Covid, scienza, filosofia

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Tra le molte fratture createsi nel corso della Pandemia da Covid-19, c’è anche quella tra scienza e filosofia. In verità si tratta di una ruggine antica, nonostante i buoni propositi di parte degli scienziati e parte dei filosofi affinché si stabiliscano spazi di dialogo anziché di divaricazione. Ma il Covid sembrerebbe aver spazzato via anche queste buone intenzioni, tanto più che di fronte al virus appare dominante sulla scena l’apparato tecnoscientifico. “Ci pensiamo noi”, col sottinteso “è meglio se voi state zitti” – questo sembra lo slogan ricorrente, insieme all’erezione del rigore dei dati e delle evidenze come unico strumento valido non solo ad affrontare praticamente ma anche a comprendere l’epidemia.
Ora, è chiaro che i filosofi – mi riferisco in particolare a quelli nostrani, nella fattispecie alle filostar – non hanno brillato in questi 20 mesi. D’altro canto la logica concorrente è stata quella delle nascenti e performanti virostar, ed evidentemente non c’era gara.
Ma uscendo dal clima triviale (e soffocante) del clamore mediatico, che in realtà è stato l’amplificatore a ciclo continuo dell’esacerbazione di conflitti che si potevano evitare (l’esacerbazione soprattutto), giova ricordare a scienza e scienziati che la filosofia (indipendentemente dalla qualità dei filosofi in campo), oltre ad aver dato loro la spinta originaria, il materiale concettuale, talvolta anche i metodi e i contenuti,  è pur sempre deputata a svolgere una funzione imprescindibile, specie in tempo di crisi, per almeno tre buone ragioni (al netto della propensione ad arrivare tardi, quando tutto è ormai accaduto, di hegeliana memoria). Probabilmente ve ne sono altre, e potrebbero esserci pure argomenti contro l’intromissione, ma a me sono venute in mente queste tre che ritengo di fondamentale importanza.
In particolare col retropensiero che una epidemia non è un fenomeno strettamente sanitario, o meglio non può essere ridotto solo a questo: un’epidemia, e questa non fa eccezione, è un fenomeno sociale complesso, con risvolti oltre che sanitari (essenzialmente di salute pubblica), anche economici, psichici, antropologici, politici e geopolitici, con molte venature di irrazionalità (di nuovo SARS-CoV-2 non ha fatto eccezione), ragion per cui appare insensato affrontarla con i soli strumenti delle scienze statistiche, biologiche o biochimiche. Premesso questo, passo ad elencare brevemente le 3 ragioni per cui i filosofi – o meglio, la filosofia nel suo complesso – dovrebbe essere in campo a pieno titolo insieme ad altri saperi e discipline:

1. Lo sguardo sull’intero
Il metodo scientifico è potente ed efficace perché ha saputo oltremodo specializzarsi, scendere fin nel dettaglio e nel cuore del campo dell’osservazione, rivelare l’invisibile, spiegarlo e piegarlo alla manipolazione. Questo è un grande risultato, ma può rivelarsi insieme una grande debolezza. Ci è molto chiaro per esperienza diretta, proprio per quanto attiene al sezionamento del nostro corpo, organi e facoltà in campo medico-sanitario: lo specialismo risolve mirabilmente cose specifiche, ma spesso non sa guardare all’intero. Occorre a tal proposito non dimenticare che la stessa medicina, a voler ascoltare i medici pensanti, non è una scienza, ma una pratica, un “artigianato di alto livello” che si basa sulla scienza, ma che dovrebbe tener conto più in generale della natura umana, un insieme piuttosto complesso e stratificato di fenomeni sia organici che psichici che spirituali. Non è detto che la filosofia riesca a supplire a questo difetto congenito del sapere scientifico, ma la sua disposizione originaria è proprio quella dell’allargamento dello sguardo, della comprensione (del “raccoglimento”) di fenomeni diversificati – così da guardare all’intero, non solo alla parte, e alla connessione della parte con l’intero. La filosofia può essere più sintetica laddove la scienza è analitica.
Ma, ancora di più, la filosofia dovrebbe saper guardare e contemplare la natura con l’antico sguardo di cui è stata capace alle origini, e che si è del tutto perduto strada facendo. Noi, e quello stesso sguardo, siamo natura, non suoi estranei padroni.

