Pneuma: il respiro di tutti gli esseri viventi

(traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 14 febbraio 2022)

Le piante, il respiro, la natura metamorfica saranno i tre temi, tra di loro strettamente connessi, di cui parleremo stasera. Per farlo, specie per quanto concerne il primo e il terzo tema, ci serviremo di due testi: La vita delle piante di Emanuele CocciaLa metamorfosi delle piante di Goethe.

1. Piante-arché
Ed è proprio Goethe a darci il là per l’attacco di stasera: «Nello spirito umano come nell’universo non vi è nulla che stia sopra o sotto». Il primo atteggiamento da assumere di fronte al mondo vegetale è proprio quello della deposizione di ogni forma di antropocentrismo o di zoocentrismo. La metafisica della mescolanza che Coccia propone, assume il punto di vista (che è un punto di vita) delle piante come decostruzione di ogni gerarchia del vivente e critica radicale di una non più tollerabile secessione umana dalla natura. Il mondo delle piante è esemplare della interconnessione delle forme di vita, della loro complementarità, del fondamento orizzontale di tutti i punti di vista-punti di vita. E ciò è proprio delle piante in quanto fondatrici del mondo della vita di cui siamo parte.
Non è un caso che Coccia intitoli il primo capitolo del suo saggio “Le piante, o l’origine del nostro mondo”: le piante, così come gli elementi per i presocratici, sono l’arché, la sorgente del mondo della vita nel quale siamo totalmente immersi, e senza il quale semplicemente non potremmo respirare e vivere.
Il saggio di Coccia è insieme una ontologia del vegetale – e dei mondi che esso fonda – e un inno poetico ed esiodeo, una vera e propria cosmogonia: qualcosa di molto antico ed essenziale, per la nostra decadente ipermodernità: «La vita delle piante è una cosmogonia in atto, la genesi costante del nostro cosmo. La botanica dovrebbe forse ritrovare un tono esiodeo, e descrivere tutte le forme di vita capaci di fotosintesi come divinità inumane e materiali, come titani domestici che non ricorrono alla violenza per fondare nuovi mondi».

Questi alcuni caratteri originari della pianta su cui dovremmo attentamente riflettere (e che una passeggiata contemplativa è sufficiente perché si manifestino):
-le piante aderiscono al mondo che fondano: l’intera superficie, il suolo, l’atmosfera sono produzioni vegetali;
-indifferenza: le piante, come gli dèi degli intermundia epicurei, sembrano del tutto estranee, aliene, indifferenti alle nostre sorti, ai nostri affanni (e alle nostre scaramucce, come l’ennesima guerra che potrebbe scoppiare da un momento all’altro); esse sono silenti, immobili, del tutto al di fuori dello spaziotempo – forse perché esse fondano la possibilità del nostro spaziotempo?
-le piante sono esposte, nude, senza tana e senza rifugio – ma istituiscono le tane e i rifugi di tutti i viventi con i quali coevolvono;
-esse sono la breccia del mondo che fondano: all’origine della bolla-atmosfera-mondo nel quale siamo immersi, le piante sono come dei veri e propri apriori e principi trascendentali;
-le piante sono autotrofe e producono la materia e la sostanza vitale di cui necessitano tutti gli altri viventi per esistere: dai cianobatteri (un tempo chiamate alghe azzurre) al lussureggiante e colorato mondo delle angiosperme, le piante si nutrono di minerali e di luce e donano agli altri viventi l’ossigeno, il carbonio e le sostanze nutritive, dando origine ad una infinita catena e interconnessione di processi del vivente: «Trasformano in vita tutto ciò che toccano, facendo della materia, dell’aria, della luce solare, ciò che per il resto dei viventi diventerà lo spazio da abitare, il mondo».

Coccia ripartisce il saggio in tre parti, seguendo la tripartizione essenziale del processo vegetale – foglia, radice, fiore. Ovvero: l’origine dell’amosfera e del fenomeno dell’immersione; il rapporto tra terra e cielo, la natura “astrale” più che terrestre dei viventi; il sesso e la riproduzione come apertura all’altro, variazione e conoscenza. Se la foglia e le radici sono i fondamenti del mondo nel quale siamo immersi, il fiore è la produzione più alta dell’essenza della vita, ovvero l’uscita di sé in direzione dell’alterità, simbolo di metamorfosi e del continuo variare di forme – e, da ultimo, della conoscenza: «La scelta evolutiva della via floreale è il primato della forma e delle sue variazioni su tutto il resto. La mescolanza – di cui il sesso rappresenta per il vivente forse la forma più universale – è sempre una forza di moltiplicazione e di variazione di forme, non un meccanismo di riduzione. Il fiore è lo strumento attivo della mescolanza».
Già Hegel, che pure ha una visione gerarchica e antropocentrica del vivente, aveva annotato come il processo vegetale, a partire dalla “potenza del seme” alluda e prepari la via umana dello spirito e della conoscenza: «Questo nascondere il seme nella terra è perciò un’azione mistica, magica, che allude al fatto che nel seme vi sono ancora forze segrete che sonnecchiano, che in verità c’è ancora qualcos’altro […] come il bambino non è soltanto questa figura umana sprovveduta che non si annuncia come ragione, ma è in sé la forza della ragione[…] il seme è la potenza che scongiura la terra a porre la sua forza al suo servizio».

2. Pneuma
Uno degli aspetti su cui Coccia insiste di più è l’immersione, ovvero il fatto che i viventi si trovano immersi nel respiro delle piante, in uno spazio pieno e fluido, non astratto o geometrico, ma costituito proprio dalla mescolanza e della interconnessione dei viventi: «Le piante sono il respiro di tutti gli esseri viventi, il mondo in quanto respiro. Respirare significa essere immersi in un ambiente che ci penetra allo stesso titolo e con la stessa intensità con cui noi lo penetriamo. Ogni essere è un essere mondano solo se è immerso in ciò che si immerge in lui. La pianta è allora il paradigma dell’immersione».
C’è una lunga tradizione del pensiero antico che identifica il respiro ed anche l’aria che respiriamo con il principio vitale. Fin da Genesi, in principio, “sulle acque aleggiava lo spirito (ruah) di Dio”. Ed è dal respiro che nasce l’uomo: «Allora il signore Iddio formò l’uomo dalla polvere della terra e alitò nelle sue narici un soffio vitale, e l’uomo divenne un essere vivente». Il dio biblico potrebbe benissimo essere sovrapposto alle piante che, generando ossigeno, rendono possibile il flusso vitale in tutti i viventi.
Non è un caso che anche alle origini della filosofia greca vi sia stato chi, come Anassimene (allievo di Anassimandro) abbia pensato all’aria come arché: «Come la nostra anima [psyché], che è aria, tiene insieme noi, così anche il soffio [pneuma] e l’aria [aer] abbracciano l’intero mondo». Cosicché sia l’interno che l’esterno, sia la materia che lo spirito, sono compenetrati del medesimo flusso vitale – tutto respira all’unisono.
Questa concezione si chiarirà meglio qualche secolo dopo con l’avvento della scuola stoica (nel III secolo a.C.), in particolare con Crisippo, che concepisce lo pneuma come composto di aria e fuoco, ricavandone la composizione dalla fisiologia medica, secondo cui è questo spirito vitale a scorrere nelle nostre arterie. Ma non solo lo pneuma è il soffio dei viventi, esso viene sempre più a coincidere con il lògos, con la ragione universale che compenetra tutti gli esseri. Potremmo oggi tradurre questa teoria con concetti più vicini alla nostra mentalità scientifica: forza, energia, campo – e credo che non ci allontaneremmo di molto dal significato originario.
Anche nelle civiltà orientali troviamo concetti simili a proposito del respiro e del soffio vitale: il termine sino-giapponese ki o quello sanscrito prana sono senz’altro traducibili con i termini energia, vita, respiro, spirito. Lo spiritus latino deriva dal verbo spiro, ovvero soffiare, spirare, sgorgare, vivere, essere animato.
Una delle più alte preghiere dell’alto Medioevo (IX secolo) invoca proprio la venuta di questo stesso spirito: Veni creator spiritus – non a caso lo spirito creatore, che dà vita. Come quella che origina dalle piante. Di nuovo piante-dee.
Trovo molto interessante questo intreccio di significati tra l’aspetto fisico-naturale del respiro – la sua composizione chimica e derivazione biologica – e quello spirituale, a testimoniare che il vivente – e noi non facciamo eccezione – è proprio questo intreccio di bios e di logos, di materia vivente animata da forze che la plasmano e la trasformano perennemente.
Ecco perché la “mancanza di respiro” o di aria, non è riducibile ai soli fenomeni di dispnea, ma anche all’intera costellazione della vita, sia fisica che sociale che spirituale: manca ossigeno anche alle nostre menti (o anime), quando siamo sotto l’eccessiva pressione dei ritmi quotidiani, o quando siamo saturi di stimoli, oppressi da impegni, sommersi da informazioni. Il corpo e la mente hanno bisogno – all’unisono – di respirare. E, ancora di più, di ascoltare il proprio (e l’altrui) respiro. Respirare è anche poterlo fare in silenzio, ritirati, in solitudine. Riconnettendosi al respiro e al logos del cosmo.

