Perché non possiamo non essere anti-americani

Una delle questioni che torna inevitabilmente alla ribalta nella guerra in corso (che ormai è del tutto fuorviante chiamare “russo-ucraina”), è la nostra posizione – degli antimilitaristi, della sinistra radicale, dell’Italia, ma anche dell’Europa – nei confronti degli USA, e della loro propaggine militare nel vecchio continente.
Dietro la facciata della Russia imperiale e aggressiva, si nasconde in realtà uno scontro a tutto campo tra potenze, con al vertice il destino del dominio globale americano.
L’America – che già nel nome è una sineddoche che si espande su tutto il continente, il caro vecchio “cortile di casa” – fin dalla fine della seconda guerra mondiale è andata consolidando un impero globale fatto di merci, finanza, basi militari (quasi 700 in oltre 70 paesi, con 270mila soldati dislocati), con una enorme capacità di diffondere e spesso imporre un certo immaginario e stile di vita, che nella sua narrazione sarebbe una sorta di compimento universale del meglio della storia umana, un vertice antropologico veicolato dall’Occidente.
Ma dietro questa colonizzazione dell’immaginario, c’è il dato duro e puro del controllo della materia (energia, mercati, denaro e – soprattutto – sistema militare: quando non basta la dissuasione morale o l’imperativo economico, si passa alla forza bruta: le guerre americane sono state innumerevoli: “Gli USA sono stati coinvolti in vari tipi di conflitto armato per 227 anni dei 245 della loro breve storia con circa 124 scontri armati”.)
La sintesi di tutto questo sta in un dato oggettivo eloquente: il 25% di PIL mondiale con il 4,5% di popolazione. Per mantenere questo standard il potere americano – ovvero il comitato d’affari della sua borghesia imperiale – deve impedire a qualunque competitore globale di emergere, in primis la Cina (laddove la Russia è un competitore essenzialmente militare – ma la Russia è un impero della terraferma, che non si muove se non entro le sfere di influenza alle proprie frontiere, contro gli USA che sono invece una vera e propria talassocrazia globale: una riedizione di Sparta contro Atene).

Fatta questa premessa generale, l’antiamericanismo può essere strutturato su più livelli, o dislocarsi in sfere via via più ampie, fino a ricomprendere maggioranze e alleanze di popoli ed interessi altrimenti divergenti. Esistono cioè antiamericanismi diversi, di tipo materiale, geopolitico, culturale, ideologico.
Di sicuro l’Europa (che non è riducibile all’Unione europea) ha molto da perdere da una politica unilaterale e unipolare degli USA (come si sta evidenziando anche con la guerra in corso, che da locale tende a diventare europea se non globale, una guerra fortemente voluta e istigata dall’asse angloamericano, con Francia e Germania ben più riluttanti).
L’Italia ha un’antica storia di dipendenza quando non di asservimento agli interessi americani (per quanto una parte della DC fosse più abile nello smarcarsi in una serie di questioni, tra cui i rapporti con il Medio Oriente) – anche se ormai la sua politica estera (così come la sua classe politica) è semplicemente risibile.
Ma gli americani hanno sempre rimestato nel torbido delle cose di casa nostra (a partire da Cosa nostra) nel corso della Guerra fredda, rapportandosi senza alcuno scrupolo alla peggior feccia nazifascista e golpista in circolazione (basti ripercorrere la storia dei servizi deviati, dello stragismo, dei tentati golpe o di Gladio: ecco perché non stupisce che si siano serviti della medesima area politica in Ucraina: del resto gli americani non si sono peritati di accogliere a braccia aperte centinaia di scienziati compromessi col regime nazista: vedi l’Operazione Paperclip).
L’Italia è una sorta di portaerei americana in mezzo al Mediterraneo (120 le basi americane e Nato, spesso coincidenti), e gli americani la mollerebbero solo al costo di una guerra.
La storia della sinistra italiana – quella che voleva un cambiamento radicale del modello sociale individualista e liberista affermatosi in particolare a partire dagli anni ‘80 – non può non divergere radicalmente dagli interessi e dalla visione del mondo americani. Da questo punto di vista l’attuale PD è il partito italo-americano ed atlantista per eccellenza, e nulla ha a che fare con la storia della sinistra italiana.
Più articolato è invece il rapporto con i movimenti politici americani (diritti civili, antirazzisti, contro la guerra nel Vietnam o in Medio Oriente, diritti delle minoranze, ecc.ecc.), ma rimane l’impressione di una radicale incompatibilità con una società per lo più individualista, violenta ed autodistruttiva, che ha il culto delle armi, che ha una percentuale altissima di popolazione carceraria, che ha una visione quasi darwiniana delle relazioni sociali, che manca di una vera sanità pubblica, ecc.ecc.
Ma, ancor più radicalmente, quello americano si sta rivelando come un modello incompatibile con le sorti del pianeta, energivoro com’è, iperconsumistico e distruttivo degli ecosistemi: lo stile di vita americano è un ostacolo insormontabile ad un futuro di convivenza pacifica e sostenibile degli umani tra loro e con le altre specie sul pianeta. Poiché tale modello non vuole finire – anche perché si è eletto a fine della storia, nella doppia accezione del termine – prima che esaurisca tutti noi, va in qualche modo superato se non abbattuto.

L’antiamericanismo è dunque un collettore di visioni che si oppongono al militarismo, alla finanziarizzazione dell’economia, alla globalizzazione unilaterale, alla mercificazione integrale, alla reificazione: importa poco che gli americani sbandierino valori come libertà, progresso e democrazia, se questo significa in realtà una società elitaria, gerarchica, profondamente ingiusta, del tutto diseguale: già Marx aveva puntato il dito sul formalismo borghese e liberale di una finta eguaglianza, dietro cui si cela la peggior ingiustizia e concentrazione di ricchezze mai apparse sulla faccia della terra.
Finché l’Unione europea continuerà a scimmiottare quel modello – e ampie fasce di popolazione sosterranno l’ideologia atlantista e lo stile di vita americano – l’Occidente nel suo insieme costituirà un pericolo per il futuro dell’umanità. E, di fatto, sarà oggettivamente complice di un sistema criminale ed ineguale di distribuzione delle risorse.
Questo vuol dire che Russia o Cina o India o Brasile o altre potenze emergenti sono alternative valide? O che ad un mondo unipolare e guerrafondaio sia preferibile un mondo multipolare e altrettanto guerrafondaio? Che vorremmo fare la festa al secolo americano per favorire l’avvento di quello cinese?
Ovviamente no: questo, semmai, vuol dire che l’antimilitarismo e il conflitto sociale per l’eguaglianza dei popoli, degli umani e delle specie rimane l’unica alternativa valida al fine di garantire una coesistenza pacifica dei diversi. E che un’espansione continua, in termini di potenza (economica, militare, demografica) delle nazioni costituisce un pericolo permanente: resserrez les limites! raccomandava Rousseau. Forse tornare alle patrie cittadine e alle piccole comunità sarà una chimera, ma il giganteggiare ed il misurarsi di nazioni ed imperi prelude sempre alla guerra (agli enormi meccanismi che quando vengono in contatto provocano disastri, secondo la profetica immagine di Diderot).

L’alternativa torna ad essere secca, quasi senza sfumature: barbarie o socialismo, nazioni e potenze in perenne conflitto o condivisione delle risorse, capitalismo guerrafondaio o una nuova forma di comunismo di tutti i viventi. Come questo potrà avvenire, attraverso quali vie, alleanze, idee, progetti è la scommessa epocale che abbiamo dinanzi a noi. Un noi fatto di un numero che sfiora ormai gli otto miliardi di individui: quando Marx scrisse, insieme ad Engels, il Manifesto del partito comunista eravamo poco più di un miliardo, non ancora 2 miliardi quando scoppiò la Rivoluzione bolscevica, 2 miliardi e mezzo subito dopo la seconda guerra mondiale, ma in 75 anni – solo tre quarti di secolo – siamo più che triplicati.
Ecco l’altro dato duro, durissimo, con cui qualunque rivoluzione dovrà fare i conti.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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