Contemporanea

Che cos’è, oggi, la filosofia? Quali sono le caratteristiche della filosofia contemporanea? Ma ancora più radicalmente: può esistere una filosofia contemporanea? Non è forse la filosofia una materia che trascende il tempo e che sfugge alla categoria della contemporaneità?
Hegel negherebbe con decisione: per lui la filosofia è la forma, lo “spirito dell’età in quanto esso pensa se stesso” e, così come ciascun individuo è figlio del suo tempo, “così anche la filosofia è il tempo di esso appreso in pensieri” – e come un individuo non può uscire dal suo tempo più di quanto possa uscire dalla propria pelle, così la filosofia è avvolta dalle spire del tempo, ciò che ne fa insieme un deposito delle memorie e un perenne movimento del pensiero – un divenire di se stessa.
Questa manfrina introduttiva mi serviva per dar conto del problema che mi si è posto quando ho immaginato come dovrà essere il 100° corto filosofico a chiusura del progetto social #lafilosofiain100corti che sto perseguendo ormai da 3 anni e mezzo (qui sulla Botte è in differita di un anno e mezzo circa) e che è finalmente giunto a conclusione.
Se fino al XIX secolo la cosa è stata piuttosto liscia, provare a rappresentare il Novecento è stata un’impresa ardua, per la semplice ragione che quella contemporaneità filosofica può benissimo essere affetta da istantaneità e fugacità – e di fatti la prima cosa che mi sono chiesto per rispondere alla domanda è stata: quali sono le mode filosofiche della nostra epoca? Perché una delle modalità della filosofia contemporanea – che è poi una modalità essenziale dell’età che stiamo vivendo – è proprio il suo essere soggetta a mode, spesso passeggere. Quando stavo alla Statale di Milano, ad esempio, c’erano l’heideggerismo, il pensiero debole, con una spruzzata di filosofia analitica – mentre si suonava ormai la campana a morto del marxismo; ora invece tirano molto i festival della popsofia, la filosofia per bambini e la consulenza filosofica. Non che Heidegger o il linguaggio logico siano passati di moda – ma un certo modo di atteggiarsi da parte dei filosofi sì.
Dopo le mode lo specialismo: questa è un’altra caratteristica della filosofia dei nostri tempi. C’è sempre la filosofia di qualcosa – una filosofia genitiva, che ha bisogno di una specificazione – e quasi mai la filosofia in sé: filosofia della scienza, filosofia del linguaggio, filosofia delle donne, filosofia della mente, filosofia della medicina, e poi antropologia filosofica, bioetica, ecosofia, ecc. Non che un tempo non vi fossero partizioni o specificazioni filosofiche (la classica triade degli stoici, per dirne una), ma la contemporaneità ci presenta un inevitabile proliferare di ulteriori partizioni, specificazioni e sottopartizioni, legate allo sviluppo della scienza, dei saperi e alla crescita della complessità sociale.
Detto questo, e al di là di mode e specialismi – è possibile lanciare uno sguardo unitario sulla contemporaneità filosofica? Pur nella molteplicità e diversità dei campi di interesse e delle tendenze, si riesce a vedere un’unità di direzione del discorso filosofico, una tendenza complessiva?
Ho dei dubbi in proposito, ma se proprio devo tentare un colpo d’occhio la parola “post-moderno” è forse quella maggiormente in grado di cogliere un’atmosfera comune, più che un’impossibile sintesi. Ovviamente la difficoltà è quella di definire preliminarmente che cosa sia post-moderno, tenuto conto che il termine non è nemmeno di origine filosofica (quanto piuttosto letteraria, artistica e storica). Possiamo tentare di schizzare 3 “luoghi comuni” del post-moderno, che si definisce per lo più per differenziazione dal moderno (e già questo è un problema):

1) crisi di visioni generali, totalizzanti ed onnicomprensive
2) crisi della storia come processo di emancipazione e di progresso
3) crisi dell’antropocentrismo – del soggetto, del pensiero

Insomma, il post-moderno è – se si vuole – l’onda lunga della crisi dei valori lanciata da Nietzsche in faccia al Novecento. Quel che il filosofo polacco aveva denunciato, preda di furenti visioni, si è poi puntualmente concretizzato: il pensiero si è indebolito (Vattimo), la razionalità ha preso ad ondeggiare e destabilizzarsi (Lyotard), siamo giunti alla fine delle grandi narrazioni, della storia, della realtà – e siamo tutti i benvenuti nell’epoca dell’iperreale (Baudrillard) e della messa in scena mediatica.
Addirittura il post-moderno dà luogo alla post-filosofia (Rorty), un antidoto, una forma di guarigione dalle visioni assolutistiche della tradizione platonica (e filosofica in generale).
Ovviamente il problema del post-moderno è che si autodefinisce per negazione di qualcosa da cui ci si vorrebbe distanziare, ma sul quale si continua a poggiare, per quanto con forti oscillazioni. Tutte le categorie del moderno – anche se un po’ malconce – sono ancora in piedi. Eppure non c’è dubbio che spira un’aria molto diversa da quella ottocentesca o novecentesca – se non altro perché il pianeta si è insieme allargato (globalizzazione) e ristretto (reti comunicative). Ma questo discorso ci porterebbe lontano, e invece mi serve stringere: che cosa dire della filosofia degli inizi del XXI secolo in un corto di 4-5 minuti?

I grandi temi della nostra epoca si squadernano chiaramente dinanzi a noi: le profonde trasformazioni del mondo del lavoro, con la terza grande rivoluzione produttiva – l’epoca della rete, delle macchine, degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale; l’avvento della bioepoca, con una potenza tecnologica di intervenire sulla stessa natura umana del tutto inedita; le questioni ecosofiche, i problemi ambientali, ecosistemici, di impatto sul pianeta di una specie che non è mai stata così invadente, rapace e al centro della scena; la discrasia tra tutta questa potenza (dovuta essenzialmente alla scienza e alla tecnica, in combutta col capitale) e i campi dell’etica e della politica, dal respiro decisamente corto… Insomma, il panorama è quantomai vasto e complicato – eppure si ha l’impressione che manchi una capacità filosofica di visione all’altezza dei tempi. Non che la filosofia debba prevedere, curare, risolvere: ma proprio di fronte ad un pianeta che si fa sistema (un sistema globale che rischia di non avere dialettiche interne, e che si fa asfittico), manca una filosofia di sistema (se non sistematica), una filosofia che abbia una potenza critica e di fuoco, una capacità di comprensione del suo tempo – degli enti, dei viventi e dell’essere – in grado di rendere più trasparente a se stesso quel che va accadendo al mondo umano e al suo rapporto con gli altri mondi (animali, vegetali, naturali, microorganici, ecc.).
Forse questo dipende dal ruolo che la filosofia è riuscita a ritagliarsi tra il mondo della scienza e quello della comunicazione – un angolino in accademia e un altro nel mondo dello spettacolo, per lo più ininfluenti. Forse la filosofia è sempre stata così – inutile, o meglio, non riducibile alla categoria dell’utile. Forse (infine) è bene che rimanga un margine di stupore, di ignoto e di mistero – quel che non si può dire e che pertanto deve essere taciuto – dinanzi al pensiero che si crede il più libero e il più puro che mai sia comparso sulla faccia della terra. Forse.

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