Archive for marzo 2019

La nazione delle piante (l’unica che mi piace)

giovedì 28 marzo 2019

art. 1 – La Terra è la casa comune della vita. La sovranità appartiene ad ogni essere vivente

art. 2 – La Nazione delle Piante riconosce e garantisce i diritti inviolabili delle comunità naturali come società basate sulle relazioni fra gli organismi che le compongono

art. 3 – La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate, e favorisce democrazie vegetali diffuse e decentralizzate

art. 4 – La Nazione delle Piante rispetta universalmente i diritti dei viventi attuali e di quelli delle prossime generazioni

art. 5 – La Nazione delle Piante garantisce il diritto all’acqua, al suolo e all’atmosfera puliti

art. 6 – Il consumo di qualsiasi risorsa non ricostituibile per le generazioni future dei viventi è vietato

art. 7 – La Nazione delle piante non ha confini. Ogni essere vivente è libero di transitarvi, trasferirsi, vivervi senza alcuna limitazione

art. 8 – La Nazione delle Piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio fra le comunità naturali di esseri viventi come strumento di convivenza e di progresso

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Lo scienziato e neurobiologo vegetale Stefano Mancuso ha scritto una vera e propria carta dei diritti dei viventi dal punto di vista delle piante – e poco importa che si tratti comunque di una visione antropocentrica, noi umani ci siamo messi al centro e noi umani dobbiamo risolvere il problema (magari togliendoci dal centro).

Filosofia in 100 corti – 37

mercoledì 27 marzo 2019

Antropocene 6 – Il linguaggio (e ciò di cui non si può parlare)

lunedì 18 marzo 2019

Linguaggio-della-mente

Ciò su cui rifletteremo stasera sarà la funzione del linguaggio nel contesto antropologico (o meglio antropogenetico) che abbiamo fin qui discusso: come agisce il linguaggio nella costruzione di quella seconda natura che l’uomo edifica sulle proprie basi biologiche, per “liberarsene”, o per allentarne le catene?
Le domande essenziali che potremo farci riguardano quindi la natura del linguaggio – o meglio: della facoltà di linguaggio, ovvero di quello strumento universale che caratterizza la specie homo sapiens per lo meno fin dalla rivoluzione cognitiva (e che probabilmente l’ha resa possibile), ma le cui origini appaiono ancora avvolte dal mistero:
-perché compare il linguaggio?
-che cos’è il linguaggio?
-ha a che fare con la biologia o con la cultura? è per natura o è per convenzione?
-in che cosa si differenzia dai linguaggi e dalle forme di comunicazione delle altre specie animali?
-che rapporto c’è tra linguaggio e pensiero?
-qual è l’influsso del linguaggio sugli individui e come gli individui si rapportano al linguaggio?
-è il linguaggio una tecnica?
-possiamo vivere senza linguaggio?

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Il Marx che c’è in me

venerdì 15 marzo 2019

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C’è una parte di me che è Ligotti e una parte di me che è Spinoza. Ovvero, una parte di me disperante, nichilista, antinatalista, estinzionista e una parte di me che pensa che natura sia ancora naturans e che esiste una potenza gioiosa e moltitudinaria che troverà soluzioni alle porcherie perpetrate da homo sapiens e dalle sue passioni tristi.
Sono entrambe antropocentriche queste polarità, occorre chiarire, nascono cioè dalla medesima superbia che nomina quest’epoca come Antropocene: con me o senza di me, sono pur sempre io a determinare quel che accadrà al pianeta. Almeno per ora.
Ma la cosa bella, sul piano individuale, è che tutto ciò mi permette di non essere mai tutto d’un pezzo. Oggi, ad esempio, ero Spinoza, non Ligotti. E ho sentito che era mio preciso dovere essere in piazza accanto (di lato, ma non defilato) ai ragazzi e alle ragazze chiamate alla mobilitazione da Greta Thunberg. Un dovere etico assoluto, senza riserve né menate psicoesistenziali o narcisistiche.
La parte spinozista di me. In attesa che si riaccenda il Marx che c’è in me.

Sestetto moderno

mercoledì 6 marzo 2019

Volendo ridurre all’osso la filosofia moderna, ne viene fuori un (breve) catalogo di risposte all’unica domanda sensata che il pensiero, ormai ridotto a se stesso, soggettivo e non oggettivabile, continua a porsi: che cosa sono – io – nell’economia dell’essere?
Naturalmente dipende anche da che cosa si risponde a proposito dell’essere, ma il problema sta proprio in questo garbuglio insieme ontologico e gnoseologico, dato che l’essere non è mai disconnesso dal soggetto che lo pensa e che si pensa in esso.
Nella ruota di possibili risposte che il soggetto pensante è in grado di fornire, c’è chi riduce l’essere ad un meccanismo chiuso in se stesso e privo di fine, dunque insensato anche se perfetto così com’è: la mente è solo il dente di una ruota del meccanismo, nulla di più, e deve accontentarsi di sapersi parte del meccanismo.
C’è poi chi riduce l’essere alla sua mera pensabilità – flatus vocis.
C’è chi ne fa un farsi del pensiero che, una volta emerso da una sostanza cieca e senza finestre, diventa l’occhio di quella sostanza – ciò che ne rivela il senso. Ciumbia! avrebbe detto un mio caro amico che fu.
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