Le faglie della guerra

La guerra irrompe e, come sempre, rovescia i tavoli, spariglia le carte, sconvolge gli equilibri. Lascia attoniti e crea sconcerto – soprattutto in chi non ne sa riconoscere i segni e la fenomenologia: la guerra è l’intelaiatura profonda della vita e delle società umane, esattamente come la morte lo è per la vita. In tal senso, la guerra incombe perennemente su di noi. Ma ora si è mostrata di nuovo col suo vero volto, in fatti, carne e sangue.
Quando la guerra irrompe crea immediatamente due epifenomeni che le sono congeniti: una cortina fumogena diffusa, che confonde ancor di più il contorno delle cose; una radicale semplificazione delle cose, un’ontologia del bianco e nero, dell’amico/nemico, del di qua o di là. Nonostante essa sia il portato della complessità (e tragicità) del mondo, al contempo si presenta come la grande negatrice della sua complessità.

Fatte queste premesse generali, occorre però provare a dissolvere quella cortina e, senza lasciarsi condizionare dalla retorica bellica della semplificazione, accingersi ad un minimo di analisi che tenga fuori ogni emotività.
La guerra russa contro l’Ucraina – che è una guerra apparentemente tradizionale, dettata da logiche di potenza regionale, su cui si innestano conflitti locali che hanno a che fare con confini, minoranze, risorse, ma anche pretese ragioni ideologiche e spirituali (che nella guerra non mancano mai, soprattutto in termini di motivazioni) – è in realtà una guerra già mondiale, o per lo meno con una enorme risonanza in quelli che saranno i futuri assetti globali. È una sorta di guerra-matrioska, di tipo glocale.
È mondiale perché – come già in passato venne evocato lo “scontro di civiltà” (ricordate?) – in questa guerra-matrioska si inserisce anche un confronto di sistemi economici, ideologici, politici e, quindi, di stili di vita. È evidente come il sovranismo (o sciovinismo) putiniano – che cerca di connettersi in prospettiva ad altri sistemi (diciamo non liberali) come quello cinese, in vista di un fronte antioccidentale – persegue la messa in crisi dell’attuale sistema di dominio occidentale, in funzione di un mondo multipolare. Tale attacco è stato meditato a lungo, e si è nutrito di 30 anni di quella che agli occhi del potere russo viene vissuta come una lunga Versailles con sindrome d’accerchiamento. Probabilmente col vasto consenso di masse (per lo più non cittadine) che condividono un senso di frustrazione e di umiliazione.
L’Occidente pare aver fatto fronte su questo. Nonostante le profonde divisioni, e gli interessi contrastanti: anche qui occorrerebbe parlare di una matrioska di visioni, dato che dentro questa apparente omogeneità c’è una divergenza tra USA ed Europa, ma anche tra stati europei, aree culturali, ma anche all’interno delle società europee – basti pensare alla recente, e per nulla sopita ma solo congelata – ascesa di movimenti “sovranisti” o “populisti”. E questo ci riporta a Putin, che in quell’ideologia trova un terreno fertile.

Ma tutto questo andrebbe analizzato con molta calma e in profondità, atteniamoci per ora alle parole d’ordine occidentali di questa guerra già dichiarata, ai “valori” sbandierati, perché credo sia l’elemento dirimente ai fini dello schierarsi (la guerra pretende sempre che ci si schieri).
Si dice, in Europa, che sono sotto attacco i valori occidentali, il nostro stile di vita: la libertà, la democrazia. Ecco, i valori finiscono qui, perché mai si citano l’eguaglianza o la giustizia sociale o la solidarietà. Mai si cita il fatto che la democrazia vigente è in realtà una dittatura del denaro. Che i programmi di governo sono ormai solo tecnocratici, emergenziali, finanziari. Che la democrazia è un guscio vuoto, il nome di una cosa che non c’è.
I governi europei, le borghesie europee al potere, hanno bisogno come l’aria di questa nuova emergenza (come della precedente sanitaria): la guerra è sempre funzionale allo spegnimento di ogni conflitto sociale. La guerra chiama all’unità contro il nemico (lo stesso vale per Putin e la società russa). La guerra semplifica, annulla le differenze, rimuove le ragioni del conflitto (sia interne che esterne).
C’è poi il conflitto globale. Qui siamo in presenza di un altro snodo epocale, basti un breve elenco di ciò di fronte a cui ci troviamo: le emergenze ambientali, la questione demografica (esplosiva), i movimenti migratori, la distribuzione iniqua delle risorse, la rapina neoimperiale e neocoloniale (si dice che la guerra ucraina sia un fenomeno storico di retroguardia, ottocentesco, ma poi si nasconde, dietro il velo ipocrita dell’umanitarismo peloso e pietistico, la sostanza di quel che succede in Africa o in altre aree del Sud del pianeta in termini di lotta per la spartizione delle risorse, lotta spesso armata e per procura). Ora l’Occidente teme che le emergenze incombenti metteranno in crisi il proprio “stile di vita” – ma questo stile è retto da un regime globale di disuguaglianza, sfruttamento, rapina, ingiustizia, dissesto ambientale, inquinamento dei luoghi e delle culture, distruzione delle risorse. Noi stiamo in cima ad una piramide la cui base comincia a traballare, i cui fianchi cominciano a creparsi.
Se non si vedono questi nessi che da una guerra locale portano ad una guerra globale, e se non si esce dalla logica identitaria dello “scontro di civiltà”, nella nuova salsa russofoba (ma domani sarà sinofoba) – non si capisce minimamente qual è la vera posta in gioco.

