La soglia

(traccia dell’incontro del gruppo di discussione filosofica dell’11 aprile 2022)

Nel rapporto dialettico vita/morte, di cui a lungo abbiamo provato a parlare in questo ciclo di discussioni, un elemento caratteristico è quello della soglia. Della linea di confine tra l’una e l’altra. Una linea che non ci è dato valicare in modo cosciente – a sentire Epicuro, se la si valica non c’è più esperienza né coscienza. È vero che esistono le esperienze di coloro che si risvegliano dal coma o che si avvicinano alla soglia della morte – ma la soglia resta intatta, non valicabile. È proprio della soglia questa sua inesperibilità. Ogni volta che noi superiamo una soglia, o viene negata o si sposta più in là. La soglia è inattingibile – così come ogni limite o confine. E la soglia della morte è la soglia delle soglie.
D’altro canto anche la soglia vista dalla parte dei morti risulta inattingibile, se non inimmaginabile. Dalla morte non c’è ritorno – a meno che non si creda in una vita oltre la morte – di nuovo, al di là di una soglia. Ma è comunque un’altra vita, non la vita corrente – e in questo caso la morte risulta una sorta di cerniera tra le due forme di vita.
Ma non è questo il tema di questa sera. Stasera parleremo di poesia, ovvero di quella forma di sapere e di linguaggio che, forse più di altre – sicuramente più della filosofia – è in grado di evocare la morte e di posizionarsi lungo la linea di confine, sulla soglia appunto.
Religione, filosofia e poesia sono accomunate da questo rapporto profondo con la morte, e dalla ricerca del senso che lega la vita alla morte – del senso della vita in quanto determinata dalla morte.
La religione risolve il problema immaginando (credendo) in un oltrevita altrettanto inattingibile ed inesperibile per i viventi, proprio come la morte.
La filosofia – a sentire uno dei più grandi pensatori (e soprattutto della morte) del ‘900, ovvero Elias Canetti – non ci sa dire nulla di definitivo sulla morte.
Non rimane che la poesia – e per Canetti tutte le parole dei morenti andrebbero raccolte come preziose poesie postume. Sulla soglia tra vita e morte aleggia, dunque, più della religione e più della filosofia, la poesia.
D’altro canto l’arte ha assunto la funzione nella storia umana di vincere la morte, trasfigurando in opere “eterne” – per quanto sia possibile, a chi partecipa di una dimensione finita, attingere l’eternità – i significati delle transitorie e fragili vite umane.
La poesia sembra avere in ciò un ruolo del tutto particolare.
Quando avevo scelto i poeti a cui rivolgere la nostra attenzione, avevo solo dei pensieri vaghi, per lo più dovuti a questa idea di eternità e di trasfigurazione. Per quanto concerne Dante e Edgar Lee Masters era molto evidente, data la loro opera (avrei potuto sceglie altri poeti, ma mi sono soffermato su questi che conoscevo un po’ meglio). Ma è stata Emily Dickinson, o meglio, la lettura che della poetessa americana ha fatto Luciano Parinetto, a suggerirmi l’idea della soglia: tutti e tre questi poeti parlano di soglie.
Nel caso di Dante l’intera Commedia è un viaggio oltre la soglia – e oltre una serie di soglie, di attraversamenti da superare. L’Antologia di Spoon River fa delle lapidi – soglie pietrificate – l’ostensione delle parole-poesie dei morenti, secondo la suggestione di Canetti. Ma la soglia è particolarmente fruttuosa come idea e filo conduttore in molte poesie di Emily Dickinson, specie per quanto riguarda la dialettica vita/morte, ma soprattutto quella tra finito e infinito.
Ma procediamo un passo alla volta.

