Leggerezza

La “leggerezza” di cui parla il nostro primo concittadino ammesso ad usufruire del diritto – sancito dalla Corte costituzionale, ma non da un pavido Parlamento – di suicidio assisitito, non è certo una forma di leggerezza “leggera” o frivola. Ed anche la leggerezza che sento io, insieme a molte altre persone – e che in teoria dovrebbero sentire tutti – è una leggerezza pensosa. Come quella di cui parlava Calvino.
È piuttosto la liberazione da un vicolo cieco nel quale la società ipertecnologica e medicalizzata, che pure ci allunga la vita, ci fa talvolta finire. Perché occorrerà pur decidere qual è il confine tra corpi e macchine – o tra coscienza e tecnica. E se ciò che un tempo si diceva “naturale” sia definitivamente sussunto sotto la specie “culturale”.
So anche che esistono cose e casi indecidibili in etica – com’è possibile decidere una buona morte per qualcuno che non può nemmeno comunicarci la sua intenzione? La stessa autodeterminazione e sacrosanta indisponibilità a delegare ad altri (medici, stato, preti) il proprio destino biologico, non può non tener conto della rete sociale, amicale, affettiva nel quale si è da sempre implicati. La vita è appiccicosa, ma la morte è quanto di più solitario ci sia.
Ma per tornare alla leggerezza: c’è nella morte una sorta di “leggiadria del disfacimento”, per usare una modalità espressiva tipica di Lucrezio, che dovrebbe stornare dai nostri occhi il terrore, e lasciarci sereni e sazi di giorni. Pietosi verso l’altro che muore, che anticipa la nostra stessa morte.