Il complotto della cosa

È innanzitutto la lingua ad essere impestata, scriveva Givone molto opportunamente alcuni anni fa.
Uno degli aspetti più controversi del dibattito sul Covid riguarda le tesi complottiste in circolazione: scienziati e tecnocrati – in combutta con oscure cosche politico-affaristiche – non ci stanno dicendo la verità, e soprattutto stanno brigando per stabilire un nuovo ordine in cui vigerà un ulteriore livello del controllo sociale (praticamente totale). In tale operazione è cruciale l’uso dei dati – numeri e statistiche generati e/o manipolati ad arte. A tal proposito si vanno creando strane alleanze e convergenze (ma anche questa non è una novità), tra complottisti di destra e di sinistra, neopopulismi strampalati con finalità diverse, ma con una visione ed un sottotesto comuni (che fa però venire dei dubbi anche sulla diversità degli scopi): del resto è proprio l’evocazione delle masse, dei popoli (e, per contro, delle élites) ad essere diventata confusa e problematica.
Ora, che in ogni vicenda umana ci siano dei materialissimi interessi in gioco mi pare una verità ovvia e incontrovertibile: ma per questo basta rileggere qualche pagina di Marx, non c’è alcun bisogno di scomodare fumose teorie complottarde. Altro discorso è porsi il problema dell’impatto di medio e lungo periodo – sul piano sociale, economico, psicologico, culturale, antropologico – di una crisi globale come quella in corso: chi ne trarrà utilità? come si trasformerà il mondo del lavoro? quali le conseguenze geopolitiche? Di sicuro la pandemia post-virale non colpirà tutti allo stesso modo: ed è qui che serviranno analisi e forza critica, nonché un uso accorto della razionalità – quanto di più lontano dal complottismo dilagante.
Occorre però partire da un elemento preliminare che impedisce una discussione limpida, pur con idee ed opinioni divergenti: la natura della crisi, la sua oggettività – insomma la “cosa” che abbiamo di fronte. Perché nel dibattito distorto e confuso che da tre mesi accompagna la crisi pandemica, c’è anche l’insinuazione del dubbio che la “cosa” sia stata esagerata se non addirittura costruita, al fine di raggiungere determinati scopi, si presume soprattutto di ordine geopolitico ed economico. Se però, nell’epoca della saturazione informativa e dell’ermeneutica radicale, in cui “tutto è solo interpretazione”, non ci può essere nemmeno un accordo di base sulla natura di un fenomeno globale che sta causando centinaia di migliaia di morti, e un numero altissimo di feriti (colpiti da una malattia di cui non conosciamo ancora le conseguenze sul medio e lungo periodo) – allora abbiamo un serio problema, non solo di lettura della realtà – di deficit teorico e di basi epistemologiche – ma anche e soprattutto di conseguente prassi etico-politica.

Il caso di Agamben – di cui ho già a più riprese parlato, e che pure non è ascrivibile ai complottisti duri e puri – mi pare sia esemplare: il filosofo di Homo sacer si è limitato ad applicare lo schema teorico che aveva in testa alla “cosa” che andava accadendo, dimenticandosi che la lettura di un fenomeno è sempre dialettica, e si fa contaminare dai suoi elementi materiali, oggettivi, empirici. Io che leggo la realtà la modifico già solo interpretandola, ma è la “cosa” stessa ad invadere il mio campo interpretativo, il testo sconosciuto che urta il mio cerchio ermeneutico – e una crisi pandemica (ma questo si dovrebbe dire di qualunque crisi sistemica) lo invade nel modo più inatteso. L’ignoto – e la natura nella sua cruda necessità – che irrompono, non ci possono lasciare inerti e tranquilli, e ancorati ai precedenti schemi teorici o alle parole di prima: occorre trovarne di nuove.  Nel caso dell’analisi di Agamben – tanto per usare l’accetta – sembra di trovarsi di fronte ad una sorta di “complotto di sistema” generato da una “testa senza mondo” qual è quella di Kien, il sinologo protagonista di Autodafé.

