#100Dante 91-100

#100Dante 91.
“Io credo in uno Dio
solo ed etterno, che tutto il ciel move,
non moto, con amore e con disìo.
E a tal credere non ho io pur prove
fisice e metafisice…”
(Par. XXIV, 130-4)
Nei canti 24, 25 e 26, Dante viene esaminato sulle tre virtù teologali. Comincia San Pietro che lo interroga sulla fede, che viene in questi (e nei seguenti versi) fondata sia sulla ragione che sulla rivelazione – filosofia e religione in armonia.

#100Dante 92.
Ahi quanto nella mente mi commossi,
quando mi volsi per veder Beatrice,
per non poter veder, ben che io fossi
presso di lei e nel mondo felice!
(Par. XXV, 136-9)
È la chiusa del canto: il poeta è stato appena esaminato da San Giacomo sulla speranza, dopo di che sopraggiunge l’apostolo Giovanni (“colui che giacque sopra ‘l petto” di Gesù, nell’ultima cena) e Dante, a causa della credenza (erronea) della sua assunzione in cielo, lo fisserà a tal punto da rimanerne accecato.

#100Dante 93.
“Opera naturale è ch’uom favella;
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v’abbella”.
(Par. XXVI, 130-2)
A parlare è Adamo, che soddisfa la curiosità di Dante sull’origine del linguaggio (universale ma insieme vario secondo i costumi umani). È questo un canto curioso e per certi versi asimmetrico: Dante ha risposto all’ultimo esame, quello sulla carità, ma poi la sua (e nostra) attenzione stupita va tutta all’“anima prima” e “padre antico” – cacciato dal paradiso terrestre per il “trapassar del segno”.

#100Dante 94.
“Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio che vaca
nella presenza del Figliuol di Dio,
fatt’ha del cimiterio mio cloaca
del sangue e della puzza; onde ‘l perverso
che cadde di qua su, là giù si placa”.
(Par. XXVII, 22-7)
È una delle invettive più violente di tutta la Commedia, contro la corruzione della chiesa e dei suoi pastori (“lupi rapaci”). A pronunciarla è l’usurpato San Pietro (per ben tre volte urla “il luogo mio”), mentre la luce attorno, il suo volto e la sua voce mutano colore e sembianza – facendosi rossi e colmi d’ira. Le immagini sono materialissime e quanto di più lontano ci si possa attendere dall’atmosfera rarefatta dell’ottavo cielo.

#100Dante 95.
“Mira quel cerchio che più li è congiunto;
e sappi che ‘l suo muovere è sì tosto
per l’affocato amore ond’elli è punto”.
(Par. XXVIII, 43-5)
Riappare Beatrice sulla scena e mostra a Dante il punto luminosissimo che si trova al centro del Nono cielo (quello del Primo mobile), e la maggior velocità impressa ai cerchi (della gerarchia angelica) più prossimi: Dio irradia l’amore che più infuoca chi più gli è prossimo. Ma, chiarirà Beatrice, è l’ “atto che vede” (l’intelletto) a fondare l’atto d’amore – che in Dio, evidentemente, sono tutt’uno.

#100Dante 96.
“S’aperse in nuovi amor l’etterno amore”
(Par. XXIX, 18).
Ed eccolo qui, l’amore divino che si apre come un fiore cosmico alla creazione: in uno dei versi più belli e pregni della Commedia, Beatrice concentra la sua soluzione al dubbio di Dante sul perché della creazione: non per difetto o bisogno, ma “perché suo splendore potesse, risplendendo, dir ‘Subsisto’”. Un risplendere contro le tenebre del nulla: ma perché l’essere anziché il nulla? – enigma solo agli occhi dell’umano errare (e filosofare).

#100Dante 97.
“Luce intellettual, piena d’amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogni dolzore”
(Par. XXX, 40-2)
Beatrice, in soli tre versi densissimi, ricapitola e ribadisce i caratteri essenziali dell’Empireo (il “ciel ch’è pura luce”) al quale lei e il suo compagno, provenienti dal Primo mobile, sono finalmente giunti. Da qui in poi si andrà compiendo il “trasumanar” annunciato in Paradiso I, in un crescendo estatico di cui Dante è insieme consapevole e strabiliato – e che vede i quattro canti finali scorrere come un unico (ed ebbro) flusso di coscienza.

#100Dante 98.
Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo calor fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei
che i miei di rimirar fé più ardenti.
(Par. XXXI, 139-42).
L’ultimo atto spetta a San Bernardo di Chiaravalle, che – in uno straordinario gioco di riflessi e rimandi visivi – indirizzerà lo sguardo di Dante verso la rosa mistica dei beati (la “rosa sempiterna”) dove risiede la Vergine (è a lei che si riferisce il “caldo suo calor”), che lo farà a sua volta rimbalzare sul volto divino: “vola con li occhi per questo giardino”, così lo sprona il grande mistico.

#100Dante 99.
“Qual è quell’angel che con tanto gioco
guarda nelli occhi la nostra regina,
innamorato sì che par di foco?”
(Par XXXII, 103-5)
Tra gli angeli e i beati che formano la rosa mistica, e dei cui nomi Bernardo rende edotto Dante, ve n’è uno che distende le ali di fronte a Maria – l’arcangelo Gabriele.
Al termine della rassegna, e al fine di consentire alla vista di Dante di penetrare “quant’è possibile per lo suo fulgore”, Bernardo si prepara a chiedere alla Vergine, con l’accorata orazione finale, di intercedere affinché si compia il cammino partito dall’ “infima lacuna”.

#100Dante 100.
Ma non era da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
All’alta fantasia qui mancò possa:
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
(Par. XXXIII, 139-45)
È la chiusa del canto – e di tutta la Commedia – che, come per le altre due cantiche, evoca le stelle.
Dante conclude il suo lungo viaggio oltremondano con uno scarto mistico che si conclude, a sua volta, con un vero e proprio scatto contemplativo e conoscitivo – la mente percossa dal “fulgore” che appaga il suo desiderio. Eppure, di quel Dio evocato lungo il canto come “ultima salute”, “sommo piacer”, “etterno lume”, “fine di tutt’i disii”, “alta luce che da sé è vera”, “valore infinito” – rimangono solo impressioni, visioni fugaci, lacerti di un sogno, e un dire “fioco” e inadeguato: con un poeta costretto a confessare di avere una fantasia limitata (in altezza e profondità) e penne non adatte all’ultimo “folle volo”.
Ma Dante, ci ha condotti fin qui, fino all’ultima soglia del mistero, della bellezza e dell’amore – per scoprire che siamo fatti della medesima stoffa di cui sono fatte le stelle.

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