Mobilitazione sanitaria totale

In questi due anni si sono andate affermando, specie nella infosfera, una serie di figure che hanno costruito spazi informativi piuttosto accurati sulla pandemia: dati, statistiche, raccolta di informazioni, studi scientifici, predizioni, ecc. In alcuni casi si tratta direttamente di ricercatori e scienziati, in altri di divulgatori o “influencers”, talvolta singoli, talaltra gruppi o collettivi.
Spesso in competizione tra di loro, hanno costruito una vera e propria figura dello spirito dei tempi, una sorta di general intellect pandemico, con tanto di pubblico e tifoserie. (A tal proposito, vista anche la funzione che il “cervello sociale” ha nell’analisi marxiana della società capitalistica, sarebbe interessante operare una critica di tali nuove figure dell’informazione scientifica).
Diversi di questi diffusori si sono contraddistinti per il rigore e la serietà, e hanno avuto il grande merito di raccogliere le informazioni della comunità scientifica globale, mettendole a disposizione del grande pubblico. A tal proposito, uno degli aspetti più problematici ha riguardato proprio la comparazione (ma anche la trasparenza) dell’andamento pandemico nei vari paesi: i divulgatori più seri hanno sempre premesso nelle loro analisi l’azzardo di tali accostamenti per l’evidente diversità (talvolta incomparabilità) di usi e costumi, sistemi sanitari, demografie, ecc., e conseguentemente la difficoltà di operare comparazioni utili ad uno scambio proficuo: i casi di Israele, dell’Inghilterra, della Svezia e ora del Sudafrica sono piuttosto emblematici – casi usati e abusati, oppure oscurati, a seconda della convenienza contingente.

Non entro qui nella questione – pressoché inestricabile – della separazione del loglio dal grano, del falso dal vero in epoca pandemica: com’è ormai sotto gli occhi di tutti, esistono diverse pandemie parallele o intrecciate tra di loro – una vera e propria sindemia – non ultima quella della proliferazione dei dati e del loro uso, in verità non sempre ai fini del “bene comune”: prova ne è l’esibizione muscolare della propaganda a suon di “lo dice la scienza” (con l’Italia capofila), la lotta fino all’ultimo sangue delle virostar, il livello indegno dell’informazione mediatica, il fakismo (ma anche l’antifakismo strumentale), ecc. ecc. Insomma, il trionfo del più becero e confuso dei relativismi – salvo le uniche certezze che non devono mai essere messe in discussione, ovvero i “valori” fondanti del sistema. Quella che all’inizio si mostrò subito come una vera e propria sfida cognitiva, direi che è stata una battaglia ormai persa.

Ma torniamo alle figure informative (formative e talvolta de-formative) che stanno impazzando da due anni. Non intendo qui mettere in discussione la serietà e il rigore di molti di questi analisti e scienziati: quel che vorrei rilevare è la ricaduta psicosociale della loro attività, soprattutto in termini di interiorizzazione di un certo modo di leggere i fatti e la realtà.
Il primo problema sta nel flusso pressoché infinito di dati, un vero e proprio sistema di “datolatria” (che, suppongo,  Merton non esiterebbe a definire in termini di “iperoggetto”), che se può risultare concepibile e gestibile da menti matematiche avvezze ad immaginare un sistema governato dall’intelligenza artificiale e da una rete crescente di algoritmi, finisce per avere un impatto quasi patologico sui fruitori più assidui e di dubbia utilità sulla maggioranza (i polloi), in genere superficiale e frettolosa, che si limita a leggere il titolo, le prime righe e mezza tabella, più adusa al like e alla rissa che all’analisi o alla riflessione.
Ciò che ci porta diritti al secondo aspetto negativo: la creazione di vere e proprie consorterie e tifoserie, ai limiti del fideismo, soprattutto su alcune pagine dei social, che rovescia paradossalmente l’assunto del rigore scientifico di partenza. La premessa è: contro le fake news, le bufale, l’irrazionalità occorre recuperare una cultura scientifica di massa, salvo poi non essere in grado di stabilire differenze di grado tra fede cieca, fiducia critica, dubbio o scepsi, e limitarsi a fischiare o tifare le tesi che più ci sono (spesso a priori) sgradite o convenienti. Dimenticando la base di tutto: la scienza  è un processo in divenire, non esente da contraddizioni, interessi di parte, e ammanicata del tutto con il contesto sociale in cui opera. E questo vale sia per i soggetti (gli operatori e i lavoratori della conoscenza, che non vivono nel cielo delle idee neutrali) sia per l’oggetto scientifico, en dynamis per sua stessa definizione.
C’è poi l’ultimo aspetto, che ritengo il più preoccupante: quando sia gli informatori che i loro lettori istituiscono dei veri e propri blocchi ideologici, facendo seguire (spesso indebitamente) all’osservazione “neutrale” (ammesso esista) la spinta verso la decisione politica. Non tutti gli informatori hanno assunto in verità questo stile, ma la tentazione è stata, ed è tuttora, fortissima, e deriva in buona parte dal meccanismo della partigianeria che si è venuta a creare tra i seguaci. All’inizio della pandemia la contrapposizione riguardava soprattutto gli aperturisti e chiusuristi rispetto alle politiche del cosiddetto “lockdown”, mentre oggi l’attenzione si è inevitabilmente spostata sull’obbligo vaccinale e sulle “patenti” sociali conseguenti.

Da parte mia leggo con crescente fastidio articoli di preteso rigore scientifico che vanno subito a parare nel campo delle decisioni politiche e delle ricadute nella vita sociale (e ancora più indigesto è il dibattito che ne segue, con posizioni spesso fanatiche e fanatizzanti in tutti i campi). Anche perché spesso questi ambiti – diversamente dalla sfera politica, che pure ha commesso enormi errori in questi due anni (salvo difendere precisi interessi e determinati assetti) – non riescono ad uscire dal “peccato originale” riduzionistico, ovvero trattare la società “more geometrico demonstrata“, come se cioè si potessero applicare le analisi statistiche e i teoremi derivati sul corpo vivo della società, senza operare un ragionamento di discernimento critico complessivo, che tenga conto di tutti gli aspetti della vita sociale, e non solo di quello sanitario (ciò che sarebbe tra l’altro il compito ideale per lo sguardo filosofico). Schematizzando: logos e dialettica vs datolatria e dataismo; coscienza vs intelligenza.
Non tutti hanno usato in questi due anni la dovuta cautela epistemologica (men che meno le 4 regole etiche individuate dal sociologo americano Robert Merton, ovvero: disinteresse, comunismo epistemico, scetticismo organizzato, universalismo): se le certezze fin troppo esibite hanno poi finito per prendere solenni cantonate, il catastrofismo e il terrorismo via via seminati, la militarizzazione del dibattito, la creazione di neostreghe e capri espiatori, hanno nel frattempo iniettato veleno nelle relazioni sociali, fatto aumentare il livello dell’angoscia e alimentato un clima di generale depressione e rassegnazione. Con un ulteriore paradosso: se l’intenzione era quella di elevare il livello di razionalità collettiva, di competenze scientifiche, di coscienza e capacità decisionale, il risultato pare l’esatto opposto.

Ultima considerazione: che fine farà questo “general intellect” e questa enorme infosfera dei dati che si è venuta a creare, se e quando sarà esaurita l’emergenza? Come passeranno il loro tempo questi partigiani della mobilitazione sanitaria totale?
Qualcosa mi dice che si sta preparando il terreno per le crisi e le emergenze a venire…

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

1 commento su “Mobilitazione sanitaria totale”

  1. Ottima analisi. Che si stiano testando “tenute” per emergenze future in cui la posta in gioco sarà la mutilazione crescente della democrazia, mi pare evidente. Dove andranno a finire tutti questi dati nel dopo emergenza ? Nel mar dell’oblio. Come per tutte le cose umane. I libri di storia futuri, se ancora si scriveranno, non sapranno cosa farsene.

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