***

Ho voluto però applicare su me stesso tutto questo discorso, provando ad effettuare una sorta di autoanalisi a posteriori, al fine di verificare quel che è successo in me a proposito di questo gioco dialettico ed ermeneutico, difficilmente controllabile soprattutto quando si è attraversati e stressati da flussi emotivi continui. Per non parlare dello stress cognitivo ed informativo a cui per tre mesi siamo stati sottoposti. Tre mesi nei quali ho avuto presente questo problema, e che cercavo – per quanto possibile – di sorvegliare, giorno dopo giorno.
Inevitabilmente, la mia curva epidemico-critica ha seguito quella sanitaria e sociale, nei suoi altalenanti risvolti cognitivi ed emotivi. Ma anche quella informativa, una massa di notizie tra cui era un’impresa districarsi. Tutto sommato credo che l’autosorveglianza razionale abbia retto.
Non so dire se la barra sia sempre stata dritta – anche perché quando attraversi l’ignoto la navigazione procede a vista – ma di sicuro la calma razionale e la preoccupazione cognitiva di sceverare l’assurdo dal fondato, sono state modalità prevalenti del mio sguardo sulla “cosa”. Per lo meno era il metodo che mi sono dato a priori. Insieme a una grande cautela, una prudenza che non sapevo di avere – e di cui evidentemente avevo fatto scorta, senza saperlo.
Ovviamente non so dire con certezza se alcune delle cose che ho detto, scritto e pensato non fossero in quel frangente delle sciocchezze – suppongo che in un periodo come questo non sia facile sorvegliare la stupidità, la retorica o la banalità, sia individuale che collettiva. Ma raramente ho scritto d’impulso – di sicuro meno del solito, anche se ho riletto e riconosciuto la vena indignata o quella angosciata delle giornate più buie.

Ma tornando al complottismo: su questo non ho mai ceduto di un millimetro. Magari tra sei mesi o un anno verremo a sapere che invece il complotto c’era, ed era stato ordito dalla Cina o dalla Multinazionale X o dalla Spectre o dagli Alieni. Allora mi toccherà rivedere la mia posizione così prudente e sorvegliata.
Ma allo stato dei fatti, delle osservazioni, dei dati disponibili (pur confusi), quel che posso infine confermare delle mie interpretazioni e del mio vissuto critico è quanto segue:

1. Lo Stato torna al centro, e se vogliamo che non sia un istituto repressivo e autoritario, dobbiamo ri-volgerlo in stato sociale, cioè contaminarlo di istanze sociali, affinché non sia il comitato di affari di nessuno, ma l’organizzazione collettiva che sorveglia i beni comuni – sanità, istruzione, ricerca in primis. Che non vuol dire esserne controllati, ma semmai controllarlo. L’alternativa è essere travolti dalla follia globale.
2. La scienza è essenziale, ma non può governare al posto della politica: avere cognizione delle cose serve a decidere, ma la conoscenza ha uno spettro molto largo, e non è riducibile ad alcuna scienza particolare. Che non vuol nemmeno dire che debbano essere i filosofi a governare (dio ce ne scampi): bastano politici formati a tale scopo, e partiti o movimenti che non siano cosche affaristiche ma progetti di convivenza con un respiro un po’ meno corto del sondaggio d’opinione. Facile a dirsi…
3. La distanza sociale esisteva anche prima della pandemia: è una distanza dovuta al narcisismo e all’individualismo generati da un modello sociale ed economico fallimentare e da respingere in toto, senza salvare nulla – il sistema cioè che mette il denaro, il produttivismo, le merci e gli interessi di pochi (o di molti nel presente) sopra e contro l’interesse generale (e dei molti del futuro). Il suo nome è liberismo, la forma post-moderna del capitalismo – ed è una schifezza mortifera e nichilistica.
4. Il vero confine che andrà sorvegliato con la massima attenzione è il confine e il limite che homo sapiens non sa darsi nel suo rapporto con la natura, e nella logica del dominio che lo caratterizza. Ma anche del suo ossessivo desiderio di possedere ogni cosa – come se tutto ciò non fosse nulla in confronto all’essenziale.

***

La “cosa” si staglia tuttavia ancora all’orizzonte, nebulosa e indefinita. Ho scritto in più occasioni che le sue principali caratteristiche sono l’ignoto e l’invisibilità – due cifre del nostro tempo. Ho qualche difficoltà ad ammettere di poterla afferrare con le categorie di cui fin qui disponevo (disponevamo): probabilmente ci vorrà qualche tempo per comprendere appieno gli smottamenti cognitivi, psicologici e sociali avvenuti. Per passare dal “mondo senza testa” – il prevalere del meccanico e della mediazione reificante delle macchine paventati dagli umanisti, Agamben in testa, dagli antiscientisti e dagli spiritualisti – ad un “mondo con la testa”. Questa autosorveglianza sarà vitale, per affrontare le crisi che verranno.

