Antropocene 5 – Homo deus

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Il termine Antropocene fu coniato negli anni ’80 dal biologo Stoermer, e ripreso dal chimico olandese Paul Crutzen nel 2000 per sottolineare il cambio di paradigma nella definizione delle ere geologiche: non siamo più nell’Olocene, ma nell’Antropocene, cioè nel periodo in cui è la specie umana a determinare le condizioni generali di vita nel pianeta. Questo smottamento è dovuto essenzialmente alla principale delle caratteristiche specie-specifiche di homo sapiens, la più variabile delle sue invarianze biologiche, ciò di cui parleremo principalmente stasera – Nostra Signora Tecnica.

Possiamo ritenere che la tecnica [dal greco téchne: arte, saper fare,  da intendersi sia come imitazione che come manipolazione della natura: ciò che è artificiale ed artefatto, contrapposto a naturale] sia la facoltà di costruire protesi e dispositivi, la potenza di agire sull’ambiente esterno e su di sé (a fini adattativi e trasformativi) – ciò che è coessenziale alla stessa natura umana. Ovvero: l’essere umano non è concepibile senza le proprie capacità tecniche, non esiste un homo sapiens che non sia tecnico.
Tuttavia, proprio la percezione di questa potenza e la dialettica tra limiti e superamento, tra finitezza e trascendenza, mortalità ed immortalità, ha generato una serie di ansie e di figure problematiche presenti nel nostro immaginario: da Prometeo a Dedalo, dal Golem a Frankenstein, da Faust all’apprendista stregone, la cultura occidentale è costellata di miti e storie che alludono a forme di punizione e di sconfitta per la troppa hybris, prepotenza e tracotanza – quando non a veri e propri tecnoincubi e oscure nemesi (basti pensare a tutto l’immaginario distopico contemporaneo, nel cinema e in letteratura). Se si vuole, il problema nasce già nell’Eden con l’albero della conoscenza, causa della cacciata: conoscere (non solo il bene e il male, ma l’intero cosmo) è assimilabile al potere divino.
D’altro canto il pensiero occidentale, specie in epoca moderna, spingerà sempre di più in direzione del superamento dei limiti fisico-naturali, attraverso l’uso della conoscenza e della potenza tecnica, l’applicazione delle teorie in campo pratico. Ecco qualche esempio in proposito:
Bacone, con la sua apologia delle novità tecnologiche all’alba dell’epoca moderna (vele, cannoni e stampa), è uno dei massimi assertori del metodo scientifico (nonostante la sua incomprensione della matematica e della visione quantitativa) finalizzato al dominio della natura: estorcerle i segreti anche in maniera brutale, ci consentirà di piegare la natura alle nostre esigenze. Nella tecnoutopia della Nuova Atlantide Bacone immagina i progressi che saranno possibili, e anticipa addirittura le biotecnologie: conoscere le forme naturali significherà avere il potere di modificarle e di crearne di nuove.
-Un secolo prima di Bacone, Pico della Mirandola aveva sottolineato con forza l’indeterminazione della natura umana: quando Dio creò l’uomo, avendo finito le forme disponibili, lo lasciò privo di una forma definita; e così come Proteo, la natura umana può riplasmarsi, trasformarsi e mutare natura in molteplici direzioni.
-Ma occorrerà attendere qualche secolo, prima che la potenza tecnica anticipata ed immaginata da queste idee si dispieghi concretamente: il Manifesto di Marx-Engels riconosce alla borghesia e al sistema capitalistico la capacità di rivoluzionare il mondo tramite la scienza e la tecnica: gli industriali, i tecnici e gli scienziati sono i nuovi apprendisti stregoni che non riescono più a controllare le immani forze da loro stessi evocate.

Tutto ciò ha finito per edificare una nuova forma di religiosità che ha preso il posto di tutte le fedi precedenti: l’umanesimo sancisce la salita al trono di homo deus, l’animale più debole e sprovveduto biologicamente che, grazie alla tecnica, diventa magicamente il dominatore della natura.
Il filosofo “apocalittico” Gunther Anders sostiene che siamo ormai giunti al punto finale di questa ascesa: dopo l’era atomica, ovvero la produzione della nostra stessa autodistruzione ad opera della tecnica, non c’è molto altro da aggiungere alla logica del “ciò che si può si deve fare”.

