Antropocene 7 – Elogio della discrezione

Il percorso di quest’anno – dedicato all’Antropocene, cioè all’epoca in cui sul pianeta parrebbe essere dominante e determinante per i suoi equilibri la specie umana – è stato inevitabilmente attraversato dai consueti chiaroscuri: se il successo evolutivo di homo sapiens, con la progressiva espansione della sua parte mentale e “metafisica” (quel che abbiamo denominato come sfera della coscienza) ha del prodigioso, d’altro canto proprio questo sviluppo ha comportato ricadute letali per l’ecosistema e le altre specie (e, in prospettiva, per la sopravvivenza della stessa specie umana).
Quel che faremo stasera è provare a identificare nel concetto di discrezione – in senso lato, e sulla scorta del libro L’arte di scomparire del filosofo francese Pierre Zaoui – un possibile antidoto (un contravveleno, come dice Zaoui) alla forma più letale dell’antropocentrismo fin qui manifestatasi nella storia umana, una forma che ha avuto origine in Occidente ma che interessa ormai l’intero ecumene, che ha anzi come esito finale quello dell’istituzione dell’ecumene (la casa umana) come casa globale tendenzialmente coincidente con la biosfera: l’occupazione sistematica del pianeta da parte della specie umana pretenderebbe quindi di far diventare la casa di tutti una casa esclusivamente propria.
Abbiamo visto che una delle spinte maggiori di questo processo – quella che conduce ad Homo deus – sta proprio nella coscienza, ovvero nella sovrapposizione metafisica di un corpo spirituale e culturale al corpo fisico-naturale; in particolare nella coscienza della mortalità e nel tentativo di superarla o aggirarla retroagendo sulle basi biologiche e manipolandole: il linguaggio, la tecnoscienza, i miti dell’accumulazione indefinita (produzione e consumo) sono gli elementi essenziali dell’Antropocene e dell’affermazione di una figura antropologica essenzialmente narcisistica e rapace.
“L’arte di scomparire” – col progetto sotteso di “vivere con discrezione” – vorrebbero entrare in rotta di collisione ed in totale controtendenza rispetto a quello che appare come un destino inevitabile – una sorta di eclisse minore per evitare un’eclisse maggiore.
Occorre chiarire subito che l’uso di quel termine – scomparire – non allude ad alcuna tesi nichilista, pessimista o estinzionista (sul genere di Ligotti), e nemmeno ad un esito post-umano (sul genere di Caffo).
Discrezione viene dalla parola latina discretio (e dal verbo discernere), termine che copre vari significati, ma che alla base allude alla separazione e alla capacità di distinguere – tant’è che in matematica il discreto verrà contrapposto al continuo. Pierre Zaoui tenta di reperire nelle varie tradizioni di pensiero (non solo filosofiche) teorie ed elementi a sostegno di una possibile piega discreta dell’intera configurazione etico-politica di homo sapiens: la premessa è che è del tutto insensato l’antropocentrismo e che la nuova postura dovrebbe essere quella del togliersi dal centro, del farsi di lato, del lasciare spazio, del non occupare più l’intera scena. In un’epoca, oltretutto, in cui a prevalere è propria una cultura fortemente narcisistica, dove l’io sgomita per apparire, essere visto e percepito, mentre l’alterità (tutte le alterità) vanno scomparendo.
Zaoui è alla ricerca di fondamenti solidi, non soltanto in campo filosofico, per questa svolta radicale. Il primo, immediato, lo trova nel sostrato biologico: l’animale si nasconde, è discreto per istinto (uno dei significati di discrezione è proprio quello della segretezza) – solo che homo sapiens, nello scegliere di distinguersi (discernere, separarsi) dall’animalità si separa anche da questa discrezione biologica originaria.
In secondo luogo è proprio la convivenza tra umani – fondata su regole di tipo morale – a richiedere una forma essenziale di discrezione: fondamento di ogni morale è “non essere al centro”, essere discreti, avere misura.
Le figure più interessanti della discrezione sembrano però non essere quelle della grecità (anche se l’etica stoica ed epicurea prevedevano forme di discostamento e di lontananza dal mondo), bensì quelle della teologia medievale: l’humilitas cristiana e, soprattutto, il misticismo di Meister Eckhart.
Sull’umiltà/umiliazione (humus, postura della faccia a terra) c’è però un serio problema, quello dell’autosvalutazione di sé, problema che verrà poi affrontato criticamente da Spinoza, che considera infatti l’umiltà come passione ambigua (se non triste) confinante con l’abiectio, lo svilimento e la depressione.
Ma la riflessione più interessante la troviamo nel mistico medievale Eckart con la figura della Gelassenheit, l’abbandono, il lasciar essere – che non è solo un distacco dalle cose ma anche da se stessi: né avere né essere, solo in questa posizione così radicale (non solo praticando il tradizionale distacco dalle cose, dall’avere, ma addirittura da se stessi, da ciò che è più proprio, ovvero dall’essere) non si è più davvero al centro.
(Heidegger riprenderà questo tema intendendo la Gelassenhait come atteggiamento filosofico essenziale: abbandono sereno, tranquillità distaccata, ritrarsi dal mondo inautentico).

