Il dono oscuro

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Nel corso di alcune settimane, con molta calma e cadenza quasi quotidiana, ho letto questo testo di John Martin Hull, teologo inglese di origini australiane, che ci racconta in forma di diario la lucida cronaca del suo passaggio definitivo alla cecità, intorno ai quarant’anni: si tratta dell’arco temporale che va dall’estate del 1983 alla primavera del 1986, il periodo di attraversamento di un tunnel senza via di uscita, senza alcuna luce in fondo.
E parto proprio da qui, da questa immagine molto precisa, non a caso utilizzata in questo tempo pandemico (non solo medico-sanitario, anche cognitivo e psicosociale): l’attraversamento dell’ignoto che ci dovrebbe condurre verso un’uscita luminosa, un altro stato, un altro mondo. Così non accadrà, e anche se la vaccinazione di massa è la luce salvifica che ci condurrà fuori dal tunnel, il mondo che ci attende rimane più oscuro, ignoto e asfittico del precedente – perché appare, almeno per ora, come la riproposizione incattivita del precedente, con un ulteriore passo in avanti nel processo globale di addomesticamento. Nulla che assomigli a un dono.
Non che per Hull questo “dono” sia stato meno che velenoso e per nulla invocato – ma ci torneremo, perché è nelle ultime pagine, a neocoscienza acquisita, che il concetto di dono compare.
(Il titolo Il dono oscuro è, in verità, la scelta dell’editore italiano, mentre la prima edizione inglese è Touching the rock, titolo dell’ultimo capitolo – e, significativamente, dell’ultima tappa del viaggio verso la cecità profonda – mentre la seconda edizione s’intitola più semplicemente Notes on Blindness).

Il tunnel di Hull, per tornare ad una delle ricorrenti metafore della cecità, è insieme un attraversare ed uno sprofondare: la strada imboccata è priva di uscita, ed anzi ad un certo punto curva violentemente verso la nuova dimensione e il punto di luce alle spalle si dissolve – tutto l’immaginario si riconverte nella dimensione del sogno, che ha una parte molto importante in tutto il saggio.
Quattro sono gli aspetti del diario su cui vorrei soffermarmi: la nuova modalità percettiva, la conseguente nuova forma di coscienza, la dignità del non vedente ed infine la dimensione spirituale dell’andare a fondo. Quasi si trattasse di un piccolo canone tripartito o quadripartito, che prova a mettere insieme conoscenza, etica ed ontologia, a fondamento di questo mondo altro rispetto alla norma dei vedenti: del carattere filosofico di questo testo parla il neurologo Oliver Sacks, nella bellissima Prefazione, che lo avvicina alle Ricerche filosofiche di Wittgenstein, sia per il suo aspetto di fenomenologia della percezione in perenne mutamento, sia per la capacità di delineare un paesaggio universale della cecità profonda come nessun altro aveva saputo fare finora.