1.
Cominciamo dalle soglie dantesche.
Queste hanno una consistenza plastica soprattutto nella cantica dell’Inferno – a partire dalla selva nella quale Dante si smarrisce e dalle fiere che incontra e che ostacolano il suo cammino: l’intera sua esistenza è una soglia fosca nella quale ogni essere umano rischia sempre di smarrirsi. Narrando questo cammino in prima persona, utilizzando lo strumento della scrittura poetica, Dante rende partecipi i lettori dell’intero dramma esistenziale di fronte a cui si trova.
L’inferno è la condizione in cui l’anima sprofonda se non è retta dai principi e dai valori cristiani e razionali (che per Dante convergono fino a coincidere): la porta dell’Inferno ci dice che lì dentro la speranza è morta. L’intero viaggio si compie da una soglia all’altra – il traghetto di Caronte, la palude stigia, la città di Dite – la porta da cui i poeti non potranno passare, almeno in un primo momento. Ma anche gli svenimenti di Dante – il suo frequente venir meno – rappresentano la soglia del cedimento psicologico, dello sprofondare nella depressione. Senza Virgilio – e poi le donne del Paradiso – egli non avrebbe potuto procedere in questo cammino ad ostacoli.
I mondi che Dante attraversa sono a loro volta organizzati in continui passaggi e soglie che devono essere affrontati – tra l’Inferno e il Purgatorio egli riesce a riveder le stelle (in un rovesciamento interessantissimo tra l’abisso, il punto più basso, e la risalita lungo la montagna del Purgatorio e poi del Paradiso).
D’ora innanzi Dante sale, di gradino in gradino (le scale della purificazione, fino all’immersione nel fiume Lete, dove ancora sviene). Nell’ascesa paradisiaca le soglie si fanno via via più interiori – sono dei veri e propri potenziamenti percettivi ed estetici, una crescente presa di coscienza.
L’ultima soglia è quella decisiva e però si svolge nel fulgore-schianto dell’intelletto: la riunificazione con l’eterno – prefigurata e immaginata – non è esperibile, sfugge alla comprensione.

Ma in tutto questo passare di soglia in soglia, crescere di consapevolezza, abbiamo un canto particolarmente prezioso che credo descriva in modo mirabile questa metafora della soglia: stiamo parlando del canto XXVI, quello di Ulisse.
Siamo nell’Ottava Bolgia, tutta ricoperta di fuochi: le anime incedono avvolte di fiamme: si tratta dei consiglieri fraudolenti, coloro cioè che facendo uso della loro sapienza e delle finezze del linguaggio ingannano gli uomini. Tra queste anime dannate ci sono quelle di Ulisse e Diomede (re di Argo), avvolti insieme dal fuoco: Dante desidera ardentemente parlare con Ulisse e conoscerne il destino – l’ardore, la brama di conoscenza, il desiderio smisurato di sapere sono i temi fondamentali di questo canto – così come il fuoco in cui le anime ardono in eterno ne costituisce il contrappasso.
La costruzione dantesca di quest’ultima parte della vita di Ulisse qui narrata non viene dall’Odissea, ma in parte da altre fonti (Orazio, Seneca, Cicerone, Plinio), in parte – probabilmente – da una fonte cronachistica a lui contemporanea: pare che nel 1291 un gruppo di genovesi si fossero avventurati nell’oceano Atlantico, senza più tornare indietro.
Questi gli elementi più interessanti del canto:
-gli affetti non vincono sull’ardore conoscitivo, sull’ansia di fare esperienza
-il viaggio che Ulisse si appresta a fare, tra Spagna e Marocco, Sardegna e isole Baleari, fino a varcare le fatidiche colonne di Ercole
-colonne che il semidio aveva eretto affinché nessuno si spingesse oltre
-il discorso di Ulisse ai compagni: la “picciola vigilia” è la vita stessa; “di retro al sol”: inseguendo il sole (al crepuscolo); in viaggio verso il “mondo senza gente”, laddove il mondo abitato è quello noto che va dal Gange a Gibilterra – e dunque ci si trova dinnanzi un mondo ignoto, il mare aperto, forse le misteriose Isole Fortunate; ma sono “considerate la vostra semenza”, coi celeberrimi versi a seguire, il punto focale del canto: essenza umana è proprio l’ardore conoscitivo, che nulla e nessun limite possono spegnere
-il viaggio dura 5 mesi, e termina all’apparire della “montagna bruna” (noi sappiamo essere il Purgatorio, ma per Ulisse è l’ignoto) – con la tempesta che punisce la tracotanza, la superbia umana
-“il mar richiuso” con cui il destino di Ulisse (e il canto) vengono sigillati sono infine una vera e propria lapide.