***

Utilizzando in parte le suggestioni del testo di Zaoui, insieme ad altri elementi emersi nel corso della nostra indagine antropologica, possiamo ora tentare una breve disamina degli elementi che hanno a che fare con l’arte della discrezione. Non ne ricaveremo una teoria sistematica o una morale alternativa, ma solo dei frammenti di riflessione, pungoli anti-antropocentrici, schegge di resistenza entro il destino (che appare inevitabile) di homo sapiens.

1. Partiamo dal fondamento: ci può essere un’ontologia della discrezione? Cioè una concezione che consideri il “lasciar essere” come condizione primaria della convivenza dei diversi? Che non sia però quella tragica di Anassimandro (gli esseri che occupano alternativamente lo spazio in una guerra perenne), bensì una serena accettazione della compresenza, del lasciar spazio, del lasciar respirare, del “tra” – e però anche dell’assenza, del comparire e disparire di ogni cosa: del suo pulsare, più che del suo permanere.
Inevitabile corre il pensiero al nostro rapporto con le altre specie animali e vegetali: qui antropocentrismo e specismo devo essere radicalmente messi in questione.

2. Che tipo di sentimenti, atteggiamenti, pratiche sono implicati in uno “stile di vita” discreto? Quali affetti o passioni? Pudore, contegno, cortesia, modestia, gentilezza, serenità, leggerezza, empatia nei confronti dell’alterità? Abbiamo già visto come il sentimento dell’umiltà sia ambiguo, ma Tommaso d’Aquino prova a rovesciare il punto di vista: l’umiliazione non è da intendersi come odio o abbassamento di se stessi, quanto piuttosto amore e innalzamento dell’altro, percezione del valore altrui.

3. Un’etica e una politica della discrezione sono possibili?
Secondo Zaoui la discrezione va proprio intesa in termini politici. Da una parte la critica non può che rivolgersi al narcisismo e all’amor proprio imperanti: prima io, prima noi, prima la mia tribù, prima la mia nazione, ecc. – tutto ciò va messo in discussione e ribaltato.
Dall’altro è proprio nella caratteristica della modernità – le moltitudini e le folle delle sue metropoli – che si intravvede una possibile pratica della discrezione, in particolare nelle figure del flâneur e della flânerie – ovvero nel punto di vista del vagabondo che attraversa la folla della città e che si sente ad un tempo straniero e parte di questa moltitudine.

4. Di questa rivoluzione etico-politica sembra dover far parte una radicale critica della società della trasparenza, della pornografia digitale, del selfie, con un simultaneo ritorno all’opacità, alla dimensione umbratile dellle cose, al negativo, al mistero e al segreto, alla notte e al silenzio.

5. Di sicuro non è discreto (nel senso della finitezza e discontinuità) il Capitale – che è anzi il sistema per antonomasia dell’indiscrezione, della reiterazione infinita, dell’accumulazione, del desiderio di godimento eterno. Essere discreti significa porsi il problema del limite, accettare la propria finitezza – essere discreti equivale ad essere anticapitalisti.

6. Esse est percipii – l’essere coincide con la sua percezione. La celebre espressione di Berkeley è però ambivalente: Esse est percipe aut percipere, ovvero: Essere è essere percepito o percepire. Trovo molto interessante questo accostamento della discrezione al pensiero immaterialista di Berkeley, che mette in primo piano il percepire più che l’essere percepiti, l’essere attivi più che passivi: “Devono esistere anime che percepiscono e non siano percepite perché il mondo semplicemente esista”, commenta opportunamente Zaoui. Senza questa attività, senza questa massa di anime discrete non ci sarebbe più neanche il mondo. (Credo sia possibile avvicinare questa tesi all’attività evolutiva e percettiva delle monadi in Leibniz).

