Antropocene 6 – Il linguaggio (e ciò di cui non si può parlare)

Linguaggio-della-mente

Ciò su cui rifletteremo stasera sarà la funzione del linguaggio nel contesto antropologico (o meglio antropogenetico) che abbiamo fin qui discusso: come agisce il linguaggio nella costruzione di quella seconda natura che l’uomo edifica sulle proprie basi biologiche, per “liberarsene”, o per allentarne le catene?
Le domande essenziali che potremo farci riguardano quindi la natura del linguaggio – o meglio: della facoltà di linguaggio, ovvero di quello strumento universale che caratterizza la specie homo sapiens per lo meno fin dalla rivoluzione cognitiva (e che probabilmente l’ha resa possibile), ma le cui origini appaiono ancora avvolte dal mistero:
-perché compare il linguaggio?
-che cos’è il linguaggio?
-ha a che fare con la biologia o con la cultura? è per natura o è per convenzione?
-in che cosa si differenzia dai linguaggi e dalle forme di comunicazione delle altre specie animali?
-che rapporto c’è tra linguaggio e pensiero?
-qual è l’influsso del linguaggio sugli individui e come gli individui si rapportano al linguaggio?
-è il linguaggio una tecnica?
-possiamo vivere senza linguaggio?

1.
Apriremo e chiuderemo con un riferimento alla sfera mistica.
Partiamo dalla Bibbia. Ci sono almeno tre luoghi interessanti, due in Genesi e uno nel vangelo secondo Giovanni, per riflettere sull’essenza del linguaggio e sulla sua “originarietà”.
Il primo lo incontriamo nel potere impositivo dato da Dio al primo uomo circa l’assegnazione dei nomi dei viventi: fu Adamo a dare i nomi agli animali – similmente a Dio che mentre creava parlava (“e Dio disse” è un’espressione ricorrente al principio della Genesi).
Il secondo lo troviamo nell’episodio della torre di Babele (per inciso: quel che in poche straordinarie righe sintetizza le tesi di Harari su Homo deus): gli umani usano la medesima lingua, le stesse parole, il loro livello di socializzazione è alto, e anche la tecnica comincia a fare progressi: usano mattoni anziché pietre, bitume anziché calce per edificare la città, e sono ormai in grado di elevare una torre che salga fino al cielo, gareggiando con Dio. Dio vede quest’unità di intenti e pensa che gli umani siano al “principio del loro lavoro”, e che ormai niente potrà impedire loro di realizzare il disegno che hanno in mente. Ma li disperde e ne confonde la lingua – perché? Forse di nuovo perché teme che gli umani diventino onnipotenti come lui, oppure perché per loro ha altri progetti in mente…
L’ultimo riferimento, forse quello più importante, lo troviamo all’inizio del vangelo di Giovanni, quando Dio viene chiaramente identificato col lògos – la parola, il pensiero (termine greco che viene in genere tradotto con “Verbo”):
«Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita; e la vita era la luce degli uomini; e la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno ricevuta».
In questo passo mi pare chiaro come la parola – il linguaggio – sia elemento cruciale della creatività sia divina che umana: senza parola non ci sarebbe creazione, vita, mondo.
Senza parola non ci sarebbe alcun senso o significato del mondo.

2.
La prima caratteristica che colpisce del linguaggio è dunque la sua pervasività, la sensazione di non poterne uscire più di quanto si possa uscire dalla propria pelle: qualsiasi discorso noi facciamo, qualsiasi domanda, dubbio, forma espressiva, scrittura, imposizione, preghiera, ecc. – ogni parte di noi e del nostro rapporto col mondo non può non essere linguistica.
Wittgenstein parla di fenomeni che riguardano le regole umane (con chiara allusione al funzionamento del linguaggio) come lo strato di roccia sul quale poggiamo e che piega la vanga: noi andiamo sempre a sbattere contro le pareti del linguaggio, producendo alla nostra testa dei veri e propri “bernoccoli metafisici”. Il linguaggio è una gabbia dalla quale non si esce. In tal senso noi non controlliamo il linguaggio, ma ne siamo posseduti: Heidegger, che identifica essere e linguaggio, dice che “chi parla, nel linguaggio, non è l’uomo, ma il linguaggio stesso”. Il linguaggio è così l’orizzonte cui l’uomo appartiene, che dunque non è in suo potere.
La forma del linguaggio è così una struttura che ci pre-esiste, con regole stringenti cui dobbiamo conformarci, dalle caratteristiche essenzialmente sociali. Ecco perché alcuni grandi linguisti del Novecento – all’inizio De Saussure (1916: Corso di linguistica generale), alla fine Noam Chomsky – pur da prospettive diversissime, ce ne danno un’immagine strutturale o biologica: un tutt’uno che informa, fin da sempre, il nostro modo di essere, di pensare, di agire, di comunicare, ecc.
Questo non vuol dire che non ci sia un lato creativo del linguaggio: De Saussure distingueva ad esempio tra lingua e parola: la lingua è il codice sociale dei segni verbali, la struttura che gli infanti assimilano, mentre la parola è il momento individuale e creativo.
Tale duplice livello del linguaggio appare anche in Chomsky che parla di una grammatica universale (e generativa), fatta di regole, una vera e propria struttura sintattica inscritta nel nostro cervello, che ha dunque una base biologica, e che poi ciascun parlante sarà in grado di coniugare e mettere in atto in modo autonomo e creativo.
Fermiamoci un momento su quest’ultima teoria.