2.
Veniamo alle soglie di Spoon River, uno straordinario (e unico) catalogo di vite umane raccolte da Edgar Lee Masters agli inizi del secolo XX (la prima edizione è del 1915, e fu un evento: si diceva che qualunque americano alfabetizzato avesse letto l’Antologia). L’idea venne a Masters quando incappò nell’Antologia Palatina, una raccolta classica di epitaffi ed epigrammi greci: raccontare la vita degli abitanti dei due piccoli paesi dove visse da bambino e da ragazzo, attraverso la scrittura “definitiva” della lapide fu un’idea rivoluzionaria, sia in termini estetici, che etici e direi anche politici.
Masters ci restituisce attraverso la scrittura – il montaggio postumo – dei morti, tra i più vivi ritratti umani che siano mai comparsi in letteratura. Proprio il punto di vista della morte – la soglia definitiva da cui ciascuno narra di sé – si rivela come il trucco geniale che rende potente la vita, anche se non soprattutto nei suoi aspetti drammatici, nel rimpianto, nell’amarezza.
Forse è proprio l’amarezza la tonalità emotiva prevalente nelle poesie di Spoon River:
Hare Drummer rimpiange la giovinezza perduta, così come Edmund Pollard invita a consumare come in una festa il proprio leopardiano giorno d’allegrezza pieno;
George Gray – che sulla lapide ha l’effigie di una barca con le vele ammainate – e Abel Malveny, l’accumulatore di macchine che non vengono utilizzate, ci raccontano del timore di vivere che li ha bloccati lungo tutta la vita – quella soglia dell’ignoto oltre la quale non si sono mai spinti, e che ha disseccato le loro anime;
Griffy il bottaio ci parla delle doghe della tinozza – ovvero delle regole e dei tabù – che soffocano le nostre vite, e oltre cui non possiamo spingerci;
John M. Church è l’esempio tipico della vita che si consuma nell’avidità e nel procurare ingiustizia e dolore agli altri – onori e fiori che poi diventano topi che divorano il cuore e serpi nei crani vuoti; anche Robert Davidson è un vampiro, ma di anime; e l’intera società è piena di politici avidi, corrotti e cospiratori;
Mickey M’Grew, generoso, che dà tutto, ma cui viene preso tutto e che muore in un incidente sul lavoro (alcune poesie fanno riferimento a questa piaga sociale);
Dippold l’ottico ci racconta dei suoi esperimenti al fine di potenziare la vista, fino a costruire lenti che diventano “abissi d’aria” e luce “che trasforma tutto il mondo in un giocattolo”;
Harry Wilmans ci racconta la guerra (diverse poesie di Masters, a partire dalla Collina, ci raccontano gli orrori della guerra e le bandiere nelle quali i soldati vengono avvolti).
Certo, oltre questa amarezza e disincanto c’è anche chi – come William ed Emily – hanno vissuto avvinti dall’amore e allo stesso modo si spengono abbracciati, all’unisono; oppure Francis Turner che sceglie di perdere la vita pur di amare (baciare con l’anima sulle labbra!), oppure Jones il suonatore che vive all’insegna della dépense, del cogliere l’attimo, libero da ogni ansia di accumulo, e che termina la sua vita con un violino spaccato e nemmeno un rimpianto.
Infine c’è chi, come ad esempio la signora Silbey, si porta il segreto della propria vita nella tomba – un altro elemento che aleggia spesso nelle poesie è questo rispettoso silenzio, in punta di vita e di morte: non tutti gli umani sono ciarlieri. Ma tutti meritano il medesimo rispetto – anche i più fetenti – perché nessuno si salva dall’errare (William Goode, che cerca la via), e soprattutto dal male, dal dolore e dalla fragile condizione umana: chi non ha mai peccato scagli la prima pietra, sembrano dire tutte quelle pietre.
La scrittura, infine, è l’unica possibilità di salvezza – anche perché, se è vero che l’antropologia che emerge dalle poesie di Masters è pessimistica, persino disperata, la presa di coscienza della condizione umana – per quanto tardiva – può forse fare da memento ai figli e ai nipoti o alle generazioni future. Chissà…

3.
Ma la poetessa per antonomasia della soglia, della porta socchiusa, dello spiraglio – è decisamente Emily Dickinson.
Ed è forse nella sua vita reclusa – una sorta di autoreclusione che per ben 25 anni la vide vivere chiusa in casa, quasi solo nella sua stanza, con qualche uscita nel parco – che si manifesta proprio questa ansia di riconnettere il finito e l’infinito, ciò che è piccolo e quotidiano a ciò che è vasto ed eterno – e in questa connessione anche la vita e la morte vengono trasfigurate ed assumono un nuovo significato, la cui essenzialità solo la poesia è in grado di rivelare.
Non dirò nulla di più, in proposito, se non proporvi una selezione dei suoi versi dove questa dialettica è particolarmente vistosa e resa esplicita dalla potenza della metafora o dall’avvicinamento di ciò che apparentemente non ha legame – mentre è il poeta a saper vedere i fili invisibili che legano tutte le cose. Occorrerebbe a tal proposito parlare della funzione che la natura – i piccoli fiori, le api, i pettirossi, le foglie autunnali, un raggio di sole, un arcobaleno – ricopre nel vasto disegno cosmologico che si respira nella scrittura di Emily – ma che può essere riassunto nella formula del tutto che è in tutto, del nesso che lega finito e infinito, nella parola che sa nominare ogni cosa, anche la più piccola – perché tutto, in questo quadro è essenziale.
Inutile, quindi, commentare o interpretare, meglio far dire direttamente ai versi, dar voce alla poesia:

Per l’anima cresciuta in terra ferma
esaltazione è andare
di là dalle dimore e i promontori
immergendosi nell’eternità!