***

Noi questa sera ci occuperemo da una parte della forma estrema di questa hybris (ovvero di quella costellazione di figure, fedi e proiezioni più o meno futuribili ed immaginarie che vanno sotto il nome di “transumanesimo” o di “postumanesimo” – singolarità, superintelligenza, ecc.), e dall’altra del cuore della tecnica, ovvero del concetto di macchina. Se si vuole dei due estremi della dialettica della tecnica – l’alata testa d’angelo che homo sapiens vorrebbe diventare e la visione meccanicistica della vita.

Dobbiamo però partire da una considerazione preliminare: una visione tecnofobica è del tutto esclusa dal nostro ragionamento, a meno che non si voglia fare un discorso radicalmente antiumanistico ed estinzionista; fare a meno della tecnica non è solo impossibile ma sarebbe letale per la specie. Non è possibile uscire dalla tecnica più di quanto sia possibile uscire dalla propria pelle: ciò non toglie che una critica della tecnica e dell’illimitatezza insita nel suo dispiegarsi storico, sia quantomai opportuna.
Se ci si pensa bene, non c’è praticamente cosa del mondo umano che non sia tecnica o che non abbia a che fare con la tecnica.
La società è tecnica – già Platone parlava di “tessitura” sociale, mentre Hobbes rappresenta lo stato come una macchina fatta di tanti ingranaggi. Oggi si parla di “megamacchina” a livello globale, di un’unica rete e sistema della quale tutti facciamo parte.
Il nostro corpo, sicuramente a partire da Descartes, diventa una macchina: è stata anzi la sua teoria delle due sostanze (noi siamo due in uno, materia e spirito, corpo e anima, res extensa e res cogitans) a favorire questa macchinizzazione del corpo; a tal proposito basti leggere le pagine ammirate del Discorso sul metodo dedicate al cuore. Sarà tuttavia solo a partire dal ‘700, con l’homme-machine del medico e filosofo La Mettrie, che tale tesi si radicalizzerà ulteriormente, quando anche la mente verrà considerata alla stregua di qualcosa di materiale.
Ed è proprio questa concezione del tutto meccanica, ciò che ha permesso una macchinizzazione del corpo, una sua progressiva integrazione con la tecnica, e la nascita del corpo cyborg, insieme organico e meccanico: protesi, sostituzione di organi, sostanze chimiche, nanotecnologie, ecc. sono possibili proprio per la natura stessa del corpo umano, visto come macchina riparabile e sostituibile, al limite indefinitamente. I fondamenti delle attuali pratiche mediche e psichiatriche (e del passaggio dalla medicina che cura alla medicina che potenzia il corpo), stanno proprio nella visione meccanicistica della natura e, insieme ad essa, del corpo umano: poiché ogni cosa è strumento utilizzabile, diventa possibile intervenire su ogni cosa in modo tecnico-meccanico. Senza questa idea di fondo sarebbe impossibile immaginare un corpo transumano e potenzialmente immortale.

Il lavoro si è sempre più meccanizzato, fino a quella che appare come la più radicale automazione della storia, con la pressoché integrale sostituzione da parte di macchine e algoritmi della tradizionale forza-lavoro.
Mezzo secolo fa è nata la più potente rete comunicativa mai costruita – ovvero internet (le nuove vele di Bacone, mentre la stampa è diventata l’eterno flusso dei dati).
In tutto ciò, dopo millenni di sostanziale immobilismo, si ha la percezione di un’improvvisa ed impressionante accelerazione delle possibilità e dei processi, insieme alla netta sensazione dell’impossibilità di una via d’uscita: l’usabilità del mondo è qualcosa di ontologico e consustanziale al nostro modo di essere – a maggior ragione nel momento in cui viviamo in un ambiente integralmente tecnicizzato e meccanizzato. L’esito inevitabile è quel che alcuni filosofi (tra cui Severino) ha definito in termini di “Apparato”: il mondo della tecnica è anonimo e senza scopo, tranne quello di una sempre maggiore efficienza meccanica e quantitativa e di una sua crescita indefinita ed esponenziale.
La nostra “nicchia evolutiva” (un po’ come quella dei castori o dei lombrichi, che hanno modificato gli ambienti adattandoli alle loro esigenze evolutive) è diventata l’intera natura tecno-umanizzata. Un caso esemplare di inversione tra tecnologia e biologia è stata quella della digestione del latte: prima si costruisce un cibo, e poi si adatta il corpo ad assimilarlo.
Ma non solo la natura esterna, bensì, sempre di più, quella interna – la stessa “essenza” umana, è oggetto di crescente meccanizzazione. Le nuove frontiere della tecnica non riguardano più solo il corpo, ma la sua parte più inafferrabile: l’intelligenza, l’emotività, la coscienza.
Le neuroscienze (e i loro apparati biotecnologici) stanno trattando la mente umana alla stregua di un cervello-corpo meccanico: il dogma della riducibilità di ogni cosa a macchina trova qui il suo compimento.
Con l’intelligenza l’operazione è già riuscita: ormai si parla apertamente di sconnessione tra intelligenza e coscienza: l’intelligenza artificiale e le reti neurali non sono però assimilabili a dei computer (con lo stesso livello di intelligenza della macchina calcolatrice inventata da Leibniz, solo con una maggiore potenza di calcolo). Con l’AI non abbiamo più a che fare con una mera potenza di calcolo, ma con un oggetto radicalmente diverso: intelligenza che si evolve, reti sinaptiche artificiali che simulano cervelli, un vero e proprio salto qualitativo.
Ciò vuol dire che ogni cosa, tranne la “riserva della coscienza” (ma ancora per poco) viene trattata ormai alla stregua di macchina: la vita organica è costituita da macchine chimiche a base di carbonio che si costruiscono da sé.
A questo punto la convergenza tra biologia e informatica non è più solo un’analogia, ma una vera e propria omologia: l’algoritmo informatico spiega la biogenetica meglio di qualunque altra cosa (e del resto cos’altro è il DNA se non una tecnica informativa, un perenne flusso di dati?). Ogni organismo esegue i programmi che riguardano il proprio sviluppo attraverso algoritmi che lo predeterminano: tutto è macchina!