7. Mi piace a questo punto tornare a citare la tesi di Enzensberger sulla destituzione, ovvero sulla capacità di uscire di scena, di ritirarsi quando la storia potrebbe volgere in tragedia: Gorbaciov sarebbe stato uno di questi eroi della destituzione, capace di “disarmare il Leviatano” prima che fosse troppo tardi. “Ciò che conta – conclude Enzensberger, citando e rovesciando la celebre XI glossa di Marx – non è tanto migliorare il mondo, bensì risparmiarlo”.

8. La discrezione ha a che fare anche col linguaggio, che in realtà è quanto di più indiscreto ci sia: mai come oggi la virtù del saper tacere dovrebbe tornare in auge – piuttosto che saturare ogni spazio col chiacchiericcio della doxa, dell’inautenticità, dello svilimento di tutti i significati, del narcisistico e vuoto esercizio dell’autocitazione. A tal proposito torno a riproporre la sibillina frase di Wittgenstein: “su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”.

9. E di fatti, a tal proposito: il significato della verità non è forse questo suo essere “deus absconditus”, ciò che per lo più non si manifesta? Non è forse ciò che rimane in ombra, nascosto, irraggiungibile, misterioso? Proprio la parola greca che nomina la verità, lo fa col pudore e la discrezione di qualcosa che fa capolino per subito ritrarsi: alètheia è ciò che si mostra uscendo dall’ombra, dall’oblio, dalla sua tana segreta.

10. Infine – ogni etica, politica, ontologia si ricollega inevitabilmente ad un’estetica. Un’estetica della discrezione sembra essere anche il fine perseguito da Byung-Chul Han nel saggio La salvezza del bello – un’apologia del bello nascosto e discreto, dell’eros-seduzione perduti contro la pornografia-esibizione imperanti.
La bellezza, l’esperienza del bello hanno a che fare con l’assunzione della postura laterale: di fronte al bello non si sgomita per farsi largo, ma ci si eclissa in favore dell’altro – il bello è l’alterità che insieme si mostra e si nasconde. Scrive Han: “La bellezza è un indugiante, un ritardatario. Bello non è l’istantaneo splendore, bensì un silenzioso riverbero. La sua nobiltà sta in questo trattenuto riserbo. Stimolazione ed eccitazione sbarrano l’accesso al bello. Le cose svelano la loro segreta bellezza, la loro essenza profumata solo successivamente, per vie traverse. Il tempo lungo e la lentezza rappresentano l’andatura del bello” – il lento dardo della bellezza, come con fulminante metafora ce la descrive Nietzsche.

***

Un esempio estetico (che è anche ontologico) di questo eclissarsi – della Gelassenheit, fin quasi al dissolvimento – è dato dalla chiusa dell’Adagio finale della Nona Sinfonia di Mahler (e più in generale dall’intera produzione mahleriana degli ultimi anni): i suoni delle ultime note dei violini e delle viole si fanno sempre più struggenti, per poi spezzarsi, frantumarsi, illanguidirsi, fino a diventare trasparenti e a confondersi con ogni cosa.
Si potrebbe interpretare questa Gelassenhait, questo abbandono e ritrarsi dai rumori del mondo, questa melancholia esistenziale, come una forma radicale di rinuncia – l’autoeclissarsi di un’anima che non è più in grado di reggere il peso (e l’incombente eclissarsi) del mondo. Un’altra forma di isolamento e di solitudine – e dunque, a voler bene vedere, un’altra modalità del narcisismo decadente ed autocompiaciuto.
Ma credo sia pensabile anche in altri termini, soprattutto alla luce di queste 10 schegge di riflessione, da non leggersi come un programma organico ma come l’unico modo che ha la coscienza di reagire al suo stesso trasformarsi nella megamacchina dell’autoconsuzione – un’intelligenza sempre più scissa dalla consapevolezza, come abbiamo visto durante il nostro percorso.
Ecco: l’arte ultima della discrezione è forse la consapevolezza – con-sapere, con-essere, con-vivere con l’altro, ogni altro; ovvero, sapere di essere solo una comparsa e non il centro, una parte e non il tutto, un’anima viva e pulsante, anche se finita – non uno specchio vuoto ed informe. Assumere la postura acentrata dell’indiscrezione, apprendere l’arte della dissolvenza significa pulsare e risplendere insieme ai viventi di questo pianeta, agli enti e agli esseri tutti.

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