1. Percezione
Il nuovo modo di percepire è uno degli aspetti più sorprendenti del viaggio. Nel caso di Hull si tratta di un processo graduale (fin da bambino la vista è in parte compromessa), che però va riorganizzando complessivamente il suo rapporto con lo spazio e il tempo. Esemplifico con alcuni inserti esperienziali da lui raccontati.
Il primo riguarda la pioggia: ad un certo punto Hull si rende conto di una bellezza particolare della pioggia cui un vedente non presta attenzione, poiché essa “ha un modo tutto suo di dare un contorno a ogni cosa; getta una coperta colorata sopra cose prima invisibili”. Il cadere della pioggia garantisce una continuità sensoriale – peraltro ricchissima – attraverso l’esperienza acustica, all’incirca come quella “vissuta da un vedente quando tira le tende e guarda il mondo là fuori”. Hull non si ferma al dato puramente percettivo, e ci restituisce un’immagine di grande impatto estetico, ricordandoci tra l’altro che l’esperienza sensibile è esperienza del bello, godimento del corpo: “È come se il mondo, nascosto dietro un velo finché non lo tocco, mi si rivelasse improvvisamente. Sento che la pioggia è generosa, che mi ha concesso un dono, il dono del mondo”. Ma va ancora oltre: percezione, medium percettivo, bellezza, introducono ad un’esperienza totalizzante; mentre ascolta la pioggia, egli è l’immagine della pioggia, è tutt’uno con essa – in armonia col mondo (36-8).
Un’altra similare esperienza percettiva riguarda il vento, la ventosità. Il fenomeno del vento è invisibile, dunque non presenta vantaggi per i vedenti, ma per il cieco “ha una bellezza tutta particolare”, poiché egli “entra con tutto se stesso nella ventosità di una giornata”. Per il vedente le cose si muovono, il vento richiama provenienza e direzione, ma il cieco che vi si trova immerso è tutt’uno con quella forza, con quel movimento – è lui stesso ciò che viene scosso e che però non sa dire in quale direzione andrà. Cecità, ventosità, invisibilità – in un unico misterioso flusso (101).
Molto interessante anche la nuova funzione del tatto – il vedere con le dita – che però deve essere connesso ad un nuovo modo di organizzare questo senso, non comparabile con quello di un vedente. Per provare davvero che cosa sente un cieco, Hull suggerisce la seguente esperienza “empatica”: oltre a bendare il vedente, occorre fargli afferrare con ciascuna mano una tazza colma, solo allora avrà fatto esperienza di come un cieco si muove nello spazio – e di come la tattilità diventi cruciale.
Un altro aspetto su cui Hull riflette, è il mondo rivelato dal suono – un mondo ricco, variegato, in movimento, profondo e frastagliato, essenzialmente legato all’azione: dove non c’è azione o movimento, c’è silenzio e deserto: “Dove non c’è movimento tutto smette di esistere. Essere fermi vuol dire non essere. Muoversi, essere. […] Nel mondo acustico le cose entrano ed escono dall’esistenza” (79), e lo fanno senza gradi intermedi.
Rispetto al mondo visivo, quello acustico rivela però un maggior grado di passività percettiva – è un mondo di rivelazioni intermittenti ed instabili.

Più in generale Hull sottolinea come le disabilità modifichino le categorie di spazio e tempo, per lo più diminuendo il primo e aumentando il secondo: “Il tempo, il nemico di una volta, diventa semplicemente il flusso di coscienza entro cui devi agire. Per il sordo-cieco, lo spazio è confinato al corpo, ma ha moltissimo tempo”. Si apre così una divaricazione insanabile tra la tecnologia moderna e la persona disabile: quest’ultima vede contrarsi lo spazio ed espandersi il tempo, laddove la tecnologia – e più in generale la modernità – fa esattamente il contrario. Vero è che Hull vive la propria condizione di cecità in epoca analogica, usa ancora le audiocassette, riorganizza il proprio lavoro secondo modalità “antiquate”, mentre oggi potrebbe fruire di tecnologie digitali che tendono a superare ogni dicotomia spaziotemporale. Accanto al profluvio di immagini – del tutto inutilizzabili per un cieco – la rete offre tuttavia flussi sonori e opportunità percettive un tempo impensabili. Ma qui si aprirebbe un capitolo anacronistico, che Hull (pur essendo poi vissuto fino al 2015) non ha inteso, o non ha potuto, scrivere.