Ella morì: questa fu la sua morte.
E quando fu cessato il suo respiro,
ella prese i suoi semplici vestiti
e si mise in cammino verso il sole.

Ti porterò ruscelli
da nascondigli umbratili –
Mare, ti prego – prendimi!

Perché è molto diverso immaginare il cielo
o svegliarvisi dentro all’improvviso,
e potrei esserne sommersa!

Cauta, vagliai la mia piccola vita –
separai ciò che svanirà
da ciò che durerà

Ora sono perduta, ma un tempo fui trovata
e questa sarà ancora la mia estasi:
davanti a me le porte di diaspro
si spalancarono un tempo, improvvise

E la misura di questa mia vita –
che i saggi chiaman “piccola” –
dilatò nel mio petto gli orizzonti –
e fra me stessa a quel “piccola” irrisi!

Porto nel mio canestro firmamenti –
che sul mio braccio dondolano lievi,
ma più piccoli pacchi non ci stanno.

Innalzare lo splendido ideale
per poi lasciarlo ricadere, quando
una minima crepa vi scopriamo –

Fu questo un poeta – colui che distilla
un senso sorprendente da ordinari
significati, essenze così immense
da specie familiari

Così, come congiunti che di notte s’incontrino –
dall’una all’altra stanza conversammo –
finché le nostre labbra raggiunse il muschio –
e coprì i nostri nomi –

Amore, tu sei alto,
e non posso scalarti
Amore sei profondo,
e non so traversarti
Amore, sei velato
e ben pochi ti scorgono –

La bellezza non ha causa: esiste.
Inseguila e sparisce.
Non inseguirla e appare.

E il mare fu incalzante alle mie spalle;
sentivo il suo tallone argenteo
sopra la mia caviglia – ed i miei sandali
allora traboccarono di perle.

Questa non è rovina di speranze –
è una disperazione fiduciosa
che varca le frontiere alte del Cielo
con la povera forza della terra –

Vennero a mezzogiorno due farfalle
a fare un valzer sulla fattoria –
poi balzarono dritte contro il cielo
sostando sopra un raggio –

Praterie vaste d’aria
non interrotte da un solo colono –
fu tutto ciò che vidi –
Infinità

È più vasto del cielo – il cervello –
prova a metterli accanto –
e l’uno l’altro conterrà sicuro –
ed inoltre – anche te

A passi incerti attraverso il vestibolo –
giungo alla soglia – silenziosamente –
e guardo tutto ciò che esiste al mondo –

Il paradiso in terra sul paradiso in cielo
prevalse con più vivido colore –
e traboccò l’ampiezza della vita

Come oserei soffocare una fede
da cui tutto il mondo dipende?
Per colpa mia cadrebbe il firmamento
quasi fosse schiantato il suo perno.

Questa è la vista dalla mia finestra:
un mare su uno stelo.

Esplora te stesso!
Poiché dentro te troverai
il “Continente Ignoto”

Nessun silenzio al mondo è più silente
di quello che sopporta
l’anima, e se trovasse voce
sgomenterebbe la natura
e atterrerebbe l’universo.

essere un fiore, è profonda
responsabilità

Cogliamo dunque il fiore di ogni giorno

Parti per il tuo viaggio sconfinato!
Le stelle che tu incontri
sono simili a te –

Dove ogni uccello osa andare,
e api giocano senza timore,
ogni straniero, prima di varcare la soglia,
deve da sé allontanare le lacrime.

Non sarò assetata, con tal vino alle labbra,
non mendicante, con i regni in tasca –

ed allora alzò il capo
ed intorno diffuse tali note
che l’universo a cui toccò ascoltarle
ne è ancora frastornato –

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

2 pensieri riguardo “La soglia”

  1. Tema molto interessante e originale. Trattazione come al solito, limpida e finissima.
    Concludi con la nostra amata Emily.
    La soglia che il nipote adorato Thomas Gilbert attraversó con un balzo, là dove non c’è pena, seppur quasi impossibile consolare i superstiti. Così scrive a un’amica :

    Il potere di consolare non è alla portata del corpo- anche se i uoi tentativi sono preziosi.
    Morire prima ancora di avere temuto la morte può essere stato un vantaggio.

    ( A Mary Hills)

    Buona domenica. Tra le letture della liturgia odierna, dagli Atti degli Apostoli, i miracoli di Pietro con il risveglio dalla morte di Gazzella. Un rivarcare la soglia…

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