Libito fé licito

Traccio un triangolo, e nomino ciascun vertice coi seguenti nomi: scienza, filosofia, desiderio. La trovo una figura interessante. E che abbia a che fare con il tempo del contagio. Ora spiego perché.
Partiamo proprio dal tempo sospeso che stiamo vivendo: l’epoca del contagio ha fatto collassare innanzitutto il tempo (o i tempi plurali della nostra vita). Si è detto in tutte le salse che la prima sensazione è proprio quella della sospensione, del congelamento, della contrazione (insieme alla dilatazione spaziale, orrendamente simbolizzata dal distanziamento sociale).
Il primo vertice temporale allude all’appuntamento quotidiano – anzi costante e pressante e saturante – con la scienza, che scandisce il tempo del contagio. Virologi, epidemiologi, infettivologi, ricercatori e scienziati sono assurti a sacerdoti di questo tempo. I tempi (e la curva) del contagio, la corsa per trovare la cura, i tempi del vaccino – che forse (ma non è sicuro) ci immunizzerà.
Il secondo vertice è il più sfuggente, problematico – e senz’altro inutile. Sull’inutilità della filosofia si è detto molto – inutile in quanto non finalizzata, non specializzata, non piegata ad uno scopo determinato, perché se si tratta di indagare la verità e il senso delle cose non ci può essere di nessuna utilità immediata. Ecco: partiamo proprio da questo sfuggire della filosofia alle dinamiche comuni della temporalità per ricostruire il triangolo e dargli un significato compiuto.
Inutile chiedere alla filosofia di darci una risposta ora. La filosofia non ha risposte immediate o istantanee (se le avesse sarebbe una filosofia truffaldina, una non-filosofia) – e quando ne ha sono risposte spesso scomode, che ambiscono a valere sempre, o mai, o comunque in una dimensione temporale altra rispetto al qui e all’ora dello scopo, della finalità – dell’utilità, come si diceva prima. Mai, perché potrebbe non arrivare la risposta attesa o potrebbe essere rinviata all’infinito, in un’eco insopportabile della domanda. La filosofia – per quanto rifletta sul tempo ed è, hegelianamente, il tempo appreso e concentrato in se stesso – ha a che fare con la dimensione dell’intemporale, dell’eterno. Se si vuole, del mistero e dell’ignoto.
La scienza è figlia prepotente della filosofia, dalla quale si è da lungo tempo emancipata; ma della filosofia mantiene alcune dinamiche temporali di base a proposito del domandare e del rispondere. Certo, nessuno scienziato – in quanto scienziato – si chiede più che senso abbiano il cosmo, o la natura, o il divenire delle cose, o la propria esistenza, e si limita piuttosto a registrare e comprendere fenomeni alquanto circoscritti – tutt’al più estendendo i modelli all’intero cosmologico (ma già l’intero e la totalità sono concetti scientifici problematici). Le teorie scientifiche sono costruite allo scopo di poterne ricavare applicazioni, determinare modifiche, produrre interazioni nuove tra vita sociale e natura. Ma quel “qui e ora” sono comunque determinati dal ciclo della conoscenza, che ha dei tempi incerti.
Ad esempio, nel caso di Covid-19 – un virus ignoto in molti suoi aspetti – non sappiamo ancora se potremo avere una cura o un vaccino. Non abbiamo tempi certi. Non siamo in grado di tracciare un’evoluzione sicura, né di fare previsioni esatte. Osserviamo tendenze, prevediamo sviluppi, tamponiamo situazioni. In attesa di soluzioni che richiedono comunque di essere sperimentate, validate (o invalidate).
E qui veniamo all’ultimo vertice, quello che ci riguarda nell’immediato, e che ha a che fare con il tempo accelerato dell’attuale modello sociale: è questa l’epoca del tempo istantaneo, del like, del clic, del desiderio – del licitazionismo, per usare il termine che Madera ha ricavato dal verso libito fé licito in sua legge del quinto canto dell’Inferno dantesco, con riferimento a Semiramide: un termine che descrive con precisione il fenomeno della deificazione del desiderio, e della sua istantaneità.
La rete e l’ideologia globale hanno dato un’ulteriore accelerazione a questa tendenza profonda che il capitale aveva già reso legge universale e monocratica: vedo una cosa costruita ad arte per il mio desiderio (meglio ancora: prima dell’oggetto, viene costruito il desiderio e la sua illimitata dinamica), mi piace, schiaccio un tasto e l’oggetto del mio desiderio mi arriverà a casa in un battibaleno. Il soddisfacimento del desiderio crea nello stesso istante lo spazio – il vuoto, la mancanza intollerabile – per il sorgere di un ulteriore desiderio. Platone aveva utilizzato a tal proposito la metafora illuminante dell’orcio bucato, una vera e propria denuncia di dipendenza psicopatologica, nonché manifestazione di un cattivissimo infinito.
Ma la scienza non funziona come Amazon (o non ancora). E ancor meno la filosofia.
I tempi della conoscenza sono tuttora irti di ostacoli – mi verrebbe da dire fisici, se la conoscenza non si muovesse in una dimensione speculativa ed invisibile che sfugge alla stessa materialità dell’esistenza. I tempi della scienza sono incerti. I tempi della filosofia sono eoni, se paragonati al desiderio che ci divora: inutile dunque chiedere alla filosofia di risolvere i nostri problemi qui e ora, inutile mettere fretta alla scienza  – oltretutto vi è sempre sullo sfondo il problema – più etico che epistemologico – sintetizzato dal cosiddetto “principio di precauzione” o se si vuole dal principio-responsabilità: il calcolo, cioè, di conseguenze sul lungo periodo delle applicazioni tecniche e pratiche dei nostri saperi scientifici, dal nucleare agli ogm ai vaccini ai fertilizzanti alle sementi alle profonde modificazioni degli ecosistemi. Un calcolo che non può essere solo tecnico o scientifico, ma che deve mettere insieme diversi aspetti e fattori, compresi quelli extraumani. Un calcolo che potrebbe anche mettere in luce come la scienza (o meglio la tecnoscienza) finisca per creare più mali di quelli da cui ci salva.
Di sicuro il vertice più alto del nostro triangolo non deve essere quello del desiderio, che ci porterebbe (o ci sta già portando) in breve alla rovina. Non dico che debba essere per forza la filosofia, la saggezza, o la lentezza tipica del pensiero antico – uno stile di vita fatto di meditazione e di esercizi spirituali da cui ci siamo allontanati forse per sempre. D’altra parte una cura del contagio non può certo venire da questa lentezza (la filosofia è piuttosto scarsa anche come consolatrice della morte) – ma nemmeno cliccando o mettendo like al virologo di fama.
Occorre magari trovare un’altra figura geometrica, un’altra forma, una nuova misura che tenga insieme le dimensioni temporali – siano esse l’ansia della trasformazione, la cautela della preservazione o la contemplazione di ciò che è eterno, e che ci contiene e trascende.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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