2. Le parole
Un altro campo in cui la filosofia può svolgere una funzione di primo piano è quello del controllo linguistico e concettuale.
Le parole sono fondamentali, non sono solo un’etichetta delle cose, dei fatti, delle azioni, e soprattutto non possono essere utilizzate a caso. Se il linguaggio scientifico è riducibile alla precisione del numero e della quantità, il linguaggio comune ha a che fare con l’inesauribile giacimento spirituale su cui si fonda l’umanità stessa. Le parole sono potenti, e in un’epoca in cui la loro potenza retorica è consegnata a mezzi inusitati di diffusione (spesso privati e controllati piramidalmente), sì da essere determinanti nell’influire sulle opinioni e nel determinare maggioranze e consenso, la filosofia, proprio per il suo costitutivo spirito critico e la sua congenita sospettosità, è vitale ai fini della difesa non tanto o non solo della verità, ma di spazi in cui le opinioni e le idee possano essere liberamente e democraticamente discusse.
A tal proposito occorre ricordare anche alla scienza, figlia talvolta un po’ arrogante della filosofia, che non può esimersi da questo controllo pubblico e democratico, trincerandosi dietro lo specialismo elitario: ogni forma di sapere, essendo sorretto dalla razionalità, chiama in causa ogni essere umano in quanto razionale e dotato di coscienza. Non c’è nulla di più democratico e universale di questo, e la filosofia non può non ricordarlo di continuo. A tal proposito proprio queste parole, insieme alle parole del contagio – proprio le parole e i concetti di rigore, fatti, democrazia, razionalità, controllo, verità, opinione, discussione, realtà, fede, manipolazione, consenso – sono il territorio prediletto dell’analisi critica filosofica, oltre che della sfera umana più essenziale, quella che decide di sé e del proprio destino.

3. I limiti
La filosofia è utile a anche nel ricordarci che l’essere umano – ed ogni produzione umana, compresi i saperi più raffinati, dunque la stessa scienza, filosofia, logica, matematica, ecc. – hanno dei limiti radicali. Possono sì evocare l’infinito, l’assoluto, la verità definitiva, la certezza, ma da una posizione di parzialità, caducità, difetto. Soprattutto di mortalità. Ecco, laddove la scienza marcia spedita verso risultati vieppiù sorprendenti in termini di potenza, affermazione ed espansione umana, finanche di pericoloso gigantismo, la filosofia – nelle sue declinazioni etiche – ci ricorda che la hybris, la dismisura, la tracotanza, possono invece essere pericolose ed esiziali. Non tanto perché i filosofi siano maghi dotati di una sfera di cristallo, ma per quella loro disposizione innata a guardare l’intero, a cercare in territori meno battuti, a provare a connettere ciò che permane scisso, a fornire una visione globale – proprio per queste ragioni occorre forse ascoltarli. Se non altro perché ci ricordano che siamo mortali, cosa che la scienza sempre più spesso rimuove. Che occorre fare sempre i conti con questo limite intrinseco e costitutivo. Vincere la morte è una sfida antica, ma ne usciremmo a pezzi se volessimo affidarci ad una riproposizione del mito, per quanto ammantato di formule e numeri mirabolanti. Si può avere fiducia nella scienza, una fiducia condizionata – non una fede cieca. Compito della filosofia, ancora dopo 2500 anni, è quello di smascherare i falsi dei e avvertirci sulle lusinghe della nostra stessa immaginazione e potenza mentale.
Occorre inoltre ricordare a scienziati e politici che gli umani non sono governabili integralmente da logiche algoritmiche, come fossero macchine che eseguono istruzioni date. Sono addomesticabili, quello sì (non è un caso che si parli di immunità di gregge), ma non ancora meccanizzabili. I loro corpi, le loro passioni – la loro stessa sragione – sono talvolta riluttanti ad essere “guidati e protetti dalla scienza”, come con tono sacerdotale qualcuno scrive.

***

Mi rendo infine conto, a posteriori, che ci sarebbe anche una quarta ragione per invocare un più deciso intervento pubblico della filosofia, relativa al rapporto – peraltro complesso e non liquidabile in poche battute – tra il sapere e il potere. Non che i filosofi, nonostante il marchio socratico, siano sempre stati dei campioni di indipendenza dal potere politico (o da altri poteri), ma è certo che nella nostra epoca non si dà una scienza indipendente da forme di potere e da interessi o imponenti flussi economici. Il modo stesso di funzionare dell’apparato tecnoscientifico  – e dell’intero sistema capitalistico mondiale – le impedisce questa autonomia. Laddove la filosofia, e i filosofi in carne ed ossa, possono ancora rivendicarla, magari pagando il prezzo della totale insignificanza e ininfluenza, specie nella scena chiassosa e satura della contemporaneità.
Ma è certo che anche l’ultimo e il più remoto degli esseri umani, quella voce libera e del tutto autonoma, prima o poi, la vorrà sentire, fuori o dentro di sé.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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