2. Coscienza
La domanda che segue alla riorganizzazione percettiva – o meglio, che si accompagna a quel processo – può essere così sintetizzata: “È vero che i ciechi vivono nel loro corpo più che nel mondo?”. Hull prova a rispondere utilizzando di nuovo l’esperienza della pioggia: così come le gocce di pioggia – il loro ritmo, intensità, dislocazione spaziale – formano una miriade di punti di percezione che disegnano un’intera configurazione del mondo, allo stesso modo il corpo del cieco diventa uno spazio cosciente fatto di una miriade di punti di consapevolezza. Ma se cessa la pioggia? Se i punti di consapevolezza si ritraggono sempre di più? Non è forse, questo sprofondare, un’inversione del movimento della coscienza da un fuori – l’intenzionalità fenomenologica – a un dentro? Come se il cieco finisse per concentrare in sé – nella sua corporeità, per quanto estesa e riorganizzata in altre modalità sensoriali – l’area di coscienza.
Un’ulteriore domanda riguarda l’autopercezione: Hull non si “vede” invecchiare, la percezione visiva di se stesso è retrodatata nel tempo, e quindi come può riformulare una nuova idea di sé del tutto sganciata da quella visione? Non si mostra anche qui una sorta di dissonanza cognitiva, quasi una doppia relazione con se stesso? Una scissione identitaria non più ricomponibile? Se prima la domanda era: che cos’è la cecità? (la nuova forma di percezione), ora diventa: che cosa sono io? E che cosa sono i volti degli altri, dopo la curva nel tunnel?
In uno degli ultimi appunti, datato 3 marzo, Hull ci racconta uno dei sogni più memorabili di questa nuova condizione: una nave in un oceano in tempesta, con le onde che si abbattevano sulle vetrate e sui lucernari, con i naviganti timorosi che le masse d’acqua travolgessero quelle paratie trasparenti, finché la nave non entra nel porto, e Hull si sveglia provando un senso di esaltata rinascita. Questa la sua nota finale: “I vedenti vivono nel mondo. Il cieco vive nella coscienza. Da questa coscienza non c’è fuga, e se mai ce n’è una, è permessa solo di tanto in tanto nei sogni. Queste fughe sono un vero momento di felicità”. (183). La vita è sogno?

3. Dignità
Tra gli episodi più frequenti a proposito delle relazioni con gli altri – spesso connotati da imbarazzo o fine umorismo – c’è quello della “conduzione” del cieco: Hull ci rivela come gran parte delle attenzioni del vedente nei confronti di una persona cieca siano per lo più maldestre, fuorvianti ed inutili. Siano esse generate da un eccesso di attenzione oppure da un difetto di esperienza (e di immedesimazione), finiscono per confondere ancor di più lo spazio percettivo del cieco e, soprattutto, per generare un asfissiante senso di dipendenza e di impotenza.
Un cieco non ha problemi di mobilità fisica, ma soprattutto sociale: quello che lo preoccupa è “muoversi fra la gente”. Un cieco non ha alcun bisogno che qualcuno parli o dia istruzioni in sua vece, o che si rivolga ad una terza persona anziché a lui, come se non fosse presente – una forma di esclusione che assomiglia ad una cancellazione.
L’infantilizzazione del disabile – la sua disabilitazione ed inferiorizzazione ulteriori – è uno dei temi cruciali dell’etica della disabilità (che già reca in sé un problema nel nome stesso: in che senso “disabile”?). Hull è però così sensibile e attento da porre il problema in una duplice veste, e si domanda: da una parte, come disinnescare le tentazioni di governo e di controllo volte a garantire la dignità e l’indipendenza, dall’altra – simmetricamente – come un cieco può impegnarsi ad aiutare il non-cieco nel fare le cose giuste e non degradanti per sé e per l’altro? Insomma, come fondare un’etica simmetrica dei diversi mondi umani e percettivi?

Un capitolo a parte – molto complesso da affrontare – è quello che riguarda il rapporto di Hull con i figli (alcuni nati quando lui è già del tutto cieco): si tratta di un fronte delicato e intimo, di cui talvolta, nel diario, ci viene rivelato uno scorcio. Oltre al lavoro, il rapporto coi bambini è cruciale e ci dà la misura degli sforzi etici e cognitivi volti a governare il nuovo mondo. Ancor più dell’autosservazione e del suo modo di percepirli (dell’immaginario e dei gesti mancati), è di come i figli percepiscono lui e la sua condizione ad essere al centro delle attenzioni relazionali. Mi limito a citare una delle pagine più commoventi a proposito della “disgregazione” che la cecità comporta: con Lizzie, la figlia di 4 anni, Hull discute della difficile intesa del sorriso tra chi vede e chi no. La bambina si rende conto di come il padre talvolta non sappia sintonizzarsi col sorriso degli altri: egli definisce questa asimmetria “la disgregazione che la cecità produce nel linguaggio dei sorrisi” – e se da una parte rileva l’enigma che si interpone tra lui e la figlia, e il senso di perdita, dall’altra si mostra grato per la profondità dell’esperienza che sta facendo, per l’arricchimento che gliene deriva – senza nominarlo fa qui capolino l’idea di “dono oscuro”.

