Io e gli altri – 5

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Capitolo quarto: critica della ragione bambina

Passiamo finalmente a qualcosa di un po’ più tangibile – accantonando per un momento la questione delle parole, dei concetti, delle idee. Parleremo ora di filosofi – in carne ed ossa – e di teorie (già meno sfuggenti e un po’ più corpose delle parole).

Ovunque acqua
È giocoforza partire con Talete. Già sappiamo che è stata operata una scelta chiara in direzione del lògos, abbandonando la via del mythos. Non di narrare, si tratta, o di affabulare, ma di ricercare le ragioni – dia-logare, innanzitutto tra sé e sé, entro la purezza della propria mente, per poi comunicare e convincere altri della bontà delle proprie ragioni, in forza di un argomentare solido che aspira all’universalità.
Presento subito questa scena filosofica con una sorta di teoria delle teorie e con il gioco del “quale vi convince di più?”.
Oltre alla via del lògos, sappiamo anche che la prima grande questione affrontata dalla filosofia è l’arché. In Talete (e poi in Empedocle) si presenta tra l’altro in una forma molto semplice e materialmente identificabile: l’acqua (e poi, via via, gli altri elementi).
La domanda canonica è: perché l’acqua?
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Interdetto sulla morte

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Ho appena riletto La morte di Ivan Il’ di Tolstoj, dopo aver scoperto un piccolo scritto di Sciascia intitolato “La medicalizzazione della vita”, contenuto nella raccolta Cruciverba, edita da Einaudi nel 1983.
Sciascia ne parla a proposito della propria esperienza vissuta di un passaggio cruciale del Novecento, che ha avuto ritmi diversi a seconda dei luoghi e dei contesti culturali, ovvero “il ricordo del passaggio da un’idea della morte all’interdetto sulla morte” – e paragona questo passaggio a quello dal lume a petrolio alla luce elettrica, quando aveva provato un vero e proprio senso di inondazione.
La medicalisation de l’idée de la vie è evocata dal medievista francese Philippe Ariès, e Sciascia la vede realizzarsi in Sicilia tra gli anni ‘30 e ‘40 – così come ne vede i primi chiari segni proprio nel racconto di Tolstoj (la stesura definitiva è del 1886). Sono due gli elementi essenziali su cui vorrei qui riflettere: in primo luogo questa nuova figura dell’interdetto sulla morte che nel racconto si presenta fin nelle prime pagine, con il sentimento di fastidio provato dai sopravvissuti (in primis dalla moglie del protagonista) nei confronti di quella morte che aveva osato incrinare l’ordine e il decoro borghese; e in secondo luogo sulla sovrapposizione delle figure del giudice e del medico.
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Io e gli altri – 4

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Capitolo terzo: campi minati e campi fioriti

Ma tutto il discorso fatto sopra non porta da nessuna parte, se non si stabiliscono delle coordinate di collocazione all’interno del mondo.
Non si può rispondere alla domanda io chi sono se non si è in grado di rispondere a quella da dove vengo, e in che relazione sto con il mondo (o il mondo sta con me). In sostanza, ci si deve porre il problema della causalità – partendo dal principio che noi siamo sempre e comunque effetti di qualcosa che sta fuori di noi. Non ci chiederemo qui se aveva ragione Hume nel sostenere che la causalità è un abito mentale più di quanto non sia una realtà oggettiva – ci chiederemo semmai che fine sta facendo quell’abito mentale, a prescindere dalla sua veridicità universale.
Siamo infatti nell’epoca della crisi della causalità, nonché delle tradizionali nozioni spaziotemporali.
Il mondo sembra aver perso di spessore, le cronologie sono incerte, così come la consecutio temporis, e pare aver preso piede una concezione della realtà che ha la forma di un reticolo di simultaneità spesso irrelate. La metafora del nostro tempo è proprio la rete.
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L’oro di Silesius

Oro cerca, chi è ricco; dio, chi è povero:
e merda trova il ricco ed oro il povero.

Angelus Silesius sintetizza perfettamente – dopo 350 anni – la divaricazione dei “valori” della nostra epoca: quando Draghi, e tutti gli altri servi del G7 o del Patto Atlantico, parlano di “valori” occidentali che si contrappongono a quelli di altri sistemi o culture, parlano solo dell’unico valore, del denaro. Non di altro.
Sarà invece il caso di andare a vedere che cosa ancora si nasconde dietro il “dio” di Silesius.

