Lo straniero e le nuvole

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«Chi ami, sopra ogni cosa? Parla, uomo enigmatico! Tuo padre? tua madre? un fratello? una sorella?»
«Non ho né padre né madre, né fratello né sorella.»
«Gli amici?»
«Usate una parola il cui senso, fino ad oggi, mi è rimasto ignoto.»
«La patria?»
«Ignoro sotto quale latitudine si trovi.»
«La bellezza?»
«L’amerei volentieri, dea e immortale.»
«L’oro?»
«Lo odio come voi odiate Dio.»
«Eh! Ma allora che cosa ami, straordinario straniero?»
«Amo le nuvole… le nuvole che passano… laggiù!… laggiù!… le nuvole meravigliose!»

[C. Baudelaire, Lo Spleen di Parigi]

Io e gli altri – 8

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Capitolo secondo: concentrarsi

Tutti lamentano un inesorabile calo della capacità di concentrazione dei bambini. O meglio: dell’incapacità di unificare la concentrazione verso un solo oggetto, disperdendola in una selva di stimoli diversi. Del resto l’iperstimolazione dell’intelligenza, le modalità multitasking che l’era digitale richiede, nonché l’eccesso di oggetti artificiali bisognosi di essere decodificati (oltre che desiderati) non possono che creare delle menti estremamente mobili e dis-tratte – attratte cioè in maniera ondivaga da oggetti multipli e sparpagliati, spesso senza capo né coda o consecuzione causale. Questa è tuttavia una sfera di competenza della psicologia o della psicopedagogia, che pur interessando anche la filosofia, e a maggior ragione gli esperimenti di filosofia con i bambini, non è al centro del presente saggio (oltre al fatto che richiederebbe competenze particolari, intorno a cui, pur avvertendone l’urgenza, lo stesso mondo della scuola e della formazione arranca).
Mi posi praticamente questo problema in una delle prime classi con cui cominciai a sperimentare in maniera sistematica, discutendo con l’insegnante dell’apparente distrazione che notavo in alcuni bambini, i quali disegnavano mentre parlavo. Lei mi assicurò che era assolutamente normale, e che anzi si trattava per loro di una vera e propria tecnica di concentrazione.
Ho comunque provato ad affrontare la cosa attraverso il rito iniziale del minuto di silenzio.
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Green

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Son stato nel bosco per quasi due ore, avvolto in un manto fitto di verde. Verde non vuol dire necessariamente un ambiente bucolico e sicuro, il verde è anche urticante, fino ad arrivare a quello delle terre estreme di Kracauer. Comunque il mio verde era per lo più mansueto, e pungeva solo qua e là, con qualche rovo di more e spine.
Pensavo, avvolto in questo verde fitto, senza cielo, che la parola “verde” è parecchio di moda. Verde è l’economia, verdi i piani di rinascita economica, verde è l’energia pulita, verde pure il passaporto per circolare in sindemia… Green sta bene con tutto, ormai. È come il prezzemolo, che è pur esso verde (ma in dosi eccessive velenoso).
Osservavo le foglie degli alberi, i cespugli, l’intrico dei rami e pensavo green e subito vedevo diventarmi la pelle e la mente verdognole, ma allo stesso tempo sorgevano le immagini dei boschi che stanno bruciando, in California, in Grecia, in Turchia – e dio non voglia che succeda la prossima settimana in Sicilia. Miliardi di alberi in cenere, un miliardo e mezzo di tonnellate di CO2 nell’atmosfera, i ghiacci che si sciolgono…
Insomma, per concludere questi pensieri sconclusionati, ci ammantiamo di verde – di cose green – e la terra ci sta bruciando sotto i piedi. Ci accapigliamo per una stupidissima tessera verde, e il verde va in fumo.
Un po’ come succede nel racconto di Edgar Allan Poe, La maschera della morte rossa: i privilegiati che si illudono di stare al sicuro tra le mura del castello del principe, mentre fuori le campagne si spopolano; tutti a far festa come dei cretini, a bersi spritz e a folleggiare, a ballare nella stanza azzurra, in quella gialla e arancione, nella bianca e ovviamente in quella verde, finché il morbo non compare nell’ultima stanza, quella che tutti avevano evitato…

Apolidia

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Scrive Simone Weil nel 1943: «Le ‘radici’ dell’essere umano stanno nella sua partecipazione attiva e naturale all’esistenza di una comunità capace di conservare i tesori del passato accanto a una qualche visione del futuro» – e lo scrive in piena epoca di sradicamento.
Quasi 80 anni dopo, la domanda rimane identica: c’è una qualche forma di comunità – e di ‘tesori’ – cui il singolo sente di appartenere insieme ad una visione futura?
Io fatico a vederle.

Si mettono in campo di continuo i concetti, che appaiono opposti e sempre più divaricati, di individuo e comunità, libertà e regole comuni: in una situazione di emergenza sanitaria, si dice, o in quelle a venire climatiche, ecosistemiche ed ambientali, l’individuo non può essere libero di decidere, è la comunità a dover decidere innanzitutto, perché qualunque atto del singolo genera a catena conseguenze che riguardano tutti i componenti della comunità.
Il problema è che già prima non esisteva (o meglio, era in profonda crisi) una comunità, laddove lo stato sociale recedeva per mantenere esclusivamente la governamentalità, il potere coercitivo, la garanzia degli interessi economici di una parte.
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