Le parole del contagio

La morte – come da un’alta vetta –
riformula i criteri di giudizio
e ciò che non credemmo
ora scorgiamo chiaro
(Emily Dickinson)

«Non ho visto, pertanto, nient’altro da fare che provare, come chiunque altro, a sequestrarmi a casa mia e nient’altro da dire che esortare chiunque altro a fare lo stesso», così scrive Alain Badiou.
E alla domanda: “Che cosa possiamo imparare dal virus?”, Massimo Cacciari risponde seccamente: Nulla. A stare fermi un po’. Cosa volete imparare? Basta con questa retorica che dalle difficoltà si esce migliori. Il nostro cervello è lo stesso di 100.000 anni fa…

Qualcuno si sarà senz’altro chiesto che cosa può dire o fare la filosofia di fronte ad un evento come quello che stiamo vivendo, così violento e inaspettato (uno dei problemi è anche quello della sua definizione e qualificazione). Hanno ragione Badiou e Cacciari: la filosofia non può nulla. La filosofia non può modificare il corso degli eventi, la filosofia non può prevenirli, la filosofia non può nemmeno consolare gli animi. Ciò che forse può fare la riflessione filosofica è aiutare le menti ottenebrate degli umani a vedere con maggior chiarezza quel che hanno davanti (o sotto i loro piedi o alle loro spalle o dentro di loro), anche se in un senso radicalmente diverso da quello della scienza. Ecco, la scienza può provare a prevenire, modificare, curare, salvare (anche se non è detto che ci riesca), la filosofia no. La religione può provare a consolare, confortare, rasserenare, ma non la filosofia. Compito della filosofia è solo quello di dire il vero, o di provarci. La verità, una parola che può anche svelare cose che non vorremmo né vedere né sapere.
Ha quindi ragione Hegel, la filosofia è come la fin troppo citata nottola di Minerva, che «inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo», quando ormai è tardi: «Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere». Se però la filosofia è il cuore conoscitivo delle “crisi”, allora  riesce forse a disegnare, identificare e illuminare le figure e le forme di vita spirituale che via via compaiono e scompaiono sulla scena storica. Ma altro non possiamo pretendere da lei.

Nella “crisi” che stiamo vivendo, è stato da alcuni additato come esempio di pensiero paradossale (per usare un termine garbato), inutile, inadeguato, irritante, autoreferenziale e volto solo a confermare se stesso in maniera tautologica – quello di Giorgio Agamben, che a più riprese è intervenuto per calare sull’attuale contagio le sue figure di “nuda vita”, di stato emergenziale, di macchina biopolitica, e i connessi suoi dispositivi teoretici. Ma Agamben ha fatto quel che la filosofia deve fare, ci piaccia o no: farci vedere l’impensato, indicarci l’ignoto, scoprire il sottosuolo. Dire quel che per lo più non viene detto. (Che non significa che un filosofo non possa anche  dire castronerie o prendere cantonate).
Quando, ad esempio, scrive in conclusione dell’articolo dell’11 marzo (quello in cui evocava la figura manzoniana dell’untore): «è possibile che le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani», sta prefigurando uno scenario che non è per nulla così remoto.
La maggiore irritazione viene in realtà dal constatare che è impossibile pretendere dalla filosofia quel che essa non può dare: i filosofi – qui Marx aveva forse torto – possono solo interpretare (o immaginare) il mondo, non certo trasformarlo o salvarlo. Quel compito spetta ad altri attori della scena umana – mi verrebbe da dire agli umani tutti in quanto animali politici.
Ciononostante, la pressione delle cose e degli accadimenti convulsi, l’urgenza di comprendere si affollano nelle menti, e non solo in quelle dei filosofi – ma pressione e urgenza sono modi del tutto inadeguati del discorso filosofico. Com’è possibile fermarsi a riflettere nel corso della battaglia o mentre si è turbati dal flusso ininterrotto degli eventi e delle passioni?
Ci proverò lo stesso, in queste poche pagine scritte fin troppo a caldo e nel mezzo della tempesta di cui non si vede la fine.  Proverò a dire qualcosa sulle parole del contagio che ci attanaglia la gola. Anche perché il contagio è diventato, con inusitata durezza, la lente attraverso cui leggiamo il mondo, volenti o nolenti. Con nuda cartesiana semplicità – a voler unire due espressioni con cui Agamben e Badiou provano a leggere il fenomeno che abbiamo di fronte.

