Sestetto moderno

Volendo ridurre all’osso la filosofia moderna, ne viene fuori un (breve) catalogo di risposte all’unica domanda sensata che il pensiero, ormai ridotto a se stesso, soggettivo e non oggettivabile, continua a porsi: che cosa sono – io – nell’economia dell’essere?
Naturalmente dipende anche da che cosa si risponde a proposito dell’essere, ma il problema sta proprio in questo garbuglio insieme ontologico e gnoseologico, dato che l’essere non è mai disconnesso dal soggetto che lo pensa e che si pensa in esso.
Nella ruota di possibili risposte che il soggetto pensante è in grado di fornire, c’è chi riduce l’essere ad un meccanismo chiuso in se stesso e privo di fine, dunque insensato anche se perfetto così com’è: la mente è solo il dente di una ruota del meccanismo, nulla di più, e deve accontentarsi di sapersi parte del meccanismo.
C’è poi chi riduce l’essere alla sua mera pensabilità – flatus vocis.
C’è chi ne fa un farsi del pensiero che, una volta emerso da una sostanza cieca e senza finestre, diventa l’occhio di quella sostanza – ciò che ne rivela il senso. Ciumbia! avrebbe detto un mio caro amico che fu.
C’è infine chi coniuga tutto questo in una dimensione sociale e materiale, preferendola alla sua riduzione spirituale. Il fine, allora, sta nell’immanenza storica, non nella trascendenza etico-spirituale. L’essere si fa progetto – nientemeno!
In ogni caso il pensiero – l’io, il soggetto, lo spirito, la coscienza – sbatte contro le pareti dell’essere, e non può vedere quelle pareti da fuori.
Può tutt’al più fingere di non esserci, straniarsi e mettersi tra parentesi: immaginare una fantomatica cosa in sé, un essere che non abbia aperto gli occhi su se stesso: una filosofia moderatamente idealistica e costretta nei limiti delle pareti oltre le quali non si può andare, non può non mettere in conto la contingenza del suo stesso esserci, del pensiero, della coscienza. Desostanzializzare l’essere vuol dire immaginare la possibilità che non ci sia chi lo desostanzializzi soggettivizzandolo. Al di là dei paroloni, il soggetto moderno – l’uomo qualunque che abita la modernità desacralizzata – ha grosso modo tre possibilità di considerare se stesso nel cosmo: il cosmo gli è indifferente e lui c’è per caso, il cosmo è  indifferente e lui è parte necessaria di quel cosmo, il cosmo si rivela e trova significato in lui (indipendentemente dal fatto che lo avesse previsto).
Gira e rigira, il dramma della modernità – dal quale non siamo usciti (ma forse nemmeno entrati del tutto) – viene incarnato da Spinoza, Leibniz, Kant e Hegel, e dalle loro risposte alla domanda che il Soggetto si pone – sbattendo contro le pareti della inoltrepassabilità e intrascendibilità di un essere che non è pensabile in se stesso. Schopenhauer è una buona sintesi – deflagrante – di tutti quanti loro. Perché, con un elegante colpo di scena, porta alle estreme conseguenze la scoperta spinozista dell’inconscio, della centralità del corpo e del desiderio, dei quali il pensiero è solo un mero esecutore. Come dire: è illusorio pensare che il soggetto sia riducibile ad un io pensante, in grado di tenere sotto controllo le proprie pulsioni. L’io che conta, il vero padrone che sta dietro a tutto questo, è l’istanza biologica, l’io voglio – la cieca volontà di vivere.
Ma Schopenhauer, diversamente da Spinoza, è molto più scettico circa la possibilità di oltrepassare l’umana schiavitù, l’asservimento alle passioni, in direzione di una potenza creativa dell’intelletto. Purtroppo sembra aver avuto maledettamente e preventivamente ragione, contro il convitato di pietra che completa il sestetto – il barbuto di Treviri.

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