Bewilderment

 

Capire che cosa vuol dire non essere noi – potremmo sintetizzare in questa espressione il senso profondo di questo romanzo di Richard Powers, pubblicato di recente in Italia da La nave di Teseo. Quando ho cominciato a leggerlo possedeva tutti gli ingredienti che di base, da sempre, mi affascinano: natura selvaggia, disegni di animali e di viventi, astrobiologia ed esopianeti, neuroscienze… e le premesse hanno mantenuto le loro promesse. Dopo La strada di McCarthy – anche qui i protagonisti sono un padre e un bambino, con il fantasma di una madre che prende molto sul serio lo slogan iniziale e tutta l’urgenza di tradurlo in un cogente principio-responsabilità – Smarrimento si candida ad essere il romanzo metafisico e cosmologico di questi anni. «La vita è questa, disse. Se potessi custodirla per sempre…»

Datolatria

Quando si dice che è in atto un processo di divaricazione tra intelligenza e coscienza, suppongo si debba intendere proprio quel che ci sta capitando: un’intelligenza impersonale che affoga nei dati, pensando di poter gestire il mondo e la natura, una coscienza smarrita che non sa più dove si trovi o che senso abbiano le cose, né dove intende andare. Un essere che non è più pensiero, né viceversa – del tutto privi di fondamento.

“La morte, stratagemma per ottenere molta vita”

XAM66129 Death and Life, c.1911 (oil on canvas) by Klimt, Gustav (1862-1918); 177.8×198.1 cm; Private Collection; Austrian, out of copyright

(traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 13 dicembre 2021)

Ci sono due modi fondamentali di considerare la morte: diciamo, per semplificare, uno oggettivo ed uno soggettivo. Il primo guarda la morte da lontano, come un fenomeno naturale, nel suo intreccio necessario con la vita e con il variare delle sue forme (ciò di cui ci siamo occupati la volta scorsa). È un guardare la morte come se non ci riguardasse: è una finzione consentita proprio dalla nostra facoltà cognitiva, dalla capacità di astrarre. Anche dal modo di funzionare della coscienza, dalla sua capacità di duplicazione – di scindere se stessa dal mondo, io dal non-io. In verità è un atteggiamento tipico della filosofia, ereditato poi dalla scienza nell’epoca moderna. Vedremo stasera come la filosofia degli inizi, in particolare quella dei presocratici, si occupò della morte in questi termini, come un elemento dialettico del divenire e dei processi naturali.
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Dentro fuori

[piccolo esempio di (in)utilità filosofica]

Uno degli aspetti più perturbanti di questi quasi 2 anni di pandemia (un tempo che non ci saremmo mai aspettato e che è ben lungi dal terminare) è il rapporto tra interno ed esterno, tra dentro e fuori.
Prendiamo “omicron”, la nuova variante che è destinata a sparigliare tutti i giochi (e presumibilmente a farli ricominciare quasi daccapo): gli stati nazionali stanno correndo ai ripari, per lo più alla rinfusa, ma sanno bene che omicron non può stare fuori, perché in un mondo globale il fuori non esiste. Omicron è già dentro, è già qui tra noi.
Anche con le “caste biovaccinali” succede qualcosa di simile: gli immunizzati si rinchiudono in aree protette, un dentro che lascia fuori il rischio maggiore di contagiarsi e ammalarsi, ma col passare del tempo questa ripartizione si fa illusoria. La barriera tra dentro e fuori viene a indebolirsi, se non a cadere. E i non vaccinati – che a rigore non sono né immuni né non immuni, ma probabilisticamente più esposti ad infettarsi – in che luogo stanno tra il dentro e il fuori? Fuori dai luoghi di socialità o rinchiusi in una bolla di potenziali appestati da tenere in una quarantena perenne?
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Malaria

Tira davvero una brutta aria se i filosofi vengono zittiti o irrisi perché “non sanno cosa dicono”. E se la filosofia in generale precipita nell’irrilevanza, con l’argomento che “è solo teoria” ‐ alias chiacchiere (sottinteso, inutili). Non è certo la prima volta che succede. Però una società che tratta male i filosofi perché fanno domande o seminano dubbi non è molto sana. Per quanto mi riguarda, tra l’acquiescenza e il discorso critico so sempre cosa scegliere. Una critica, anche quando è mal riposta, può sempre essere criticata, mentre il sonno della ragione genera mostri.