(Ir)rilevanza

Uno dei cortocircuiti di quest’epoca schizofrenico-pandemica, è la percezione della rilevanza statistica. Questione tipica ed annosa delle società di massa, che però ha raggiunto ora vertici parossistici.
Da una parte ci si dice che ogni vita ha valore, e che dunque quella che Canetti definiva come scandalosa “conta dei morti”, è inaccettabile. Dall’altra si sente il ritornello della ricorrenza statistica e del rischio calcolabile, e della comparazione dei rischi – com’è ad esempio il caso della vaccinazione di massa (in particolare nel caso del Covid, ovvero di una sperimentazione di massa senza precedenti nella storia).
La nostra è una società essenzialmente fondata sul valore del singolo, che viene prima del collettivo – salvo scoprire che è solo un collettivo brutale a proteggere il singolo dalle crisi estreme, come abbiamo di recente sperimentato.
Dunque, sentire che si è comunque un numero, una probabilità, una ricorrenza statistica genera un profondo malessere – soprattutto quando la ricorrenza non è astratta, il “prossimo”, ma sono io o uno dei miei cari.
Occorre infine ricordare che è nella natura delle società di massa essere trattate come “popolazione” – ce lo ricorda Foucault – e che dunque “io” sono uno dei numeri e delle variabili della popolazione, né più né meno. E che una pandemia – da questo punto di vista – non uccide dei singoli, ma modifica le statistiche demografiche, abbassando l’aspettativa di vita.
Infine, elemento più brutale e duro da accettare: in quanto nati (e finiti e fragili e limitati) siamo sempre esposti al rischio, a prescindere dalla sua calcolabilità, prevedibilità, e da tutte le strategie protettive o di profilassi messe in campo – anche nel più efficiente degli stati sociali. Siamo mortali. Destinati a morte certa. Inutile rimuoverlo.

Io e gli altri – 3

Capitolo secondo: gli attrezzi della mente

La formula Io e gli altri prende a questo punto un assetto più definito. Bisognerebbe parlare di alterità in genere, dato che l’espressione “gli altri” rischia di indicare solo i propri simili, mentre invece qui la questione è quella del rapporto soggetto/oggetto, dell’io e del non-io – del fatto cioè che si va strutturando un’identità che si relaziona metamorficamente con il mondo. Io è in divenire, così come lo è ciò che non è io: i bambini cominciano molto presto a fare esperienza di questa doppia relazione, anche se magari non ne hanno piena coscienza (del resto son solo i filosofi a problematizzarla in modo sistematico).
Dopo avere però parlato di filosofia, di arché, di tutto, di teorie cosmologiche, persino di nulla – non può non sorgere qualche domanda sul luogo di nascita di tutto ciò: si tratta di chiedersi nientemeno che cos’è la mente e in che rapporto sta con queste idee. Se cioè tali idee stiano solo nella nostra testa – dunque piuttosto a rischio di plausibilità e oggettività – o se invece non abbiano un qualche fondamento nella realtà. Senza mai nominare Platone, ci siamo così inoltrati nel suo pericoloso territorio.

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Demos

La Cina ripristina la possibilità di fare il terzo figlio (non molto tempo fa il governo impediva che si facesse il secondo), l’Europa – e specialmente l’Italia – è in netto declino demografico: ma la popolazione globale è in continua espansione, anche se frenata dal controllo delle nascite e da altri fattori. Credo che la questione demografica sia la più cruciale del XXI secolo.

Sfioriamo gli 8 miliardi, e i modelli previsionali ci dicono che nel corso del secolo continueremo a crescere fino a 9 e forse 10 miliardi. Nel 10.000 a.C gli homo sapiens erano sì e no un milione; nel 1000 a.C 50 milioni, nel 1000 d.C. 400 milioni, nel corso del XIX secolo abbiamo tagliato il traguardo del miliardo, raddoppiando 100 anni dopo.

Ma è quel che succede dal 1950 in poi – epoca della “grande accelerazione” – a fare impressione: l’ulteriore raddoppio è avvenuto in meno di mezzo secolo. Ovviamente tutto questo è stato possibile grazie a scienza, tecnica, progressi economico-materiali, i quali a loro volta sono stati possibili grazie all’aumento della popolazione – in un circolo virtuoso (o vizioso, a seconda dei punti di vista) senza precedenti.

Gli elementi quantitativi da tenere d’occhio sono però due: non solo la progressione numerica, ma anche quella dell’età media e della speranza di vita. Anche in questo caso – pur nella diversità, talvolta enorme, delle aree geografiche e dell’accesso alle risorse – le statistiche ci parlano di una progressione impressionante. È la pesantezza di questo doppio numero a schiacciare gli ecosistemi.

Occorrerebbe forse auspicare il ritorno della trimurti guerre-carestie-pestilenze? (per inciso, il covid ha influito in maniera minima sulle dinamiche demografiche, data la tutto sommato bassa letalità). Ovviamente no. È però altrettanto irresponsabile procedere con questi numeri e, soprattutto, con questo modello rapace e distruttivo di risorse e ambienti naturali. La scommessa – il dilemma – è quindi: è immaginabile un altro modello sia demografico che produttivo e di consumo che eviti l’abisso?

Non abbiamo più molto tempo.