Interdetto sulla morte

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Ho appena riletto La morte di Ivan Il’ di Tolstoj, dopo aver scoperto un piccolo scritto di Sciascia intitolato “La medicalizzazione della vita”, contenuto nella raccolta Cruciverba, edita da Einaudi nel 1983.
Sciascia ne parla a proposito della propria esperienza vissuta di un passaggio cruciale del Novecento, che ha avuto ritmi diversi a seconda dei luoghi e dei contesti culturali, ovvero “il ricordo del passaggio da un’idea della morte all’interdetto sulla morte” – e paragona questo passaggio a quello dal lume a petrolio alla luce elettrica, quando aveva provato un vero e proprio senso di inondazione.
La medicalisation de l’idée de la vie è evocata dal medievista francese Philippe Ariès, e Sciascia la vede realizzarsi in Sicilia tra gli anni ‘30 e ‘40 – così come ne vede i primi chiari segni proprio nel racconto di Tolstoj (la stesura definitiva è del 1886). Sono due gli elementi essenziali su cui vorrei qui riflettere: in primo luogo questa nuova figura dell’interdetto sulla morte che nel racconto si presenta fin nelle prime pagine, con il sentimento di fastidio provato dai sopravvissuti (in primis dalla moglie del protagonista) nei confronti di quella morte che aveva osato incrinare l’ordine e il decoro borghese; e in secondo luogo sulla sovrapposizione delle figure del giudice e del medico.
La prima figura è strettamente connessa alla vita del protagonista, alla costruzione della biografia del borghese di successo, arrampicatore sociale ma con moderazione, che Tolstoj disegna in retrospettiva: una costruzione in cui il valore essenziale è proprio il “decoro”, e dove la conquista del potere che si incarna nella carriera del giudice si sostanzia nella squisita coscienza di poterne disporre, ancor più che nel piacere di esercitarlo.
Ogni sentimento o speranza giovanile, compresi quelli della sfera amorosa, confluiscono in questa ingessata identità di una vita decorosa, e piuttosto scialba, dove una buona partita a carte o i tendaggi della nuova casa sono più importanti degli affetti, dei rapporti con la moglie o con i figli. E dove la carriera lavorativa – l’ascesa sociale del borghese di successo – è il fine ultimo. Ma l’inserzione dell’ignoto in questo schema fa naufragare tutto, la pace domestica (che era comunque una pace armata) si interrompe, il decoro si incrina, l’anima di Ivan Il’ si fa infine tempestosa. Il cancro – la malattia sorda, misteriosa, innominabile – batte alla porta di quella fortezza che sembrava così solida e sicura.

Ed ecco, in questa burrasca esistenziale, comparire la nuova figura del medico che si sovrappone a quella del giudice: ora il giudice Ivan Il’ diventa l’imputato, a sua volta sottoposto alla più atroce delle astrazioni. Così come sotto la legge scompare l’uomo, sotto la medicina scompare il corpo del malato – che diventa malattia oggettiva su cui la medicina si appresta ad esercitare il suo controllo e potere indiscutibile. Temi su cui molto rifletterà e si batterà il medico-filosofo Georges Canguilhem.
Il racconto di Tolstoj prenderà poi un’altra strada, un esito che non sarà compatibile né con il perbenismo borghese né con la medicalizzazione (è il malato a non voler collaborare, a sottrarsi alle convenzioni e alle buone maniere, ad inventarsi sciocchezze) – e a questo punto meglio che si tolga di torno, che levi il disturbo arrecato a tutto e a tutti.
Ivan Il’ finisce così per seppellirsi nell’abisso della propria solitudine e, come ci viene narrato, le grida degli ultimi tre giorni sono così tremende che penetrano anche dietro le due porte serrate, sconvolgono un ambiente così ovattato ed artificiale, con tutto il loro orrore (ecco qui pronta – suggerisce con molto acume Sciascia – l’idea dell’ospedalizzazione, di una separazione e di una “dislocazione istituzionale”, e del futuro affermarsi della morte fuori della propria casa, prima impensabile e fonte di vergogna – altri interdetti che, uno dopo l’altro, verranno meno).

Tolstoj ci offre infine la cura più antica e “naturale” di questo intollerabile dolore, da cui gli occhi dei familiari e degli amici volgono lo sguardo con fastidio (e sollievo di ascendenza lucreziana – tocca a lui, non a me!). Le ultime pagine del racconto deviano dalla traiettoria borghese e costituiscono una vetta narrativa, etica ed emotiva senza eguali: il muro attorno alla solitudine del moribondo viene rotto dal figlio ginnasiale, che porta la mano del padre alla bocca e scoppia in lacrime – ed è proprio la bellezza e purezza di quel breve istante che consente ad Ivan Il’ di operare una conversione dello sguardo e dell’anima: egli vede ora la luce, rimane in ascolto dell’ignoto che lo attende e si libera del dolore – invece della morte c’era la luce, la morte è finita.
“Aspirò l’aria, a metà del respiro si fermò, si distese e morì”.
In quella distensione finale vediamo riaffermarsi, contro l’ordine borghese infranto, la priorità di un ordine naturale più antico, puro ed essenziale: la dialettica di vita e morte, la rotazione delle cose, la pacificazione dell’essere.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

1 commento su “Interdetto sulla morte”

  1. Una delle più belle recensioni che ho letto sulla morte di Ivan Il’ič.
    Mi cerco lo scritto di Sciascia.
    Mi si é associato, anche un romanzo di Marai, La sorella. La medicalizzazione incidentale, diviene percorso di conoscenza per indovinare l’altro da sé.

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