1. STRANIAMENTO
È la prima parola, la prima sensazione. Un esercizio intellettuale puramente immaginario, qualcosa che la tradizione filosofica conosce bene – e che ora diventa una sensazione di massa. Forse se ne era persa la consuetudine in Occidente, ma i filosofi continuano a coltivarlo: mettere tra parentesi il mondo, sospenderlo, allontanarlo da sé, guardarlo da lontano, uscire dai consueti binari – e chiedersi stupiti: che cos’è tutto questo? perché c’è anziché non esserci? ha senso? che ci faccio io qui? Lo straniamento è l’atto fondativo della filosofia (ma anche della scienza e della coscienza più raffinata e immaginifica di cui siamo capaci) – non a caso irriso ab origine dal popolo, nella figura della serva tracia che prende in giro Talete per essere caduto nel fosso mentre guardava il cielo. Succede però a volte nella storia, che tutti quanti cadiamo nel fosso, e per la prima volta solleviamo in massa gli occhi al cielo, colti alla sprovvista e straniati.

2. IGNOTO
Eppure lo smarrimento causato da ciò che è del tutto inaspettato, inatteso, impensato, è un elemento costante della storia umana – che periodicamente si trova nella condizione di essere toccata dall’ignoto, la figura potente con cui Elias Canetti apre Massa e potere, e con la quale viene raffigurata la natura atavica e originaria della paura, o, per essere più precisi, il suo aspetto angoscioso, indeterminato, l’abisso che si apre dinanzi a noi, l’esperienza del nulla (secondo l’analitica esistenziale di Heidegger). Ma è proprio questo terrore scatenato dall’ignoto a spingere gli umani ad associarsi: fare barriera contro l’ignoto e ciò che ci è estraneo. In ultima analisi, gestire la paura della morte, allontanarla da noi.
Già in quella frase di Canetti – «Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto» – e nella pagina che segue, c’è tutta la progressione della paura, l’angoscia che si fa panico e che paralizza; ma solo nella massa l’uomo può essere liberato dal timore di essere toccato. Senonché il contagio torna a distanziare i corpi, a disgregarne il loro far massa nella socialità – così che ogni singolo corpo torna a temere l’ignoto, l’invisibile. Il capovolgimento del timore d’essere toccati (la società di massa) torna a capovolgersi e a trovarsi di nuovo preda dell’ignoto.

3. CONFINI
Il contagio fa saltare tutte le consolidate nozioni spaziali e temporali, creando uno spaziotempo sospeso e inusitato. Gli individui tornano a distanziarsi (per quanto in ogni cultura esistano delle regole di distanziazione) – ma qui la distanza diventa uno scioglimento dalla massa, un librarsi e un gesticolare nel vuoto.
Anche la geopolitica si modifica: la pandemia ristabilisce i confini tra gli stati (che pure non erano mai stati cancellati), nonostante il virus viaggi tranquillamente lungo le rotte globali (specie quelle aeree: 200mila voli al giorno, fino a 30 milioni di persone che si muovono nell’arco di sole 24 ore!). Come si poteva solo pensare di bloccare il contagio dietro a una frontiera? A tal proposito, ci ricorda Harari che i confini da controllare e proteggere non sono quelli tra gli stati, ma «tra il mondo umano e la sfera del virus. Gli umani sono circondati da un’enorme varietà di virus presenti in luoghi e animali di ogni tipo. E se un virus attraversa questo confine, in qualsiasi parte del mondo, mette in pericolo l’intera specie umana». (Vengo a scoprire proprio in questi giorni lo studio fatto alcuni anni fa dal divulgatore scientifico americano David Quammen, che nel saggio Spillover aveva studiato il fenomeno della zoonosi e il rischio che corrono società sovrappopolate e mescolate con specie animali addomesticate ed escosistemi piegati agli interessi umani).
Il contagio mette in discussione gli spostamenti umani globali, e soprattutto la velocità di tali spostamenti: se inizialmente il virus si serve di questa velocità per diffondersi, subito dopo paralizza l’intero sistema. I tragitti degli umani si contraggono fino ad annullarsi: la quarantena arriva addirittura a revocare uno dei diritti fondamentali acquisiti, ovvero la libertà di movimento. Ma chi detiene davvero questa libertà? Ce l’hanno forse i migranti, i profughi e i disperati delle aree impoverite del pianeta? Il virus sembra non fare differenze, e spazza via i muri, i reticolati, le barriere, sia fisiche che mentali, e persino le differenze di status e di classe.
Gli spazi delle istituzioni totali però – è bene ricordarlo – si fanno ancora più angusti: basti pensare alle carceri, alle RSA, alle case di riposo, ai campi di “accoglienza” dei migranti, alle situazioni di disagio mentale o agli ospedali (che diventano incredibilmente dei detonatori e propagatori di contagio). A tal proposito Antonio Vercellone ha scritto su Doppiozero una critica puntuale alla retorica dello slogan #iorestoacasa (si veda l’articolo La faccia nascosta dell’epidemia).
Anche la nozione del tempo salta: ogni ritmo, ogni luogo, ogni distanza, ogni velocità viene ricondotta al contagio che satura tutto lo spazio e sospende il tempo. Si rimane in angosciosa attesa di un tempo a venire del tutto offuscato e incerto. Di nuovo l’ignoto e la gesticolazione nel vuoto.