***

[Un’analisi accurata dell’odierno complottismo si trova in questo eccellente scritto di Andrea Zhok, una delle menti più lucide in Italia nel corso di questa crisi, e non solo]

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3 Risposte to “Il complotto della cosa”

  1. rozmilla Says:

    Temo ci sia una specie di conformazione mentale che rende tale un complottista, una tendenza probabilmente paranoica che lo induce a ricercare e a dare maggior peso a delle ragioni oscure e malefiche, piuttosto che a focalizzare l’attenzione su altri aspetti, magari più pratici o utili nell’immediato, ad affrontare un problema (ma lo dico soltanto perché convivo con un complottista che si rivela tale ad ogni “buona” occasione, e per il quale ogni occasione è buona: di fronte a varie ipotesi e opzioni, la scelta volge in direzione complotto, ci potresti mettere la mano sul fuoco).
    Diversamente Zhok lo scrive in modo magistrale, al punto 1) La razionalità claudicante e strumentale di questa famiglia di teorie produce una molteplicità di soluzioni immaginarie e mutuamente contraddittorie. Questo significa che questi ‘complottismi’ creano un terreno completamente sterile per ogni iniziativa politica che si voglia costruttiva. Venendo meno la capacità di analisi della realtà, che è asservita ad un fine predeterminato, queste interpretazioni condividono solo un meccanismo psicologico comune che le può rendere simpatetiche le une con le altre, ma creano anche divergenze insolubili nella lettura delle cause, e dunque anche delle soluzioni.
    Spostare l’attenzione, dunque, crea una sorta di blocco non solo emotivo, ma che inibisce altre possibilità, che del resto nel corso di questa “settantena” erano per forza di cose inibite.
    Per quanto riguarda il lato personale-psicologico, testimonio che dopo il primo periodo di shock e insieme di accettazione, sono stata attraversata da varie ondate di rabbia furiosa. Una mattina appena alzata, ho urlato e urlato ad ogni finestra di casa… (non dico cosa, ma è parte della “cosa”)
    L’incomprensibile, l’inaccettabile, era rivolto verso l’incompetenza, la sbadataggine, la mancanza di prudenza, di visione e di conoscenza delle alte sfere, che avrebbero potuto, se “alte” e adeguate al compito lo fossero state, limitare i danni in partenza. E più sono “alte” più c’è da incazzarsi, anche se incazzarsi e basta non serve a niente.
    Non ultimo, constatare che tutti gli errori fatti da chi aveva la responsabilità di prendere le misure più opportune per contenere i danni, hanno avuto, hanno e avranno ricadute immediate sull’intera collettività, in primis come sempre sugli ultimi, sui deboli, su coloro che purtroppo di responsabilità (e colpe) ne hanno fin troppo poche, tranne quella di obbedire a leggi spesso fatte alla cazzo di cane, in un sistema che perpetua se stesso ad libitum.
    Le colpe delle “alte” sfere ad oggi risultano direttamente proporzionali alla pena o castigo che sta scontando il popolo, non preso nell’accezione più vasta ma in gradualità progressivamente negativa.
    Alla fine, come al solito, il risultato che temo si profili alla vista, sarà un’orrida impunità di gregge.
    E qui mi fermo, poiché temo che appena possibile ognuno dovrà cercare di tirare a campare e ci sarà ben poco spazio per le anime belle egli alti ideali.
    Ma anche no. Dipende se si preferirà dimenticare, riprendere con la consueta “normalità” – un attimo di respiro è fisiologico, una tregua prima della prossima ondata – o se si riuscirà a conservare le ragioni della rabbia e dirigerla: ma verso dove?
    S’intravede forse all’orizzonte una classe politica che possa offrire garanzie migliori di quella attuale?
    Con tutta la buona volontà, se l’imbecillità dilaga, siamo tutti coinvolti, ne sconteremo le conseguenze e ce lo saremo meritato.

  2. md Says:

    Non potevi dire meglio, Milena

  3. llavorgna Says:

    L’ha ripubblicato su La solitudine del Prof.

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