Destituzione

Non ho mai simpatizzato con le concezioni della storia che mettono in primo piano le figure individuali, anziché i processi. Anche perché nella discussione apertasi ieri in concomitanza con la morte di una di queste figure – più un liquidatore che un innovatore, in verità – emergono chiaramente due elementi: a) personalizzare equivale quasi sempre a semplificare; b) mai come nel caso di Gorbačëv c’è stata una netta divaricazione tra le intenzioni soggettive e l’ineluttabilità di quei processi (a meno che non lo si voglia accusare, come peraltro qualcuno ha fatto, di “tradimento” – nel qual caso si ricadrebbe nel punto a).

Non c’è dubbio che la liquidazione dell’URSS, indipendentemente dalla volontà di Gorbačëv, ci abbia portato qui – con nel mezzo la vittoria (ora relativa) della globalizzazione neoliberista, la dissoluzione (e la terribile guerra civile) della Jugoslavia, la guerra del Golfo (con le sue repliche), forse persino l’espansione del jihadismo – di certo l’espansione aggressiva della NATO e degli USA, che hanno condotto anche alla guerra in Ucraina (ma ci metterei anche la resistibile ascesa di Putin, dopo la svendita dei gioielli di famiglia). Tutto questo non può certo filare dalle intenzioni di un singolo, ma, appunto, dai processi.

Sarebbe potuta andare diversamente? Indubbiamente sì: la storia si fa eccome con i se – laddove la si ritiene scritta dagli umani, e non da una divinità o da forze misteriose. E dunque la si può sempre scrivere diversamente – ed è la lezione che dovremmo trarre da questi 30 anni turbolenti, che ne stanno preparando altri 30 ancor più turbolenti (e del tutto ignoti).

Vorrei però chiudere queste brevi riflessioni improvvisate, con la tesi che Hans Magnus Enzensberger, di un paio d’anni più vecchio di Gorbačëv, ebbe ad esprimere in uno scritto degli anni ’90, parte della raccolta “Zig-zag: saggi sul tempo, il potere e lo stile” (una raccolta parecchio illuminante e per certi versi profetica): l’intellettuale tedesco fa un’apologia del concetto di “destituzione”, ovvero della capacità di uscire di scena, di ritirarsi quando la storia potrebbe volgere in tragedia; Gorbačëv sarebbe stato uno di questi eroi della destituzione, capace di “disarmare il Leviatano” prima che fosse troppo tardi. “Ciò che conta – conclude Enzensberger, citando e rovesciando la celebre XI glossa di Marx – non è tanto migliorare il mondo, bensì risparmiarlo”.

 

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Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

2 pensieri riguardo “Destituzione”

  1. Non è certo il primo momento della storia in cui le paure si ingigantiscono. Pare che ora tocchi a noi, con la differenza che qualche generazione fa c’era maggior fiducia nella prospettiva della trasformazione, se non addirittura nell’utopia.
    Come antidoto ho cominciato a leggere Il principio-speranza di Ernst Bloch, magari può tornare utile…

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