4. NATURA
Salta per aria il mondo comodo di homo comfort, secondo la definizione dell’antropologo Stefano Boni: la sua pellicola protettiva, sintetica, ipertecnologica si rivela fragile nel momento in cui la natura torna a manifestarsi in tutta la sua violenza (virulenza!) e potenza invisibile – una natura che, certo, potrà ancora essere addomesticata così come si è cercato di fare lungo i millenni (con una trionfale accelerazione negli ultimi due secoli). Ma la megamacchina marciava e girava troppo sicura di sé – è bastato un virus (un granello di sabbia) per incepparne i meccanismi globali e rischiare di farla saltare per aria. La natura resta più potente. Occorrerà ripensare ai limiti che essa ci impone – e che sempre tendiamo a ignorare e oltrepassare.
Occorre quindi tornare a pensare la natura coi suoi correlati di necessità: natura naturans, che ci domina – noi e le altre creature, natura naturata. Per quanto la nostra attività (e potenza) sia costantemente impegnata a mitigare almeno in parte quella necessità,  volgendola in nostro favore, occorre smontare il mito e l’illusione di homo deus. La natura è dio, non noi: verità filosofica difficilmente contestabile.
Certo, sappiamo anche che quello di natura è un concetto coniato dagli umani, che si modifica storicamente, ma che sempre rinvia ad un essere ineluttabile e necessario, ad un’ontologia dura e irriducibile. Che non significa accettare il fato e farci spazzar via da una pandemia, ovvero da una delle tante forme di necessità naturale (per quanto un’epidemia si inserisca sempre in un contesto sociale dato, e mai come in questo caso è stato vero). Ma è bene essere consci che quella possibilità esiste, che non ci sono dèi – né interni né esterni – che garantiscano la nostra esistenza sulla terra.
Mutare la passione in azione, la passività in attività ci rende potenti, non onnipotenti.

5. REALTÀ
Dovremmo dire: bentornato principio-realtà! (e conseguentemente, principio-responsabilità).
Il contagio ha saturato la realtà (un po’ come ha fatto con lo spazio e il tempo), riassorbito in sé ogni cosa e fatto venir meno tutto ciò che prima sembrava reale. Ha dissestato le gerarchie, fatto brutalmente riemergere l’essenziale – e l’essenziale è la vita, la morte, il nostro rapporto con la terra, il nostro radicamento, gli affetti, le relazioni. Poco più. Reale, ora, ci sembra tutto questo – e non le narrazioni e le metanarrazioni, le sovrastrutture e l’inutile chiacchiericcio dei social – la retorica e la doxa che ricoprono e deformano il reale.
Il virus è entrato nella caverna e ci ha costretti a compiere una periagogé, una rivoluzione della postura, e a volgere lo sguardo al di là degli idoli che ci tenevano avvinti ai nostri molteplici schermi.

6. GROTTESCO
Parrebbe una parola fuori luogo. In verità quel che davvero risulta fuori luogo sono le reazioni del potere. Basti vedere quella parata di frasi, posture, atteggiamenti di gran parte della classe politica mondiale e locale (incredibilmente inadeguata: da Trump a Bolsonaro a Fontana a Renzi a Salvini a Boris Johnson – quest’ultimo, che invoca malthusianamente l’immunità di gregge per poi ammalarsi, è senz’altro il più grottesco di tutti). Ma anche la boria e la sicumera delle virostar, Burioni in testa.
Quantomai grottesca risulta a posteriori l’infinita narrazione emergenziale di questi anni: mentre le bocche (in alto e in basso) si contorcevano e sbraitavano contro gli immigrati, i rom, gli africani, i profughi, le Ong, gli spacciatori, i terroristi islamici – il “nemico” stava comodamente viaggiando sugli aerei, sbaragliando ogni frontiera, mandando a gambe all’aria tutte le costruzioni securitarie, tutta la demagogia populista sparsa in questi anni. Il veleno naturale (la parola latina virus significa veleno) ha preso il sopravvento su quello sociale. Insomma, capi-popolo e popoli-del-capo egualmente spiazzati e spazzati via. Il virus ha svelato il loro ghigno e la loro deformità – che era poi la deformità di una pseudorealtà.

