Francofortese a mia insaputa

Qualche giorno fa ho dato una scorsa ai Francofortesi, dopo qualche tempo che non mi capitava di incrociarli: ho riletto alcuni passi, sfogliato la Dialettica dell’illuminismo, ricostruito brevemente il percorso di Marcuse… alla fine di questo “ripasso” sono rimasto impressionato dalla quantità di concetti, teorie, parole-chiave nelle quali mi sono riconosciuto: pur non avendoli mai studiati sistematicamente (di certo non come ho fatto con Hegel, Marx, Spinoza o i presocratici), mi sono trovato impregnato di atmosfere movimentiste, imbevuto di teoria critica, di dialettica e di fervore rivoluzionario. Anticapitalismo, anticolonialismo, anticonsumismo, e via criticando e negando.
Non diversamente mi è capitato qualche giorno dopo con Foucault – autore di cui ho letto pochissimo, e che conosco per sommi capi. Poco importa che io non lo abbia studiato: ce l’ho comunque in testa, è dentro il mio linguaggio, la mia mentalità, il mio modo di ragionare e concepire le cose. In definitiva, è come se fossi superagito da questi autori e correnti filosofiche, in modo pressoché inconsapevole. O meglio, non del tutto consapevole: se faccio mente locale, se ci ragiono, se provo a straniarmi dal mio percorso formativo, guardandolo dall’esterno, non posso non riconoscere gli influssi, i testi, le idee che mi hanno condizionato – attraverso gli amici, le frequentazioni, i collettivi, i discorsi, gli slogan.

Ecco, la parola incriminata è proprio questa: condizionamento – ben più forte di influenza o di influsso o di suggestione o di autorevolezza. Perché l’essere condizionati implica il superagire di strutture (a proposito di Foucault!) alle nostre spalle o sotto i nostri piedi, in modo del tutto impersonale. Che ci fa concludere che l’io è ben poca cosa rispetto a queste strutture e condizionamenti indotti: interiorizziamo infinitamente di più di ciò di cui siamo coscienti, e siamo determinati molto più di quanto non riusciamo ad autodeterminarci – ed anche l’autodeterminazione è per lo più sotto scacco, perché il movimento proprio di autocostruzione potrebbe essere un falso movimento, un’illusione. Tutto ciò mi è sempre stato chiaro in teoria, ma fa una certa impressione riscontrarlo plasticamente su di sé. Ora, al di là del disagio che tale apparente mancanza di libertà suscita, ci si può però domandare se non ci sia una strana bellezza in questo essere per lo più determinati da altro e da altri – io sono quel che sono in quanto frutto e risultato di una lunghissima catena (talvolta casuale) che mi ha fatto essere quel che sono – e, presumibilmente, potrei altrettanto determinare, in misura maggiore o minore, poco importa, quel che altri saranno.
Ma allora che ci stanno a fare la filosofia, il pensiero critico, la libertà di pensiero, la ricerca? Ovviamente anche la filosofia e il pensiero sono costituiti da questo lungo processo di sedimentazione – tanto è vero che ogni filosofo ha bisogno di un maestro, di una tradizione, di una scuola di cui poi in genere si libera. Il pensiero filosofico, il processo veritativo che esso inaugura, ha un vantaggio su altre forme di conoscenza o di autorità: apre una crepa su se stesso, una forma di sorveglianza e di autocontrollo proprio sul modo in cui si costituisce ed influisce sulla mente e sulla realtà.

Tornando ai Francofortesi, riconoscere quell’influenza così profonda è nello stesso tempo l’apertura di un problema: perché mi riconosco in quei concetti? E perché mi ci riconosco ancora? E in che cosa, eventualmente, non mi riconosco più? Questa faglia, questo autodistanziarsi di sé da se stesso, questo autostraniamento – la dialettica della coscienza, che è poi il movimento fenomenologico analizzato da Hegel – è la forza e il tormento della filosofia, ciò che mette in discussione ogni struttura, pur riconoscendone la potenza. Hegel sbeffeggiava l’istanza dell’io come “anima bella” – poiché lo spirito-soggetto è sempre più potente di ogni spirito-individuo. Ma la medesima potenza corrosiva del negativo che agisce nella storia, agisce anche nelle biografie individuali. Ciò che si è e ciò che non si vuole più essere – per essere altro: l’altro di una posizione che è insieme tolta e conservata nella memoria. Aufhebung.

Tag: , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: