La socialità ai tempi del colera

Non credo sia possibile prevedere quali effetti avrà nel breve e medio periodo l’emergenza sanitaria in corso, sia per quanto concerne i comportamenti psicosociali, sia per l’impatto economico – anche perché è ancora incerta la sua evoluzione. Credo però si possano già delineare alcuni temi su cui occorrerà riflettere, e che attengono ad una sfera più ampia e a tempi più lunghi. Ne schizzo brevemente almeno tre, di complessità crescente:

1. A dispetto dell’apparente predominio di forme di vita egocentriche e narcisistiche, funzionali all’ideologia neoliberista del produci consuma crepa – emerge chiaramente come la socialità, proprio nel momento in cui viene inibita per cause di forza maggiore, si riveli un elemento ancora vitale della convivenza, nonostante l’avvento delle società anonime ad automatizzate di massa. Socialità sia in termini di quotidianità conviviale, vita comune, cultura, spazi di socializzazione, bisogni di attenzione; sia anche per quanto concerne la messa in comune di pratiche, saperi, conoscenza, parallelamente ad una difficile resistenza alla saturazione comunicativa: general intellect, per dirlo con una antica e felice espressione.

2. A questo bisogno di socialità diffusa deve però far riscontro una perentoria affermazione di socialità della cura e della protezione sociale: mai come ora risulta chiaro che questa come le future emergenze (basti pensare a quelle climatiche) o si affrontano in maniera “comune”, e con un primato del “pubblico”, o si andrà verso il disastro. Occorrerà a tal proposito rivedere alla radice la logica emergenziale, volta solo ad ottundere le intelligenze critiche e a nascondere la vera natura dei problemi (su tutte la “questione migranti”, altro “virus” emergenziale da contenere). Da ciò consegue che il privato, il profitto, la libera circolazione di merci e capitali, dovranno essere piegati drasticamente alle necessità sociali. Il mito delle ricadute socialmente utili dell’arricchimento si rivela per quel che è: una immane sciocchezza, ben più di un miraggio. E direi che per garantire “ontologicamente” la libertà di vita di tutte le soggettività (compreso l’ecosistema) si dovrebbe tornare a parlare di idee e prospettive passate di moda ed escluse dal dibattito politico, quali ad esempio socialismo, comunismo, eguaglianza.

3. Infine, l’argomento più difficile da affrontare: abbiamo un serio problema nel nostro rapporto con la natura (compresa la natura che è in noi). Ciò che Stefano Boni definisce come homo comfort  – un modello umano ipertecnologico, che vive ormai in una bolla igienizzata, asettica, sterilizzata – entra in crisi proprio nel momento in cui la natura organica e “selvaggia” fa irruzione negli ambienti sempre più artificiali e meccanizzati creati da homo confort-homo deus. La schermatura tecnoscientifica, l’ecofobia e il crescente disgusto per ciò che è naturale a meno che non sia addomesticato, ci hanno condotto entro una spirale che si autoalimenta e che non è ancora chiaro dove porterà la specie: più cresce la “pelle artificiale” dei nostri sistemi e si indebolisce il rapporto con la natura, la corporeità, il bios, più i piedi di argilla su cui il gigantismo umano poggia mostrano la loro fragilità: l’immunizzazione integrale è un altro mito da sfatare. Ma solo tramite i punti 1 e 2 saremo in grado di affrontare tali sfide, e di intraprendere un tentativo (forse ormai tardivo) di reale mutazione antropologica e trasformazione sociale – a patto che si ricominci a ragionare al di fuori degli schemi della smisurata avidità del capitale e delle sue servili macchine. “Rianimalizzarci” sarà, paradossalmente, una delle possibili chiavi di salvezza.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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