7. CORPI
Il corpo, le paure ataviche (amplificate dalle turbe di una mente sovraeccitata dalla comunicazione e dalle immagini) tornano prepotenti: sotto la pressione del contagio (cioè di una forma di vita, del bios stesso), non facciamo altro che scrutare ogni anfratto, ogni alambicco, ogni reazione, ogni tremito del corpo, in modo ossessivo, amplificando a dismisura la paura e le paranoie dell’epoca contemporanea. In tutto questo la mente, anziché fungere da moderatore del corpo, amplifica lo squilibrio percettivo. Il corpo recluso e, come vedremo, la mente mediata dalle sole macchine, generano ulteriori squilibri, che di certo non favoriranno un sistema immunitario (sia fisico sia cognitivo) all’altezza della situazione. Il contagio reclude e rischia di deprimere ulteriormente il conatus di ciascuno, la sua forza vitale. Moltiplicando le scissioni che già ci caratterizzano.

8. ADDOMESTICAMENTO
Ci sarebbe da dire qualcosa anche sul concetto di gregge, che viene spesso evocato quando si parla di immunità: lo stato moderno si fonda essenzialmente su processi di addomesticamento dei corpi e delle menti – ciò che infastidiva oltre misura l’anarchico ed elitario Nietzsche, la cui opera può essere integralmente letta come una critica del gregge e dell’impulso all’autodomesticazione e allo spirito gregario.
Ma su questo aspetto occorre essere chiari: una volta accettata la dimensione di massa della modernità (uno stato in perenne espansione, sia demografica che economica: più popolazione, più produzione, più pil, più consumo), segue necessariamente tutto quel che una massa deve fare per stare in vita, ovvero immunizzarsi, autoaddomesticarsi, organizzarsi, costruire ruoli, gerarchie, ecc.ecc. Una “nuda vita” e una libertà “selvaggia” e originaria sono escluse a priori da questo orizzonte: non c’è alcuna via di fuga dalle società di massa, se non illusoria, specie nell’epoca in cui tutte le terre sono state geopoliticizzate – Antartide compresa. Aristotele sosteneva che chi è fuori dalla pòlis o è dio o è bestia: ma oggi siamo solo umani, troppo umani, tutti egualmente addomesticati. Uscire dalla società equivale ad uscire da una finestra che si affaccia in un ambiente chiuso.

9. PANOPTICON
Questo guardare ansiogeno a sé e al proprio corpo, è insieme lo sguardo incrociato della società su ciascuno – l’altro che scruta, tu che scruti l’altro. Meccanismo di reciproco riconoscimento che se da una parte è l’elemento fondativo della socialità (dell’empatia, della cooperazione, della pietas, di tutto ciò che rende desiderabile vivere associati), dall’altra diventa facilmente il panopticon digitale generalizzato, il grande occhio (e il grande fratello) interiorizzato. Gli strumenti sono già in atto, alcuni stavano agendo da tempo, magari sotterraneamente, altri vengono invocati ed utilizzati ora, e c’è da credere che non verranno accantonati dopo l’emergenza: la psicopolizia digitale, i droni, il tracciamento tramite le app degli smartphone – tutto concorre a costituire quel che Sartre disse a proposito del rapporto io-altri: “L’inferno sono gli altri”. Un inferno che ora è favorito e mediato dalla tecnologia.
Il contagio – la metafisica della peste – depositerà questi elementi nel corpo sociale, più di quanto non fossero già presenti. Ci immunizzeremo al virus, prima o poi, ma non al contagio e alle sue ricadute sociali.

10. GUERRA
Scrive Agamben in uno dei suoi articoli tanto vituperati: «Non stupisce che per il virus si parli di guerra. I provvedimenti di emergenza ci obbligano di fatto a vivere in condizioni di coprifuoco. Ma una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda delle guerre. È, in verità, una guerra civile. Il nemico non è fuori, è dentro di noi».
Con l’emergenza tornano in grande spolvero il linguaggio e le logiche di guerra: le metafore belliche – sempre meno metafore e sempre più realtà – si sprecano: i medici in trincea, il personale sanitario in prima linea, gli operai costretti a lavorare “carne da macello”, il potere in maschera, l’esercito per le strade. Mentre si cerca di abbattere il nemico-virus, viene a militarizzarsi l’intero assetto sociale: i comportamenti dello stato, il piglio autoritario dei politici, l’insopportabile retorica delle televisioni, il paternalismo della classe dirigente, l’infantilizzazione dei cittadini, l’invocata economia di guerra, il coprifuoco, il linguaggio intimidatorio, la decretazione d’emergenza e tutti i connessi dispositivi repressivi. La guerra è sempre incombente e il militarismo torna utile per riorganizzare la società nei momenti di crisi – sospendendo, tra l’altro, ogni futura possibilità di conflitto sociale. La guerra serve a prefigurare il dopocrisi, a garantire la tenuta del sistema e a non metterne in discussione i presupposti ingiusti e (come vedremo) la sua follia.

