Ancora su Agamben

Ho avuto ieri una lunga chiacchierata tramite telefono con un’amica filosofa su Giorgio Agamben. Con tutto quello di cui uno potrebbe parlare, si dirà…
Son tempi strani, torti e contorti. E Agamben contribuisce a contorcere ancora di più la situazione. La mia amica, che ha letto quasi tutto di Agamben e lo conosce meglio di me, mi dice che le sue uscite sull’epidemia di queste settimane non la convincono per nulla.
Io le ho esposto qual è il mio pensiero in merito, e cioè che del suo discorso mi pare importante la denuncia della scissione tra bios e zoè, tra la vita complessa di cui ciascuno di noi è portatore e la sua mera riduzione a corpo biologico-animale, nuda vita. D’altro canto sono altrettanto convinto che lo stato biopolitico non vada per il sottile, e che in una logica immunitaria di addomesticamento (quella detestata da Nietzsche, per intendersi), quella scissione è inevitabile. Il sospetto, poi, che l’uomo totale sia solo una finzione (o una proiezione utopica, quando va bene) sta sempre sullo sfondo.
La domanda che Agamben con i suoi interventi urticanti ha posto agli uomini-massa è dunque la seguente: vi sta bene che venga sequestrata una parte rilevante, se non essenziale, della vostra individualità – libertà di movimento e di relazione – al fine di proteggere un supposto bene maggiore (il vostro mero corpo), e, ancor più, il corpo sociale?
La sua risposta – irrisa da molti, ma non da tutti – è stata no, a me non sta bene.
Ora, la mia amica ha argomentato che trova debolissime queste sue argomentazioni per varie ragioni, che cerco di ricostruire – in modo sintetico – a modo mio. Queste sono, più o meno, le conclusioni a cui siamo addivenuti:

1) non si capisce perché la scissione debba produrre un’alienazione inaccettabile, anziché un potenziamento di sè: paradossalmente, proprio aver sospeso la parte biologica – averla consegnata nelle mani della biopolitica – non fa che aumentare l’importanza del sé spirituale (mi pare che Etty Hillesum abbia detto qualcosa in proposito, ma non ricordo la citazione esatta). Ed è esattamente la parte libera di sé che non può essere catturata o perennemente sequestrata. Non c’è, insomma, alcuna necessità che le tracce lasciate dall’emergenza generino passività anziché conflitto;

2) diverse critiche lette qua e là, imputano ad Agamben un esasperato teoreticismo, una lettura puramente ideologica ed un’applicazione schematica delle proprie teorie ai fatti storici: è in verità un vizio comune in molti filosofi, ma, se si vuole, non ne è esente nemmeno la scienza e qualunque forma di sapere o di potere: catturare l’ignoto attraverso il già noto, fino a sfiorare in alcuni casi il senso del ridicolo (come la lettura distorta delle pestilenze nella storia, che hanno semmai tutte un carattere antropologico di gravità e di necessità della distanziazione sociale);

3) a proposito dell’ignoto, Agamben in uno degli articoli imputati, cita l’incipit di Massa e potere di Canetti, che identificava nella massa l’antidoto alla paura dell’essere toccati (l’ignoto appunto: ciò che non conosciamo, la morte, ecc.), e si chiede che tipo di massa è quella determinata dal distanziamento sociale (a suo parere è una massa inerte e passiva di egocentrici): ma occorre chiedersi più in generale che tipo di massa è quella della nostra epoca, che già da molto tempo distanzia i corpi e avvicina le menti attraverso la scrittura, la comunicazione, l’immaginazione – saturando in modo inedito lo spazio sociale;

4) abbiamo convenuto su un esito reazionario del pensiero di Agamben (nel dibattito in corso se ne è parlato, anche a proposito dei riferimenti religiosi). La lettura biopolitica del potere statuale (brutto e cattivo in ogni caso) applicata urbi et orbi, comporta un duplice rischio: una copertura asfittica e senza speranza della storia, e, soprattutto, lo schiacciamento del sociale (della società civile) sull’elemento istituzionale, come se non ci fossero dinamiche autonome della vita sociale. La critica di Agamben non prevede vie d’uscita, se non un generico ribellismo o un impossibile ritorno allo stato di natura;

5) abbiamo infine convenuto che, invece, l’ignoto di fronte a cui ci troviamo va affrontato senza alcuna mestizia nichilistica: sia perché non è detto che non possa finire per mettere in crisi l’intero sistema capitalistico, sia perché siamo chiamati ad operare una torsione del pensiero, una drastica revisione cognitiva ed epistemologica, che richiede tutte le nostre capacità ed energie. Occorre cioè farsi venire qualche dubbio in più sulla solidità delle categorie attraverso cui leggiamo il mondo e i fatti sociali, riconoscendo i nostri limiti naturali – deus sive natura – e però, insieme, la possibilità di deviare la storia su altri binari. E a tal proposito, occorrerà puntare gli occhi soprattutto sugli imminenti aspetti ecosistemici della crisi.

(Personalmente, direi che possiamo benissimo lasciare il buon vecchio Agamben al suo destino, e procedere oltre).

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4 Risposte to “Ancora su Agamben”

  1. Alberto Cioni Says:

    buon cammino nella larga strada “delle magnifiche e progressive”…

  2. Alberto Cioni Says:

    nel lapsus calami, è venuta meno la parola “sorti”, Forse perché persino le mie mani ne dubitano. Ma voi che volete – superba impresa – raddrizzare la storia , non vi farete certo scoraggiare. Quanto al fatto che tutto il pensiero di Agamben vada nella direzione dello “stato di natura”, vuol dire non averne mai letto nemmeno una pagina. Perché dunque tenere aperto un blog e far polemica sul nulla?

  3. md Says:

    Mai detto che “tutto il pensiero di Agamben” va verso lo stato di natura (ma se anche fosse, lo “stato di natura” è comunque una via roussoianamente utopica e feconda, anche se non è la prospettiva di cui qui si discute)

  4. md Says:

    Se di una cosa su questo “inutile” blog si è fatto perenne oggetto di discussione critica, sono state proprio le magnifiche sorti e progressive – ma mica posso chiedere ai commentatori di fermarsi al di là di un fugace passaggio. Buon cammino a te!

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