Disperazione o venerazione

Il fisico e matematico Brian Greene compie in questo bel libro il tentativo di abbracciare in un unico sguardo la storia dell’universo, le sue origini misteriose, il suo esito pressoché sicuro – ovvero “una nebbia di particelle alla deriva in un cosmo freddo e inerte”. Un cosmo simile a quello “gelido” dei presocratici, così come lo aveva letto Nietzsche.
Nel mezzo quel “fuggevole spiraglio di luce tra due eternità di tenebre” che sarebbe la vita, in particolare la vita cosciente. La cui unica ragione di esistenza è riducibile all’eco della sua domanda.
Ma proprio la coscienza di questa transitorietà ci può indurre due atteggiamenti opposti: la depressione e il cupo terrore per l’insignificanza oppure quel che Greene definisce una sensazione di gratitudine che “può aumentare fino a sfiorare la venerazione”.
Disperarsi per esser nati o adorare la vita: la coscienza – ai vertici del suo essere coscienza – si strugge in questo dilemma. Certo, può anche dimenticarsene e limitarsi a vivere giorno dopo giorno. O stordirsi con uno dei tanti oppii a sua disposizione (dal dio della religione a quello del denaro, ce n’è per tutti i gusti, l’immaginazione non ha limiti).
Ma la coscienza, ogni tanto, si risveglia, e punge. Qualche volta ci dà una stilettata.
Guarda: tu, il cosmo immenso e indifferente.