Per una visione sistemica

È del tutto impossibile pensare oggi senza una visione sistemica che tenga conto della complessità, e senza una precisa cognizione della causalità multipla. Così com’è impossibile fare a meno del discorso critico-filosofico e di quello scientifico, entrambi liberi da pregiudizi, interessi o limitatezza ideologica. La vedo dura, durissima.

Ragion scientifica

Il 7 dicembre è stato riascoltato in Commissione Affari costituzionali Marco Cosentino, ricercatore in farmacologia e tossicologia presso l’Università dell’Insubria. Ovviamente il suo intervento e le tesi esposte sono opinabili (ma di sicuro lo è molto di più la propaganda cui assistiamo da 2 anni), però ci ricorda alcuni “fondamentali” su cui dovrebbe poggiare la ricerca scientifica, la sua discussione pubblica e le decisioni politico-sanitarie che ne dovrebbero conseguire.

La ragione scientifica discute, non procede per dogmi. Ed essa pare dirci attualmente due cose:

a) la vaccinazione in atto non inibisce il contagio, anzi rischia paradossalmente di favorirlo creando false sicurezze immunitarie – ergo, green pass e imposizione di obblighi per categorie sono ingiustificati da un punto di vista sanitario;

b) la vaccinazione va sempre valutata in base al rapporto rischi/benefici nei vari segmenti della popolazione: e in questo caso scarseggiano i dati necessari, che sono soprattutto quelli della farmacovigilanza attiva, la quale richiede non solo tempo ma, soprattutto, libertà dalle pressioni indotte dallo stato emergenziale, ciò che dovrebbe pertanto sconsigliare salti nel buio, specie per fasce di popolazione come quelle dei bambini.

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Irrazionale

Nel nuovo clima di caccia alle streghe si sente spesso parlare di “irrazionalità”. I no-vax, ma anche i no-qualunque-cosa, sarebbero “irrazionali”. In TV ci si spinge spesso oltre, definendoli come dei “pazzi” (noto di passaggio che l’uso del concetto di “follia” ricorre come se Basaglia non fosse mai esistito).
C’è una nuova religione dell’ortodossia razionale che decide che cosa non lo è (non è certo una novità nella storia): gli “irrazionali”, però, non sono solo i terrapiattisti, quelli delle scie chimiche, i negatori della realtà, gli anti-scientisti, i diffusori di bufale, ecc.ecc.: la categoria può allargarsi a dismisura ricomprendendo tutti quelli che si rivolgono a forme di medicina alternativa o naturale, i cultori dell’agricoltura biodinamica, i militanti notav, i salutisti radicali, gli eremiti, gli scettici, i non allineati, e così via.
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Questo è grande

«Questo è grande», dice la filosofia, e con ciò essa solleva l’uomo al di sopra del cieco e sfrenato desiderio del suo istinto conoscitivo. Essa doma questo istinto con il concetto di grandezza, e soprattutto con il considerare come raggiungibile e come raggiunta la massima conoscenza, quella cioè dell’essenza e della radice delle cose. Quando Talete dice «tutto è acqua», l’uomo si scuote, cessa di procedere a tastoni e di strisciare come un verme nel campo delle scienze particolari […] Il filosofo cerca di far risuonare in sé l’armonia totale del mondo e di esprimere fuori di sé quest’armonia in concetti.


[F. Nietzsche, La filosofia nell’epoca tragica dei greci]