Io e gli altri – 1

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[Inauguro con questo post la pubblicazione integrale di un mio scritto di alcuni anni fa, che raccoglieva i materiali dell’esperienza di Filosofia con i bambini accumulati nel tempo, col tentativo di organizzarli in un testo eventualmente pubblicabile, ma che alla fine è risultato piuttosto una dispensa. Alcuni di questi materiali sono già stati pubblicati nella sezione di Filosofia con i bambini del blog: probabilmente può aver senso raccoglierli in un qualche ordine, con l’avvertenza che si tratta pur sempre di un laboratorio in divenire, o già divenuto, senza alcuna pretesa di dimostrare alcunché. Magari potrà risultare utile a qualche insegnante o educatore, o persino a qualche genitore, soprattutto nelle parti più pratiche e laboratoriali, mentre quelle più teoretiche potrebbero risultare un po’ barbose ed autoreferenziali. Ho lasciato tutto com’è, senza toccare o risistemare più nulla: un saggio sospeso, il cui posto è qui. A chi dovesse incrociarlo, buona lettura!]

Prologo: io e gli altri

Io e gli altri era il nome di una “Nuovissima Enciclopedia del ragazzo” degli anni ’70, edita da La Ruota. I miei genitori me l’acquistarono pagandola in comode rate mensili. Senonché ci furono problemi nella consegna (forse il fallimento del progetto editoriale, non ricordo bene), e dei dieci volumi previsti ne arrivarono a domicilio solo otto.
Era un’enciclopedia molto anomala, che si differenziava da quelle familistiche e tradizionali (del tipo Conoscere, I quindici, e così via). Si trattava, anzi, di un’opera che potremmo collocare in un campo ideologico ben definito: il progetto educativo faceva riferimento all’area contestataria e post-sessantottina dell’ “estrema sinistra”, ed evidentemente risentiva del clima dell’epoca che inneggiava senza peli sulla lingua a tutti i movimenti rivoluzionari in giro per il pianeta. Aveva un taglio antropologico, e si muoveva per cerchi concentrici (l’idea era appunto quella di un progressivo allargamento della sfera dell’io fino a coprire l’intero mondo e universo).
Naturalmente non ebbi coscienza (e nemmeno i miei, suppongo) di tutto ciò, se non post-festum. La cosa incredibile fu che dopo molti anni, quando già ero adulto, ritrovai ad un mercatino dell’usato di Milano i due volumi mancanti (anche se in un’edizione leggermente diversa), così da completare finalmente l’opera. Fu un vero colpo di fortuna, oltre che forse un segno del destino…

Racconto questo aneddoto perché introduce bene il tema che si vuole qui affrontare, sia per motivi esteriori (il titolo mutuato, se si vuole banale), ma soprattutto per motivi di affinità interna. Un bambino di 8-9-10 anni (quale ero io allora) si trova gettato nel mondo, in mezzo agli altri (e all’alterità in genere) e sembra non avere alcun grado di coscienza di questa sua esperienza. Tanto “io” quanto “gli altri/l’altro” appaiono pre- e sur-determinati, prestabiliti, una serie continua di a priori ben poco controllabili. La sua coscienza del mondo è acerba, se non nulla. Deve berselo così com’è, e attendere di crescere per provare a farsi qualche domanda in più sulla sua eventuale potabilità.
Io e gli altri era un progetto rivoluzionario perché poneva già questo problema al limitare dell’infanzia, e trattava il lettore-bambino alla pari, come una coscienza critica in grado di farsi subito, senza dover aspettare di diventare adulto, domande alte e altre rispetto alla norma. Ma nello stesso tempo presupponeva già, a sua volta, di costituire una risposta data a quelle domande (anche se aveva la giusta pretesa di essere un laboratorio di riflessione critica, piuttosto che un indice di cose preconfezionate da sapere, magari in rigoroso ordine alfabetico).
L’esperienza di filosofia con (non per) i bambini che ho condotto per alcuni anni in una scuola elementare (o primaria, secondo il nuovo linguaggio ministeriale) del milanese, ha inevitabilmente una caratteristica simile: si rivolge a loro come soggetti alla pari, in maniera orizzontale; ma al contempo, come ogni forma precostituita di conoscenza, presuppone già un linguaggio ed una forma comunicativa che viene calata sulle e nelle menti più giovani, e dunque plasmabili, anche se mantiene la pretesa (forse l’illusione) di essere aperta ed interrogativa proprio in questo suo porsi come qualcosa di già strutturato. Una struttura che vorrebbe destrutturare.
Ma perché mai la filosofia dovrebbe voler destrutturare e disturbare le menti dei bambini? Non c’è già un mondo fin troppo destrutturante (e caotico) a disturbare la loro crescita? Che cosa può dare in più la filosofia, che già non venga fornito dalle strategie educative e formative correnti, o dal discorso scientifico oppure psicopedagogico?
Al di là dell’ovvietà, fin troppo usata finora, della natura filosofica dei bambini – a partire dal loro querulo chiedere continuamente perché? fin dai primi anni di vita – dobbiamo porre la questione in maniera più radicale ed esaustiva.
Ma qui sorge la prima difficoltà, poiché lo si può fare solo a ragion veduta – come dire, “sul campo”, facendo e praticando filosofia. Che è uno dei paradossi inevitabili: prima di decidere se la filosofia con i bambini sia o meno possibile, bisogna provarci. Solo dopo, a cose fatte, si può eventualmente lasciar perdere.
Modalità che ripropone l’esser gettati di cui parlavo sopra (fuori da ogni assonanza heideggeriana): un bambino chiede sempre perché (quasi per istinto), ma non sceglie di costruire su questo suo domandare un percorso metariflessivo (o metainterrogativo). E del resto la cultura, o l’intelletto in genere – come sosteneva Rousseau, che di bambini pareva intendersi – è sempre contronatura.
Occorre però, all’interno di questa curvatura del domandare infantile (cioè della parola sorgiva, che ancora balbetta e non è del tutto padrona di sé), e di una dubbia imposizione del discorso filosofico, che il filosofo si chieda costantemente e radicalmente della legittimità di quel che va con-ducendo (ed in-ducendo).
Il gioco riflessivo con i bambini è dunque quantomai un gioco speculare: io ti chiedo affinché tu sia in grado di chiedermi circa il mio chiederti. Processo circolare che non garantisce dall’insuccesso: in ultima istanza, come nelle celebri Dieci regole di Pennac sulla lettura, il bambino ha il diritto sacrosanto di non accettare il terreno di scontro/incontro: il diritto a non filosofare deve essere la regola implicita dell’inizio di ogni discorso filosofico con (non per) i bambini.