3.
La biolinguistica di Noam Chomsky poggia su una concezione che può essere interpretata come una convergenza di normatività biologica e di possibilità culturale. Questo perché intende il linguaggio in termini di “infinità discreta”: da un insieme finito di elementi  si può generare una matrice potenzialmente infinita di espressioni discrete. Da un numero finito di atomi verbali (lettere, parole, ecc.) è possibile produrre un numero indefinito di espressioni (frasi, proposizioni, ecc.). In tal senso la facoltà di linguaggio non è riducibile ad un puro istinto che si accende in presenza di uno stimolo, e non è neppure assimilabile al segno della comunicazione animale, che funziona solo in prossimità di elementi e di dati presenti (come la danza delle api per segnalare ad altre api la presenza di fiori, che pur a distanza di chilometri, rimane comunque legata al dato, alla presenza fisica dell’oggetto indicato).
Il linguaggio umano, invece, è un differimento del dato e una creazione di ciò che non è presente o che addirittura non esiste (ancora). La sua potenza sta proprio nella capacità di distaccarsi dal qui e dall’ora, e di istituire un livello astratto, simbolico, meta-fisico (nel senso letterale del termine). Il linguaggio è l’invariante biologico che apre alla possibilità infinita della variazione – ciò che dunque contraddice la stessa fissità biologica (per queste tesi ho fatto riferimento all’interpretazione che ne dà Felice Cimatti).

4.
Da questo punto di vista uno dei programmi di ricerca più interessanti, proprio per la sua valenza antropologica, è la funzione linguistica della negazione (e, nella fattispecie, dell’operatore logico “non”) condotta da Paolo Virno, uno dei filosofi del linguaggio italiani di punta.
Possiamo sintetizzare il suo programma in tre ipotesi (come da lui stesso suggerito):
a) si parte da un’intersoggettività originaria, nella quale le relazioni sono essenzialmente mediate dai neuroni-specchio e, dunque, dalla capacità di identificazione all’altro (simulazione incarnata) regolata dall’istinto biologico: una socialità di tipo naturale, preindividuale, preverbale;
b) l’acquisizione del linguaggio, e in particolare della sua facoltà negativa, rompe l’incanto biologico, proprio perché apre alla possibilità del disconoscimento dell’altro: tu non sei un uomo;
c) ma la facoltà di linguaggio permette anche la negazione della negazione, che non è un ritorno all’Eden, alla sintonia originaria, ma l’apertura di uno spazio dialettico (lo spazio della politica) che insieme al disconoscimento permette il riconoscimento: il linguaggio oltre che produrre il veleno (il male radicale) produce anche il suo antidoto.

5.
Torniamo ora a Wittgenstein (che ha una visione prima logico-empirica, in un secondo momento più pragmatica del linguaggio): voglio concludere con la sua visione mistica, che sembra negare la base logica di partenza (il linguaggio come immagine logica del mondo, rispecchiamento nella sua articolazione logica dei fatti). La frase che forse colpisce di più è proprio quel “su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”: al linguaggio (e dunque alla nostra capacità di comprendere e, soprattutto, irretire il mondo) sfugge sempre qualcosa.
La parete contro cui sbattiamo può forse essere abbattuta?
C’è qualcosa al di là del linguaggio (e della pensabilità del mondo)?
Evidentemente è proprio ciò che non può essere né detto, né argomentato, né addirittura pensato (esattamente come non si può tornare al co-sentire originario): può forse solo essere sentito emotivamente, vissuto, ecc.
Torniamo qui alla differenza tra enigma (che non può essere sciolto) e domanda che, proprio perché formulata a partire da una base logico-linguistica, può sempre trovare delle risposte. E la risposta – dice Wittgenstein – sussiste solo dove qualcosa può essere detto, nominato, chiarito. Oltre questa sfera si rischia o l’afasia oppure di dire un’enorme quantità di sciocchezze.
Ma la sensazione è che l’esaurimento delle risposte (date ad esempio dalla scienza, e dunque dal linguaggio più efficiente) non abbia nemmeno sfiorato ciò che conta di più – non come è, ma che esiste il mondo, questo è il mistico. Ma è esattamente ciò che è al di fuori della comprensibilità, della portata del pensiero – ciò che non può essere detto, ma solo taciuto. Il significato dell’esistenza, il senso ultimo del cosmo e della totalità, impossibili da abbracciare e da comprendere
Oltre i confini del linguaggio c’è solo il silenzio della metafisica.

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