Spettri digitali

[avevo cominciato a scrivere questo post, a metà tra la recensione e la riflessione, un anno fa, subito dopo aver letto il bel libro di Davide Sisto, filosofo e “tanatologo”, come lui stesso ama definirsi; lo riprendo e concludo in questi giorni, mentre mi dedico ad una meditazione sulla morte, nonostante il divieto spinozista, in vista del prossimo incontro del gruppo di discussione filosofico – al centro del quale ci sarà Il libro contro la morte di Elias Canetti]

***

Lo psichiatra Eugène Minkowski sostiene che la morte è il suggello della vita, ciò che dà senso alla biografia, altrimenti sfilacciata e insensata  (Pasolini parlava della morte come  di un “fulmineo montaggio”): è a partire da questa angolazione apparentemente paradossale – oltre che dalla considerazione di una epocale rimozione della morte – che Davide Sisto avvia la sua interessante analisi sulla nuova configurazione del rapporto morte/vita (morti/sopravviventi dolenti) nell’epoca dei social, di Facebook e di Instagram.
Facebook, in particolare, col suo dilagare dalla vita on line a quella off line (e viceversa), sembra quasi orientare questo elemento ri-costruttivo della morte: proprio perché si è degli spettri digitali lo scopo è una narrazione il cui senso sia dato dalla morte a venire, dal compimento. Ma, vien da aggiungere, la stessa vita viene ri-orientata e riplasmata da questo perenne montaggio virtuale.
Ci sarebbe ovviamente da riflettere a tal proposito – a tratti su questo blog lo abbiamo fatto – su contingenza e fragilità, voyeurismo e morbosità, e più in generale sulla pornografia emotivo-digitale – e sulla saturazione (“Le immagini paralizzano. Le immagini anestetizzano”, diceva Susan Sontag). Senonché Sisto ritiene che, nonostante alcuni eccessi morbosi e banalizzanti, proprio la rete (e i social) possono rappresentare un’occasione per riprendere un discorso pubblico e sensato sulla morte, sempre più confinata nei recinti della medicalizzazione – e rimossa per il fastidio che recherebbe alla scintillante esistenza dell’iperconsumo.
Tanto più che in Occidente, in particolare negli ultimi decenni, la morte costituisce il grande rimosso: basti pensare alle parafrasi, agli eufemismi, alle metafore utilizzate in vece della morte, pur di non nominarla: Sisto ne dà una breve ed efficace esemplificazione nelle prime pagine del saggio, in lingua inglese e italiana. Ma più in generale, parlare della morte è macabro, inopportuno, di cattivo gusto. Salvo poi incontrarla in ogni momento, amplificata dai media e, ancor più, dai social media.
L’analisi di Sisto spazia dal tema dell’immortalità digitale (di cui serie tv, cinema e nuove tecnologie si fanno portavoci), a quello dei “cimiteri digitali” (Facebook è già il più grande cimitero del mondo) e della digitalizzazione dei riti funebri, fino ad arrivare alla questione spinosissima dell’eredità e della memoria digitali.
Trovo che il principale merito del saggio – puntualissimo e molto ben documentato (e direi anche godibile, a dispetto del tema) – sia quello di porre la questione della Death Education: un ritorno, cioè, a parlare pubblicamente di morte, senza recluderla in una dimensione privata. L’avvento massivo dei social rappresenta un’occasione imperdibile, proprio perché già totalmente immersi in una dimensione spettrale (direi quasi metafisica), e nonostante il pericolo di una commistione malsana tra reale e virtuale, o per meglio dire di una sorta di anestetizzazione e saturazione digitale, laddove la rete anziché generare consapevolezza induce passività.
Eppure, proprio l’interazione, la comunicazione – se accompagnate da un processo formativo consapevole – possono fornire una preziosa «occasione per reinserire l’elaborazione del lutto all’interno di una dimensione comunitaria e protettiva, per ragionare sul destino della nostra identità quando non saremo più vivi, per riflettere con più attenzione a proposito della fragilità della vita».
Se la morte è il fine (e non la fine) della vita – proprio una riconnessione e narrazione via (anche) social, parrebbe essere un fenomeno rilevante ed interessante – nonostante il tecnocatastrofismo di Han, tanto per citare un apocalittico del web.
Il dolore e la morte verrebbero cioè risocializzati, sottratti alla privatezza e alla vergogna, e i social risponderebbero al bisogno di un’elaborazione collettiva del lutto – non come avviene nella mesta solitudine dell’Ivan Il’ic tolstojano.

Tag: , , , , , , , , , ,

Una Risposta to “Spettri digitali”

  1. llavorgna Says:

    L’ha ripubblicato su La solitudine del Prof.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: