C’è qualcosa che ci sfugge

Una parte della comunità filosofica che frequento sui social (la mia “bolla” digitale) si è un po’ piccata per l’articolo di Carlo Rovelli su Heidegger di qualche giorno fa. Un po’ l’ha vissuta come un’invasione di campo, un po’ – sotto sotto – con invidia, un po’ come un segno della decadenza culturale (del Corriere della Sera, del dibattito culturale, del paese, ecc.ecc.).

Ovviamente questa è una caricatura, perché nel dibattito che ne è seguito – e di cui ho letto qua e là i commenti – è emersa anche la questione più importante, o meglio la duplice questione: il rapporto della filosofia con la scienza, e il ruolo della filosofia nella società. Niente di nuovo, si dirà. (In verità c’è anche, nella fattispecie, un’ulteriore questione, ovvero l’eterna querelle sul nazismo di Heidegger, ma in questo non voglio entrare).

L’articolo di Rovelli era oggettivamente insipido e poco interessante, un’abborracciata lettura estiva di Essere e tempo di Heidegger, che richiederebbe decisamente un po’ più di spessore riflessivo (oltre che di tempo). Ma questo è l’aspetto meno importante della querelle, tanto più che nel suo ultimo saggio sulla fisica quantistica (un esempio di buona divulgazione scientifica: ne avevo parlato qui), Rovelli non si limita ad un’invasione di campo, ma a suggerire il compimento di una rivoluzione sia ontologica che gnoseologica in campo filosofico, proprio a partire dalla teoria dei quanti.

Bisognerebbe però ricordare al fisicostar che non è che la filosofia nel Novecento se ne sia stata solo a guardare, che i concetti di “sostanza” e di “soggetto” sono perennemente dibattuti – e da diverse correnti filosofiche messi sotto scacco da tempo, e che l’ontologia granulare da lui suggerita risale già forse a Lucrezio (Rovelli cita Democrito, in verità).

Che poi la fisica quantistica – che nemmeno tutti i fisici hanno compreso bene, figuriamoci i filosofi – abbia un’enorme difficoltà a penetrare nella mentalità filosofica – e a maggior ragione nel senso comune, è senz’altro vero: magari ci vorrà ancora qualche secolo, dopotutto nemmeno l’evoluzione darwiniana e la relatività sono state ben metabolizzate.

Insomma, nel dibattito sono finite tutte queste cose, in maniera un po’ caotica e disordinata, ma soprattutto con una mescolanza di umori, tic, idiosincrasie, passioni e ragioni che mostra ancora di più – se ce ne fosse bisogno – che la natura umana funziona benissimo a tutti i livelli, tra i colti ontologi e nelle bettole dei bassifondi, allo stesso modo. Purtroppo non frequento un equivalente della bolla filosofica in ambito scientifico, e quindi non so se anche lì si sia scatenato qualche dibattito tra scientisti e filosoficisti. Ma dubito.

Rimane la questione più scottante sullo sfondo: che cos’ha da dire la filosofia oggi, al di fuori del suo ambito – della sua bolla, visto che va di moda usare questo termine (per bolla si può intendere qualunque cosa: l’accademia, l’editoria, i festival di popsofia, la bolla social, ecc.)?

Ricordo bene lo sconcerto ad inizio pandemia, quando alcune star filosofiche – mentre esordivano in grande spolvero le virostar – dichiararono che su quanto stava accadendo non avevano nulla da dire, e che sarebbe stato meglio stare in silenzio (tranne una nota eccezione, in verità, che snocciolò periodicamente una serie urticante e spesso fuori luogo di riflessioni – che io definirei più che altro disconnessioni). Insomma: che cos’ha da dire la filosofia, oggi? Ce l’ha ancora un posto nel cuore della società, del tempo e degli umani che li abitano?

Non si tratta necessariamente di dire cose nuove, più smart e più à la page o più pop e performanti degli ultimi 2500 anni: dopotutto viviamo ancora nella caverna platonica, abbiamo bisogno di “tessitori sociali”, ci arrovelliamo ancora su cosa sia l’anima e non riusciamo a capire se siamo liberi o necessitati e spesso siamo paralizzati dalla più piccola decisione. La paura, l’angoscia e le passioni tristi sono tutte lì, e non abbiamo proprio la sensazione di vivere nel migliore dei mondi possibili. E da qualche tempo molti umani sospettano che Dio – o  gli dei – si siano ritirati negli intermundia per sempre.

Detto questo… rimane come un languore amaro… qualcosa che mi sfugge, qualcosa che ci sfugge – e che sfugge tanto ai fisici quanto ai filosofi…

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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