11. VOLTO
Ciò che fa più impressione nel contagio è la faccia mascherata – la bocca serrata, il viso deturpato, l’immagine post-apocalittica dei volti coperti ed omologati. C’è la maschera delle poche persone straniate in circolazione (persino al volante dell’automobile), quella necessaria (ma non sempre garantita) del personale sanitario, e c’è l’angosciante maschera del malato, intubato; ed infine l’anonimia del morente, isolato, nascosto alla vista: resteranno per sempre nella memoria quelle file di bare scortate dai mezzi dell’esercito nella città di Bergamo. Ma ci sono anche gli appestati dei nuovi lazzaretti (le RSA, le case di riposo, in molti casi le mura di casa).
Il contagio cancella il volto, l’essenziale dell’umano, come ci ricorda Levinas, che viene risucchiato dal gorgo della “conta dei morti”.
Tutto comincia con la conta dei morti – così si apre il libro postumo di Canetti contro la morte. Contare i morti è una delle pratiche più terrificanti e ricorrenti nella vita e nella storia umane: dalle guerre ai disastri, dalle malattie alle morti sul lavoro, dai femminicidi agli incidenti automobilistici… siamo afflitti dai dati statistici delle infinite morìe delle società di massa. Ma la morte non è astratta, la morte non è la morte in generale o la morte di un numero x, la morte è la mia morte, ma, soprattutto, la morte di ciascuno. Ogni essere vivente, ogni umano, ogni animale rientra in questo aberrante conteggio – e dunque, da questo punto di vista, non può essere contato: un morto e un altro morto non sono due morti. Occorre fare in modo che i volti non scompaiano.

12. SCIENZA
Il rapporto tra potere e sapere è storicamente assodato, non c’è potere che non si serva della sapienza o della scienza (molto meno della saggezza o della prudenza). In questa crisi la politica, i governi, i decisori dei destini hanno delegato pressoché totalmente ogni decisione alla scienza: i comitati tecnico-scientifici hanno dettato la linea ad un potere spesso titubante e travolto dagli eventi.
È forse la prima volta che ciò appare in modo così evidente: non si tratta di suggerimenti, pareri, consigli, competenze, ma di una delega in bianco, sostanziale – nonostante la forma sia ancora quella dell’emanazione politica (in modalità emergenziale). In prima linea c’è ovviamente la classe medico-biologica (e, a cascata, biotecnologica): virologi, epidemiologi, infettivologi, microbiologi… abbiamo conosciuto in questo periodo le nuove star delle scienze della vita, in verità non sempre in accordo tra loro. D’altra parte si tratta di saperi così specifici e specialistici – ma vitali per il funzionamento delle società di massa – che non poteva essere altrimenti.

[Ci sarebbe anche da affrontare l’annosa questione dello specialismo e della scissione dei saperi – che è poi rispecchiata nella scissione del nostro essere: basti pensare a come la medicina considera il corpo e le sue parti, o la psichiatria la mente e i suoi disagi – discorso non certo secondario: si perde sempre più di vista una dimensione olistica di se stessi e delle cose, che non vuol dire avere una visione new age o fricchettona o à la page, ma pensare seriamente alle interconnessioni di tutti i fenomeni biologici, ambientali, sociali e individuali, e alle reciproche influenze di ciascuno di questi ambiti].

Sembra quindi che si sia creata una nuova catena del comando, una nuova forma ibrida di potere, che allude probabilmente a future trasformazioni degli assetti politico-sociali.
Del resto il positivista Auguste Comte aveva previsto la costituzione di un governo tecnoscientifico, una vera e propria tecnocrazia. Ciò prelude anche ad un governo di tipo meccanico-algoritmico – se è vero che i saperi e l’intelligenza vengono ormai sempre più riversati nelle macchine. Sarà una rete neurale a governare il futuro?
Ma chi deciderà sulle questioni bioetiche?