Fatta questa doverosa premessa, a metà tra il biografico ed il teoretico, provo ora a schizzare il disegno di questo testo, nato a posteriori dall’esperienza, e che dunque – pur diventando in queste pagine teoria – non potrà che essere calato a sua volta nell’esperienza futura. E già tale genesi denota il suo procedere ondivago, un ircocervo inevitabilmente teorico-pratico, che ora pescherà dagli esperimenti fatti, ora tenterà di trarne generalizzazioni teoriche, senza però voler giungere ad alcuna conclusione che non sia, provvisoriamente, una dimostrazione di legittimità dell’espressione “filosofia con i bambini”.
Cominceremo con i temi e i contenuti affrontati, insistendo soprattutto sul linguaggio e sul fascino che agli occhi di un bambino da esso promana: parole, idee, cause, teorie – quel guazzabuglio, insomma, che abbiamo in mente e che ci consente di stabilire rapporti con la cosiddetta “realtà”.
Cercherò, in secondo luogo, di dare qualche indicazione pratica di tipo metodologico, a proposito di concentrazione, conduzione dialogica, livello espressivo.
Infine, la parte discorsiva si concluderà con una breve sintesi volta a delineare una verifica teorica delle condizioni di possibilità di un discorso filosofico con i bambini – ciò che sarà il nodo forse più impegnativo e difficoltoso, anche perché renderà conto della scelta strategica della fascia d’età, che mostrerò essere quella dei 10-11 anni. Non che non si possa filosofare prima o dopo, ma ritengo che questa sia un’età unica e straordinaria, un attimo apicale di bellezza mentale da cogliere prima del suo rapido svanire, avvitandosi poi inevitabilmente nell’età febbrile dell’adolescenza.
A chiudere, con una sorta di appendice, riporterò un’ampia scelta di materiali ed esperienze specifiche, nonché indicazioni a proposito della “bibliografia sul campo” utilizzata – e dico “sul campo” perché il mio lavoro di bibliotecario mi ha consentito, oltre ad una buona conoscenza dell’editoria di qualità per ragazzi, di svolgere un lavoro che trovo entusiasmante e che definirei di “ostensione pratico-visiva” del libro a gruppi e classi, al di là delle esperienze strettamente filosofiche (di ciò parlerò più nel dettaglio in questa sezione).
Naturalmente tale partizione è solo un artificio per mettere ordine (nella mia testa, oltre che nel lavoro di scrittura), ma le cinque sezioni citate sono interconnesse fin dall’inizio, e il testo andrà quindi letto come l’avanzamento parallelo ed unitario dei cinque livelli.
Un’ultima avvertenza: non mi sono mai rifatto, nel mio progetto, ai protocolli o ai testi di philosopfhy for children di Matthew Lipman, che pure ha il grande merito di avere praticato e promosso l’attività di filosofare con i bambini a livello internazionale. Se è vero, come sostiene Lipman, che si tratta di individuare uno “stile filosofico dei bambini”, allora è dai bambini che occorre sempre partire, e non dai testi o dalle teorie degli adulti e dei filosofi. Questi vengono sempre a posteriori, in un secondo momento. Ciò non toglie che mi riferirò cammin facendo ad un’opera molto stimolante di Ekkehard Martens, Filosofare con i bambini, che intende essere una vera e propria “fondazione filosofica” per la teoria e la prassi della filosofia con i bambini. Ma, appunto, non si tratta di un manuale, o di uno strumento didattico, bensì di un testo di riflessione teorica che se può sicuramente illuminare il senso di un cammino, ha però necessità di essere innanzitutto praticato sul campo.
Infine, non posso non rivolgere un pensiero ed un ringraziamento speciale all’eccezionale gruppo delle insegnanti (le care vecchie “maestre”) della scuola nella quale ho sperimentato (e continuo tuttora a sperimentare) in lungo e in largo in questi anni, la Alessandro Manzoni di Rescalda, frazione di Rescaldina, comune posto all’estremo Nord-Ovest della provincia di Milano. Insegnanti che, insieme ai loro bambini e ragazzi, hanno accolto questa proposta con interesse, curiosità, passione e competenza.
Si critica tanto la scuola italiana, che certo ha parecchi problemi strutturali, ma occorre sempre portare in luce e valorizzare (non nell’accezione mercificata del termine) la moltitudinaria ricchezza – un infinito spettro di possibilità e di bellezza – che essa contiene e sa ancora esprimere, nonostante tutto.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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