Ovviamente prima o poi si arriva al fatidico “che fare?”. La cosiddetta “sinistra” (un’altra parola del tutto svuotata di significato) e una parte del movimento pacifista sono confusi, sconcertati: come già nel 1914 i partiti socialisti, gli attuali partiti “progressisti” (che non hanno più nulla del partito, ma che sono consorterie liquide e comitati di affari) votano e si schierano per l’intervento. Ma occorre più che mai diradare la cortina fumogena e mandare in frantumi la narrazione dicotomica e semplificante della realtà: il movimento contro la guerra (e non banalmente “pacifista”, occorre ricordarsi che esistono anche paci terrificanti), un movimento diffuso limpidamente antimilitarista, è anche e soprattutto il movimento che vuole mettere in discussione i privilegi, le immense proprietà e ricchezze accumulate, è il movimento che lavora per dar fuoco a ben altre polveri – quelle del conflitto sociale a tutti i livelli. Altrimenti “pace” diventa l’ennesima parola priva di senso.
In tutto questo lo schieramento non può che essere orizzontale, mai verticale: i nostri alleati sono i nuovi proletari a tutte le latitudini, gli sfruttati, i precarizzati, i costretti ad emigrare, i senzabandiere, gli invasi da tutte le guerre (che sono anche economiche, non solo militari).
Chi chiama alla guerra qui in Occidente contro i barbari delle steppe, gli autocrati, i nuovi Hitler e quant’altro, chiama alla guerra (il cui prezzo non verrà certo pagato dalle classi dominanti) per difendere i privilegi; l’unica “libertà” che conosce è quella di arricchirsi e di accumulare ricchezze. Noi dobbiamo dire forte e chiaro che i nostri nemici sono tutti gli autocrati, sia quelli delle steppe che quelli della Silicon Valley.
E qui sorge un altro problema: ci dicono che la libertà ha un “prezzo” (parola non casuale, dove tutto viene monetizzato nella società capitalistica). E vorrebbero farcelo pagare combattendo per la loro guerra, le loro bandiere e le loro parole d’ordine. Noi dovremmo invece rispondere che è la giustizia sociale ad avere un prezzo, che per primi pagheranno loro, i privilegiati, i ricchi, i signori della guerra con le carte visa, ma poi a cascata anche il nostro “stile di vita” non potrà rimanere immutato: uno stile funzionale alla riproduzione del valore, alla loro avidità, uno stile che si regge su un abisso di ingiustizia, di atrocità, di dolore e di distruzione.
La guerra produce così nuove faglie, o meglio, fa vedere le faglie sotterranee dell’intero sistema – per chi le vuol vedere o le sente sulla propria pelle – le vere linee di demarcazione tra giusto e ingiusto, tra eguaglianza e diseguaglianza, tra libertà e tirannia.
Noi antimilitaristi siamo contro tutte le guerre, tutti i tiranni, tutti gli imperialismi. Siamo per il conflitto e la rivoluzione sociale. Rivoluzione: una parola passata di moda, ma è l’unico vero programma politico che può spegnere la guerra.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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