

venerdì 1 febbraio 2019

Nella sua visione piuttosto apocalittica, criticando un mondo in cui si fa fatica ad immaginare le conseguenze dell’azione della tecnica, Günther Anders rovescia proprio ľassunto che Marx aveva criticato nella celebre XI tesi su Feuerbach – e che Enzensberger aveva reso con lo slogan il problema non è più trasformare il mondo, ma risparmiarlo. Scrive a tal proposito Anders: «Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche ďinterpretarlo. E ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi».
Ma c’è un aspetto ancora più inquietante nella profezia di un mondo senza uomo (che non è però detto che sia peggiore della prospettiva di un uomo senza mondo): mentre i vecchi utopisti, per definizione, non potevano produrre ciò che immaginavano, in quella che Anders definisce la sua epoca finale, l’homo sapiens ipertecnologico non è più in grado di immaginare ciò che produce. È questa discrasia – e la crescente divaricazione tra ľantica coscienza e una superintelligenza meccanica – a costituire il vero dilemma epocale nel quale ci stiamo imbattendo. In tutto questo, ľumanità potrebbe finire per essere concepita come la parentesi di un errore – e però proprio ľerrore diventare la nostra essenza più pura, in bilico tra due abissi temporali dominati dal meccanicismo.