Ciò che però occorre chiarire è che non si tratta di processi recenti, di acquisizioni e rivoluzioni contemporanee: è quantomeno dal ‘600 (se non dall’omuncolo alchemico) che il terreno viene preparato all’avvento di questa nuova mentalità. La desacralizzazione della natura (insieme all’uscita di scena di Dio e delle vecchie morali castranti e punitive, specie del corpo), ha reso possibile lo sviluppo indefinito della tecnica: anche il denaro (e il capitale) sono delle tecniche. Ma senza una diversa immagine di uomo – senza l’avvento di homo deus – nessuna di queste tecniche avrebbe prevalso. E, se si guarda bene, si tratta essenzialmente di tecniche illimitate, incapaci di porsi limiti. Ciò che si può, si deve fare!
La novità del XXI secolo – effetto della grande accelerazione avvenuta nella seconda metà del Novecento – è che per la prima volta siamo in grado di retroagire sui nostri stessi fondamenti biologici in maniera massiccia: l’evoluzione ci insegna che nulla è immutabile e definitivo, ma fino ad ora i tempi evolutivi di homo sapiens erano stati piuttosto lenti, mentre ora siamo in grado di modificare lo stesso meccanismo evolutivo: abbiamo in mano la mappa genetica della vita, e ciò ci fa sentire delle neodivinità.
Già da qualche millennio erano intervenute alcune accelerazioni che hanno forzato natura e ritmi biologici: basti pensare al passaggio dall’epoca della caccia-raccolta seminomade alla stanzialità agricola, e, ancor più, agli imperi, alle città, fino alle megalopoli industriali: in pochi millenni, milioni, ora miliardi di umani, si sono trovati a vivere in società fortemente tecnicizzate e urbanizzate. La natura e gli animali sono stati in gran parte addomesticati; gli stessi corpi umani sono stati addomesticati, messi al lavoro, urbanizzati, meccanizzati.
In tutto questo poderoso processo storico-antropologico l’organo più sollecitato è stato senza dubbio il cervello, al punto da renderlo ormai autonomo dagli esiti della rivoluzione cognitiva.
Non è ben chiaro quanto tutti questi processi siano allineati ed armonizzabili: il neuroscienziato Damasio, ad esempio, sostiene che ci sia stata una discrasia tra biologia e cultura (troppo rapidi i mutamenti etici e sociali per non creare squilibri a livello emotivo e corporeo); il filosofo tedesco Jonas si era posto come obiettivo l’elaborazione di un’etica che fosse all’altezza dell’epoca della tecnica e della medicalizzazione; oggi lo storico Harari parla di dissociazione tra intelligenza e coscienza; infine, è sotto gli occhi di tutti l’incapacità della politica di gestire e indirizzare gli sconvolgimenti tecnologici cui stiamo assistendo.
In sostanza i vari piani – biologico, psicologico, neurologico, etico, politico, sociale, ecc. – sembrano non procedere in modo allineato ed armonico, specie a causa dell’accelerazione tecnologica e dell’iperstimolazione dei nostri modi di vivere, chiamati a modificarsi ormai nell’arco di nemmeno una generazione, con effetti di evidente saturazione cognitiva ed emotiva.
La vera domanda, a questo punto, non è più “che cosa siamo”, ma “che cosa stiamo perennemente diventando”.
Che tipo di macchine intendiamo essere? esiste ancora la coscienza o è solo il nome di un’entità legata ad un’epoca al tramonto? c’è qualcosa, in noi, di irriducibile al carbonio e al meccanismo che lo regge?
Nel momento in cui le biotecnologie, le biostampanti, i potenti algoritmi in movimento ovunque sul pianeta saranno in grado di sostituire integralmente le nostre parti usurate, che cosa diventeremo? Non saremo forse come la nave di Teseo, smontata e rimontata, ma senza più la medesima forma e identità – e, soprattutto, anima?
Yuval Harari, nelle ultime righe del suo affresco storico-antropologico Homo deus, dopo avere insistito in maniera talvolta cinica e brutale sull’esito pressoché inevitabile della macchinizzazione-artificializzazione del mondo, riassunta dalla nuova religione del datismo algoritmico, si (e ci) pone tre domande proprio a proposito dell’ineluttabilità dei processi:

1. La scienza sta convergendo verso un dogma universale ed onnicomprensivo di tipo riduzionistico, secondo cui la vita e la coscienza sono processi meccanici – ma davvero possiamo concepire gli organismi solo in termini di algoritmi?

2. L’intelligenza si sta affrancando dalla consapevolezza – ma davvero pensiamo che la prima sia più importante della seconda?

3. Dispositivi superintelligenti potranno conoscerci meglio di noi stessi – ma davvero potremo accettare che ci dicano come comportarci, agire, pensare sempre e in ogni caso?

Tutto ciò ricorda in modo impressionante la descrizione marxiana delle “potenze estranee” che ci governano, quel regno della necessità dal quale non abbiamo mosso un solo passo in direzione della libertà di autodeterminarci: abbiamo alienato nella megamacchina non solo le nostre potenze fisiche, ma sempre di più quelle spirituali e metafisiche. La coscienza – e il suo prodotto più pericoloso, la metafisica – ha aperto lo spazio nel quale l’essere umano, dopo aver deposto la propria animalità e finitudine biologica, si va ergendo nella nuova forma di un dio-macchina per governare la natura. Coorendo con ciò il rischio di essere stritolato dalle medesime potenze meccaniche super-intelligenti da lui evocate.
Verremo alla fine risucchiati da una sorta di Matrix invisibile, onnipotente e metafisica?

***

BIBLIOGRAFIA

M. O’Connell, Essere una macchina, Adelphi 2018
G. Pacchioni, L’ultimo sapiens, il Mulino 2019
N. Bostrom, Superintelligenza: tendenze, pericoli, strategie, Bollati B. 2018
M. Ford, Il futuro senza lavoro, il Saggiatore 2017
Macchine che pensano, Edizioni Dedalo 2018
A. Schiavone, Storia e destino, Einaudi 2007
S. Latouche, La megamacchina, Bollati Boringhieri 1995
D. Delillo, Zero K, Einaudi 2016
M. Tegmark, Vita 3.0, Raffaello Cortina 2018
G. Anders, L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri 1992
L. Mumford, Il mito della macchina, il Saggiatore 1969

FILMOGRAFIA
(intelligenza artificiale, biotecnologie, macchine, realtà virtuale)

Metropolis, F. Lang 1927
Tempi moderni, C. Chaplin 1936
L’invasione degli ultracorpi, D. Siegel 1956
L’esperimento del dottor K., K. Neumann 1958
2001 Odissea nello spazio, S. Kubrick 1968
Blade runner, R. Scott 1982
Terminator, J. Cameron 1984
La mosca, D. Cronenberg, 1987
Ghost in the shell, M. Oschii 1995 (animazione)
Johnny Mnemonic, R. Longo 1995
Gattaca, A. Niccol 1997
Matrix, A.L. Wachowski 1999
eXistenZ, D. Cronenberg 1999
L’uomo bicentenario, C. Columbus 1999
A.I., S. Spielberg 2001
Io robot, A. Proyas 2004
Guida galattica per autostoppisti, Hammer & Tongs 2005
Avatar, J. Cameron 2009
Lei, S. Jonze 2013
Transcendence, W. Pfister 2014
Lucy, L. Besson 2014
Ex-machina, A, Garland 2015

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