13. MACCHINE
È un tema molto presente nelle pieghe sia biologiche che sociali del contagio.
A parte l’enorme macchina organizzativa e sanitaria (peraltro da rivedere alla radice in alcune sue dinamiche: la sbandierata “eccellenza” lombarda è stata il controesempio di come la medicina preventiva dovrebbe agire e non ha saputo agire per pregresse e criminali scelte di profitto; società ipertecnologiche che non hanno saputo attuare piani di prevenzione in larga scala) – si vanno annunciando chiaramente future novità di controllo tecnologico delle vite: più che di biopolitica, occorre ormai parlare di biotecnologia socialmente applicata. L’idea di applicazioni (app) inserite di fatto nell’identità digitale di ciascuno prelude ad una dimensione che va ben oltre ogni immaginazione orwelliana.
Non solo: le macchine (insieme agli oggetti e alle merci) sono diventate l’interfaccia essenziale delle relazioni umane. La megamacchina social e digitale ha saturato il vuoto delle relazioni (e, oltremodo, le menti), aprendo anche a possibili scenari di trasformazione digitale dei modelli organizzativi del lavoro, della scuola, o di altri comparti sociali. Insomma, siamo dentro a una bolla che è anche un gigantesco laboratorio di ingegneria socioantropologica. Il capitale – e la sua punta avanzata, le “stacks” Google, Facebook, Amazon, ecc. – tende come sempre ad utilizzare una crisi per trasformare a suo vantaggio i processi in vista di nuove valorizzazioni e colonizzazioni della vita. Questo, poi, è addirittura un esperimento a livello globale. Certo, c’è anche un ampio margine di incertezza: gli algoritmi e i manovratori della megamacchina potrebbero sempre essere disturbati, oltre che dagli eventi naturali, anche dall’imprevedibilità del divenire storico. Il conflitto sociale e la più interessante delle sue variabili – le paure, i desideri e i sogni degli umani – potrebbero riservare delle sorprese.

14. FEDE
È probabile che una delle immagini simbolo della peste del 2020 sia quella del papa che impartisce inutilmente la sua benedizione urbi et orbi, in una piazza San Pietro vuota e surreale. Inutile ai fini del morbo, utile (si suppone) per il morale dei fedeli e di parte della società: se la fiducia nella politica è prossima allo zero (salvo tornare a invocare lo Stato centrale, senza il cui intervento si scatenerebbe il caos), e la fede nella scienza vacilla (anche se è l’unica che potrà fermare il contagio), c’è ancora qualcuno che si aggrappa all’antico. D’altra parte i conforti della mente hanno le origini più varie e misteriose.
Il rischio è che la fiducia che fonda la socialità si trasformi in fede cieca ed irrazionale: il nuovo dio, che salva da tutti i mali, rischia di diventare lo scientismo (e, nella fattispecie italiana, il burionismo). Intendiamoci: non si vuol dire con questo che non occorra affidarsi alla scienza e al sapere razionale, che, anzi, devono essere le bussole imprescindibili delle nostre organizzazioni sociali, un ritorno al pre-illuminismo è fuori discussione; si vuol però mettere in guardia dal trasformare in articoli di fede ciò che è comunque soggetto al controllo razionale, al fallibilismo e alla democrazia della ricerca. È falsa e supponente la tesi che contrappone scienza e democrazia: la scienza, come ogni sapere e come la filosofia che ne è all’origine, è essenzialmente democratica, per almeno due ragioni: la ricerca della verità è appannaggio di tutti gli umani, è nelle loro facoltà di base; e in secondo luogo spetta sempre agli umani associati decidere che cosa di quella scienza o di quella tecnica si può applicare alle loro vite e al mondo e che cosa no.

15. BIOETICA
Di nuovo: il campo della bioetica non può essere di pertinenza di medici o scienziati – a meno che si decida di delegare a loro non solo il potere politico ma anche quello delle decisioni etiche, che però allora non sarebbero più etiche ma di altra natura. Sulla vita e le proprie relazioni può decidere solo la vita: da questo punto di vista mi sento di dire che in ultima analisi il diritto, il potere, l’etica emanano da ciascuna forma di vita, e non viceversa. C’è qualcosa in me – scritto nel mio corpo, nel mio modo di essere, nella mia potenza vitale, conatus, lo si chiami come si vuole – che resta incomprimibile e non addomesticabile. Non so se si tratti di libertà (che discende semmai dalla vita sociale, più che da quella biologica) – ma certo è un sentire originario che non può essere ignorato.
Ecco perché la vita non può essere ridotta alla sua organizzazione scientifica – cosa che ci renderebbe né più né meno che macchine. Il quantitativo – una vita lunga e “sana” secondo criteri biochemiofisici – trionferebbe sul qualitativo e sulla nostra stessa costituzione spirituale.
Cristian Fuschetto nell’articolo critico in risposta ad Agamben “C’è chi pensa che il coronavirus sia un complotto dei governi“, scrive: «Agamben è utile perché nella sua semplicità e al di là delle intenzioni stesse del pensatore, esprime in modo cristallino il sospetto che gran parte del pensiero filosofico nutre nei confronti della scienza e della tecnologia, saperi e poteri tacciati di ridurre a meri oggetti natura e uomini». Direi che ha colto nel segno – che è poi il dubbio che gran parte della tradizione filosofica “spiritualistica” o esistenzialistica novecentesca ha nutrito e nutre nei confronti dell’inarrestabile avanzata del progresso scientifico e del suo dominio incontrastato.
La scienza ci allunga di sicuro la vita – ma ci rende più felici? D’altra parte anche la filosofia non risolve i nostri problemi esistenziali, lo abbiamo detto in apertura, ciò non toglie che prova a chiarirceli, scavando nel sottosuolo, e ci aiuta a scegliere consapevolmente. Sapere quel che siamo e ciò che sono mondo e natura, è preludio all’etica, le cui scelte non sono mai delegabili, perché appartengono alla nostra dimensione più intima e spirituale.

16. SOLITUDINE
Prima di avviarci alla conclusione di questa nostra rassegna, non poteva mancare una delle parole più angoscianti del contagio: l’isolamento coatto, la distanziazione, l’irrelatezza quali condizioni antiumane, per quanto necessitate. Cure dolorose, che lasceranno segni. Siamo animali sociali, nonostante le ideologie imperanti abbiano piegato la socialità al culto dell’individuo e alla sua indefinita espansione narcisistica. Un vero capolavoro (e cortocircuito) se ci si pensa bene: usare la socialità per allevare degli atomi sociali da cui spremere profitto e intelligenza da risocializzare per potenziare la macchina. Più o meno come quello scientifico: amplificare la potenza e curare i danni che la potenza produce.
Ma ecco che il contagio solleva il velo di questa insensatezza, di una vera e propria follia sistemica, e nell’isolare in modo coatto gli individui fa loro sentire la nostalgia e il languore delle relazioni non mediate dal denaro e dalle macchine. La disconnessione, peraltro, non è solo tra i soggetti ma anche al loro interno, tra mente e corpo: un corpo costretto tra le quattro mura (di casa, del lavoro, in fila nei supermercati) e una mente del tutto spaesata e sospesa.
Sembra quasi essersi realizzata la bizzarra e grottesca ontologia di Malebranche: i singoli corpi, le singole anime (disconnesse e irrelate tra loro) vengono manovrate solo da Dio. Qui è il contagio a condurre i giochi – l’occasionalismo perfetto della disarticolazione.
Ma una parola ulteriore va spesa nel confronti degli isolati estremi, gli appestati, che non hanno avuto nessun conforto: intubati, senza la possibilità di poter scambiare un solo gesto empatico, nemmeno una parola, o una carezza, né col personale sanitario né coi loro cari – un’intera generazione di anziani prima salvata dalla tecnica medica e poi falcidiata dal virus, sprofondata nel gorgo muto. Per loro occorrerà spendere una supplementare parola di pietà.
Laddove la scienza (e la politica) non hanno potuto far nulla, la filosofia e l’etica restano mute, non rimane che il discreto sentimento di pietà – quello che Rousseau considerava tra i più antichi ed essenziali.

17. CRISI
Le parole crisi e dopo – le ultime della nostra rassegna – vanno meglio e a fondo ripensate. Crisi è parola medica, tra l’altro: nella scuola di Ippocrate indicava la fase decisiva di una malattia. La parola greca krisis indica la forza che discrimina e distingue, che separa (c’è qui l’eco evidente di molte situazioni del contagio che abbiamo analizzato – e che gli epidemiologi riducono al termine “picco”); è scelta, giudizio, lotta, contesa; ma anche evento, esito, risoluzione. Allude insomma all’intero decorso del processo con l’incertezza del suo esito. Crisi è il momento apicale che decide per una cosa o per l’altra, incertezza ed essere in bilico – vita o morte. Ma ogni crisi è anche una risoluzione, un’uscita da qualcosa che è stato messo in discussione rispetto ad un assetto antecedente.
Ma che tipo di crisi è questa? Non è forse una crisi apicale, il picco di una malattia – che non è solo virale ma anche sociale, e che dunque riguarda un intero sistema febbricitante, folle e in bilico?

18. DOPO
Strettamente collegata a crisi è dopo – dopo la crisi. È gravida di dopo questa fase. Se ne sente continuamente parlare (si spera non a sproposito o tanto per dire):
dopo niente sarà come prima
dopo dovremo rimediare agli errori fatti
dopo dovremo attrezzarci a prevenire
dopo potenzieremo la sanità pubblica, i servizi, lo stato
dopo dopo dopo.