4. Andare a fondo
C’è un altro modo di sprofondare, ed è l’andare a fondo. È come riemergere da qualche altra parte.  Hull è un teologo ed un fervente credente, ma del tutto immune a forme di fideismo irrazionale o superstizioni: quando incontra personaggi bizzarri che gli prospettano uscite miracolose dalla sua condizione, storce il naso e si mostra garbatamente scettico. Ciò non toglie che debba o possa decidere di fare i conti con Dio – il suo Dio (per quanto anche questo sia un capitolo intimo, poco esposto nel diario).
Ma è sull’andare a fondo – sull’ontologia della cecità, potremmo dire – che Hull insiste in più punti: con la crescita della neocoscienza, l’apparenza delle cose perde di significato, ciò che prima era in primo piano ora è ai margini, ciò che per i vedenti è importante per un cieco non lo è più e spesso diventa irrilevante. È nelle ultime pagine del diario che compaiono considerazioni di questo tenore. Il 22 dicembre, ad esempio, Hull si interroga sul senso delle cose, della sua stessa cecità: la provvidenza, il “vedere davanti a sé”, dovrebbe in realtà essere rovesciata in “retrovidenza”. Gli accidenti, la contingenza, accadono all’interno di un campo di possibilità, e solo quando sono accaduti noi vi possiamo trovare un senso, non certo prima. La cecità è uno di questi accidenti contingenti: un secolo prima Hull avrebbe perso la vista fin da bambino, un secolo dopo probabilmente sarebbe stato curato – la cecità non è né una scelta né una colpa o qualcosa che sia stato inflitto, fa solo parte di quel vasto campo di possibilità. Ecco perché, essa, può avere un senso.
Di più: nelle ultime note compare la parola “dono”. Una parola faticosa, dato che implicherebbe accettazione, ben più rassegnata della convivenza. Ma la connotazione con cui la parola dono si presenta è spirituale, come se si trattasse di una forma di purificazione, una catarsi, quasi un’anticipazione della morte – un radicale alleggerimento dell’esistenza, pur dopo essere sprofondati nel più nero dei pozzi (la figlia Lizzie qualche giorno prima aveva evocato l’immagine angosciosa del pozzo da cui non si può più riemergere).
Hull cita Franz Brentano, che ha scritto le sue migliori opere durante la cecità: un dono che non può essere augurato a nessuno e che però non si può rifiutare. Ben strano come dono.
Ma occorre andare più a fondo, di nuovo. Perché la cecità è solo un involucro, forse è il vettore di qualcos’altro, e il dono sta più in profondità, oltre la stessa cecità. L’indifferenza di vita e di morte, di luce e oscurità, tutto e niente – è forse questa indifferenza l’altrove verso cui siamo orientati da quel dono oscuro.

***

Nel post scriptum Hull dice di non vedersi più come cieco, ovvero menomato, ma come piuttosto vedente-con-tutto-il-corpo – dunque facente parte di una categoria di persone, uno stato come altri stati o condizioni, ma più debole di altri, perché indebolito dalla logica delle gerarchie e delle dipendenze. Il cieco fa parte di un mondo piccolo ingoiato dal mondo grande dei vedenti; la domanda di congedo è la seguente: “come farà il piccolo a comprendere il grande senza provare gelosia, e come farà il grande a capire il piccolo senza provare pietà?”.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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