Leggerezza

La “leggerezza” di cui parla il nostro primo concittadino ammesso ad usufruire del diritto – sancito dalla Corte costituzionale, ma non da un pavido Parlamento – di suicidio assisitito, non è certo una forma di leggerezza “leggera” o frivola. Ed anche la leggerezza che sento io, insieme a molte altre persone – e che in teoria dovrebbero sentire tutti – è una leggerezza pensosa. Come quella di cui parlava Calvino.
È piuttosto la liberazione da un vicolo cieco nel quale la società ipertecnologica e medicalizzata, che pure ci allunga la vita, ci fa talvolta finire. Perché occorrerà pur decidere qual è il confine tra corpi e macchine – o tra coscienza e tecnica. E se ciò che un tempo si diceva “naturale” sia definitivamente sussunto sotto la specie “culturale”.
So anche che esistono cose e casi indecidibili in etica – com’è possibile decidere una buona morte per qualcuno che non può nemmeno comunicarci la sua intenzione? La stessa autodeterminazione e sacrosanta indisponibilità a delegare ad altri (medici, stato, preti) il proprio destino biologico, non può non tener conto della rete sociale, amicale, affettiva nel quale si è da sempre implicati. La vita è appiccicosa, ma la morte è quanto di più solitario ci sia.
Ma per tornare alla leggerezza: c’è nella morte una sorta di “leggiadria del disfacimento”, per usare una modalità espressiva tipica di Lucrezio, che dovrebbe stornare dai nostri occhi il terrore, e lasciarci sereni e sazi di giorni. Pietosi verso l’altro che muore, che anticipa la nostra stessa morte.

Io e gli altri – 11

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PARTE QUARTA – MATERIALI: RESOCONTI DELLE ESPERIENZE

In questa sezione saranno le parole e i ragionamenti dei bambini ad essere protagonisti pressoché esclusivi: se non si tratta di un “filosofare-da-sé” poco ci manca, poiché una volta innescato, il gioco filosofico assumerà una sua propria fisionomia che, al di là di alcuni temi inevitabilmente ricorrenti (l’origine di tutte le cose, il senso della vita e della morte, il male e la felicità) produrrà dinamiche di gruppo, discussioni e possibili soluzioni di volta in volta diverse e imprevedibili.
Ho però rimescolato le carte, seguendo non tanto un criterio cronologico e neppure dividendo i materiali per gruppo, bensì piuttosto per sezioni tematiche o tipologie delle esperienze.
Se quanto è emerso dalle ricerche, dalle discussioni e dalle scritture è in buona parte servito come base per le tre parti precedenti, rimane comunque la sensazione di alcuni giacimenti non sufficientemente indagati, soprattutto dal punto di vista psicologico e dell’interazione sociale.
Ho infine cercato, per quanto possibile, di restituire l’immediatezza e la genuinità del linguaggio e delle voci dei bambini (questo si vedrà soprattutto nei verbali degli incontri), intervenendo solo in rari casi per mere ragioni di leggibilità. Continua a leggere “Io e gli altri – 11”

“Innumerevoli forme e meravigliose”

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La vita ha qualcosa di inafferrabile. Fa parte di quella categoria di concetti che, per l’eccessiva generalità o profondità, sfuggono alla possibilità di essere definiti – un po’ come succede coi concetti di essere o totalità o natura: tutti sappiamo che cosa si intende con quei termini, ma volendoli definire ci si avvolge in difficoltà… tipicamente filosofiche. «Benché sperimentiamo la vita quotidianamente – scrive il chimico e divulgatore scientifico Jim Baggott – e siamo in grado di riconoscerla facilmente quando la vediamo, in effetti non sappiamo davvero che cosa essa sia».
Nel caso del fenomeno della vita, è stata la scienza a prendere il sopravvento in epoca moderna (già era successo con il mondo fisico, lasciando alla filosofia le briciole dei concetti poco interessanti per la vita pratica degli umani). Per la biologia moderna la vita diventa un problema da risolvere, mentre per la filosofia rimane un enigma che non può essere sciolto. Noi qui ci occuperemo innanzitutto del problema, lasciando ai margini l’enigma (e il fascino del mistero), anche se vedremo come nel linguaggio scientifico finiscano poi per ricorrere termini e categorie di ordine filosofico.

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Adattamenti

resilienza

Partiamo dall’evidenza storica e sociologica dell’assoluta prevalenza del collettivo sul personale – che, come dice Simone Weil, è un fatto meccanico, come la prevalenza del chilogrammo sul grammo di una bilancia.
Ma, appunto, si tratta di una prevalenza quantitativa, di un fenomeno materiale, non spirituale. Per quanto l’anima bella non possa nulla contro il corso del mondo, salvo autoeliminarsi e confermare una volta di più la propria ininfluenza, vi sono forme e gradi diversi di “resistenza” (o “resilienza” come è ora di moda dire) che attengono a tattiche o strategie di adattamento.
Adattamento è diverso da adeguamento o conformazione-conformismo – è un gesto di un maggior grado di coscienza, e se è vero che il suo ambito specifico è quello della biologia, in ambito sociale ha la forma di una resa vigile e provvisoria con diverse tipologie di manifestazione: dall’attesa alla sospensione del giudizio (epoché) fino alla soluzione estrema del rifiuto di Bartleby.
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