Dopo: una piccola parola, un intercalare che usiamo quasi inavvertitamente e di continuo. Ci vediamo dopo, vengo dopo, lo faccio dopo, ci penso dopo, dopo sarà tardi…
Ecco, questo dopo non è forse tardi? Non è forse già ora? O magari è un dopo la crisi che ci farà ragionare e respirare di più?
Cacciari, come detto all’inizio, si mostra scettico sulla lezione da trarre dall’emergenza – andava fatto prima, ora è tardi, non sembrerebbe esserci un dopo, e di sicuro sarà un dopo difficilissimo ed oscuro.
Comunque sia è un dopo carico di ignoto – ecco, torniamo all’origine del nostro piccolo ragionamento. Ma anziché essere toccati dall’ignoto, potremmo provare noi ad avanzare verso l’ignoto, timidamente, a piccoli passi, magari cambiando rotta e direzione, esplorando altre strade. La vita lo fa spesso, in maniera del tutto contingente.
Dopo – la storia non è certo finita (che incredibile sciocchezza – o spazzatura ideologica – era stata la tanto sbandierata fine della storia di Fukuyama! Con tutti quelli che ci hanno creduto!).
Dopo. Il futuro. Torniamo a disegnarlo, ad immaginarlo e a non darlo per scontato.
Banale? Forse sì, o forse solo impensato, ignoto, misterioso, come la parola dopo. Come non veder l’ora di vedere cosa c’è in quel dopo. Ma anche “non veder l’ora” è un’espressione che va corretta: dopo richiede calma e discrezione. Un rallentamento, ora necessitato e che dopo ci può tornare utile.
Almeno una parola definitiva, se non ultimativa, la filosofia è in grado di dirla: tornare a ragionare, uscire dalla follia.

***

Ma concludiamo tornando circolarmente alla parola iniziale – straniamento – il sentimento che ancora ci pervade e che non se ne vuole andare. Ed è bene che non se ne vada. Voltaire – che era oltretutto un esperto di disastri (basti pensare al suo Poema sul disastro di Lisbona) – si esercitò non poco ad operare con questa tecnica straniante (ad esempio in Micromega): immaginate che cosa penserebbe di noi un alieno in visita sulla terra, o un selvaggio che si aggirasse per le vie di Parigi… Ecco, un ottimo esempio di quadro straniante, che però muove dall’iniziale paralisi per provare ad indurre un ragionamento, ce lo fornisce proprio il visionario anticipatore di pesti del nuovo millennio David Quammen:

«Abbiamo aumentato il nostro numero fino a 7 miliardi e più, arriveremo a nove miliardi prima che s’intraveda un appiattimento della crescita. Viviamo in città super affollate.
Abbiamo violato e continuiamo a farlo le ultime grandi foreste e altri ecosistemi del Pianeta distruggendo l’ambiente e le comunità che vi abitavano. A colpi di sega e ascia ci siamo fatti strada in Congo, in Amazzonia, nel Borneo, in Madagascar, in nuova Guinea e nell’Australia nordorientale.
Facciamo terra bruciata in modo letterale e metaforico. Uccidiamo e mangiamo gli animali di quegli ambienti. Ci installiamo al posto loro, fondiamo villaggi, campi di lavoro, città, industrie estrattive, metropoli.
Esportiamo animali domestici che rimpiazzano gli erbivori nativi. Facciamo moltiplicare il bestiame allo stesso ritmo con cui ci siamo moltiplicati noi allevandolo in modo intensivo in luoghi dove confiniamo migliaia di bovini, suini, polli, anatre, pecore e capre — e anche centinaia di ratti del bambù e zibetti. In tali condizioni è facile che gli animali domestici e semi domestici siano esposti a patogeni provenienti dall’esterno si contagino tra di loro. In tali condizioni i patogeni hanno molte opportunità di evolvere e assumere nuove forme capaci di infettare gli esseri umani tanto quanto le mucche o le anatre… Viaggiamo in continuazione… Diamo da mangiare agli animali, tocchiamo tutto, diamo la mano ai simpatici abitanti del luogo, poi risaliamo su un bell’aereo e torniamo a casa. Siamo punti da zanzare e zecche, cambiamo il clima del globo con le nostre emissioni di anidride carbonica, spostiamo le latitudini in cui le suddette zanzare e zecche vivono. Siamo tentazioni irresistibili per i microbi più intraprendenti perché i nostri corpi sono tanti e sono ovunque».

Se si osserva da lontano, in modo straniato e decentrato, quel che accade, si può forse concludere che il nemico non è affatto quella sostanza biologica aliena, priva di cellule ed informe, che ci usa come veicolo di propagazione – il nemico è decisamente più prossimo a noi e ai nostri fin troppo spensierati stili di vita. Una spensieratezza (non leggerezza, ma letteralmente privazione di pensiero, irrazionalità) che a quell’alieno apparirebbe in forma di follia autodistruttiva. Lo sappiamo – o, almeno, diciamo di saperlo – ma ora si tratta di trarne le conseguenze e agire. Come direbbe Enzensberger, però, non potrà più essere un agire per trasformare, ma un agire per risparmiare e preservare il mondo. Soprattutto da noi stessi e dalla nostra avidità.

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