Dentro fuori

[piccolo esempio di (in)utilità filosofica]

Uno degli aspetti più perturbanti di questi quasi 2 anni di pandemia (un tempo che non ci saremmo mai aspettato e che è ben lungi dal terminare) è il rapporto tra interno ed esterno, tra dentro e fuori.
Prendiamo “omicron”, la nuova variante che è destinata a sparigliare tutti i giochi (e presumibilmente a farli ricominciare quasi daccapo): gli stati nazionali stanno correndo ai ripari, per lo più alla rinfusa, ma sanno bene che omicron non può stare fuori, perché in un mondo globale il fuori non esiste. Omicron è già dentro, è già qui tra noi.
Anche con le “caste biovaccinali” succede qualcosa di simile: gli immunizzati si rinchiudono in aree protette, un dentro che lascia fuori il rischio maggiore di contagiarsi e ammalarsi, ma col passare del tempo questa ripartizione si fa illusoria. La barriera tra dentro e fuori viene a indebolirsi, se non a cadere. E i non vaccinati – che a rigore non sono né immuni né non immuni, ma probabilisticamente più esposti ad infettarsi – in che luogo stanno tra il dentro e il fuori? Fuori dai luoghi di socialità o rinchiusi in una bolla di potenziali appestati da tenere in una quarantena perenne?
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