3. Metamorfosi
Goethe, oltre che un grande poeta e scrittore, fu anche un attento osservatore della natura, con interessi sia botanici che fisici. Celebri sono le sue opere scientifiche La teoria dei colori (1810) e La metamorfosi delle piante (1790). Quest’ultima, in particolare, scritta grazie soprattutto al suo viaggio in Italia, contiene alcune interessanti tesi di filosofia della natura che credo possano interessare il nostro percorso sulla dialettica vita/morte.
I due concetti-chiave rinvenuti da Goethe nell’osservare i processi del vivente, che peraltro ritiene propri di quei processi, osservabili sul campo e non astraibili in teorie asettiche e scritte a posteriori, sono quelli di forma e di metamorfosi. Goethe vorrebbe tradurre il processo del vivente in una morfologia, ma si rende conto che il concetto di forma – di ascendenza aristotelica – rischia di uccidere il vero spirito dei processi naturali, che è perenne metamorfosi – trasformazione da lui osservata proprio nello studio delle piante, in particolare nella forma foliare.
Ecco perché distingue opportunamente tra Gestalt e Bildung, due termini che nella lingua tedesca traducono il concetto di forma, ma con una importante diversità semantica: Bildung allude più che alla forma compiuta, alla formazione, al processo (Bildungsroman, ad esempio, è il genere che identifica il romanzo di formazione). Ma lasciamo che sia Goethe stesso a spiegarcelo:
«Per indicare il complesso dell’esistenza di un essere reale, il tedesco si serve della parola Gestalt, forma; termine nel quale si astrae da ciò che è mobile, e si ritiene stabilito, concluso e fissato nei suoi caratteri, un tutto unico. Ora, se esaminiamo le forme esistenti, ma in particolar modo le organiche, ci accorgiamo che in esse non v’è mai di nulla di immobile, di fisso, di concluso, ma ogni cosa ondeggia in un continuo moto. Perciò il tedesco si serve opportunamente della parola Bildung, formazione, per indicare sia ciò che è già prodotto, sia ciò che sta producendosi».
C’è una frase del libro di Giobbe che Goethe utilizza come epigrafe del suo studio sulle piante:

Guarda: mi corre davanti
prima che lo veda,
Si tramuta prima
che l’osservi.

Pur non avendo gli strumenti scientifici della biologia o della botanica dei secoli successivi, Goethe intuisce un punto essenziale che riguarda la vita, ovvero la sua perenne variabilità e continua metamorfosi – e, insieme, la sua profonda unità e interconnessione: come se si trattasse di un flusso perenne dell’identico, ma in continua variazione – non è un caso che egli sia alla ricerca della Urpflanze, la pianta originaria, la forma primigenia del vegetale da cui si originano le successive linee morfologiche. Ma tale idea di forma-formazione non è astratta, è piuttosto una forza interna al divenire vitale, in continua metamorfosi, che dunque ha in sé anche la necessità della dialettica vita/morte: non c’è variazione o divenire senza morte, e la morte, come scrive nella sua Teoria generale della natura, è uno stratagemma della vita stessa per ottenere ancora più vita, ovvero più forme.

Questa concezione anti-autoptica , anti-fissista, di conoscenza vivente del vivente (verrebbe da dire di autoconoscenza: ciò che è vivo non può essere ucciso e scomposto per essere conosciuto, se ne perderebbe la forma essenziale), una conoscenza intuitiva, interna al vivente stesso – è inevitabilmente legata ad una visione panteistica, ad una ontologia della mescolanza, ad una forma olistica e del tutto disattesa dalla scienza moderna, ma che sta all’origine della concezione della natura dei primi filosofi greci.
Una visione che, ad esempio, troviamo perfettamente rappresentata da Anassagora, colui che portò la filosofia ad Atene e che probabilmente fu maestro di Socrate: la sua teoria della mescolanza (migma) e dei semi che compongono le cose (spermata, poi chiamati da Aristotele omeomerie), esprime una visione secondo cui tutto è in tutto, tutte le cose sono correlate, e lo sono nella loro stessa composizione interna. Una visione, peraltro, del tutto confermata dalla chimica e dalla biologia: basti pensare a tutti gli elementi di cui siamo fatti, all’incredibile mescolanza e moltitudine di forme che noi esseri organici siamo (dai minerali alle cellule ai batteri a microrganismi di ogni genere). Ragion per cui un biologo contemporaneo come Kupiec intende la vita come flusso di variazioni più che come aggregato di forme ed organismi.
Lo stesso spirito – anche se Anassagora lo chiama nous, intelligenza – è ciò che organizza dall’interno la materia (resta incerto se Anassagora pensasse a questa organizzazione come a un progetto o a un disegno), una mescolanza sia di elementi che di organismi che di significati: il mondo, e noi stessi, siamo le innumerevoli forme prodotte dal migma e dal nous, e che quindi possiede una sua sapienza interna, un suo equilibrio ed armonia (un’armonia, ricordiamolo, determinata anche da contrasti).
Ora, che una delle forme di questa antichissima mescolanza, con l’effigie e la loquela e la presunzione umane, voglia dominare l’intero mondo della mescolanza, scrutarne e modificarne le leggi interne, piegare ogni forma di vita al suo vantaggio, distruggere equilibri e ricrearli a propria immagine e somiglianza – tale smisurata hybris (violenza, trasgressione, tracotanza) non è forse il vero problema insieme ontologico, etico e politico di fronte a cui ci troviamo oggi?
Se tutto è in tutto, come si può pensare di scardinare il tutto e le sue leggi, senza conseguenze letali per tutti?

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Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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