La filosofia per Canetti

«Ogni pagina di un’opera filosofica, dovunque la si apra, ha un effetto calmante: le fitte maglie di una rete che fu così palesemente tessuta al di fuori della realtà, il prescindere dal momento, questo grandioso disprezzo per il mondo dei sentimenti, che pure continua ad avere le sue maree nel filosofo stesso, questa sicurezza di un’apparenza che smaschera se stessa in una contro-apparenza, ma non per questo scompare, questo incessante intreccio con tutti i pensieri del passato, al punto che li si può afferrare e fiutare: questo tipo di stuoia, proprio questo tipo, viene intrecciata da migliaia di anni e solo i disegni cambiano; quale arnese si è conservato meglio? quale altro vasellame ha continuato a essere prodotto senza interruzioni sempre nel medesimo modo? Di qualunque filosofia ci si occupi, di questa perché la si conosce meglio, di quella perché non la si conosce affatto, in fondo è sempre la stessa cosa: dare spicco a poche, contate parole, che si sono nutrite dei succhi di tutte le altre, e farle procedere per sinuosi meandri».

[Canetti, Appunti, 1947]

 

Capatrena

Si continua a procedere per scissioni, disconnessioni, semplificazioni. Giorgia Meloni ironizza (e ideologizza) su “capatrena” e i suoi detrattori l’attaccano sulla questione dei diritti civili, mentre i suoi sostenitori (ma anche da sinistra) le danno ragione, perché il linguaggio sarebbe un puro formalismo, questione di lana caprina “e ci sono cose ben più importanti di cui occuparsi”. E poi c’è la questione dell’identità, il nuovo concetto (nuovo come il mondo) salito ora in auge!
Certo, le distrazioni di massa – specie in politica – esistono eccome, ma saper tenere insieme le cose, tesserle e intrecciarle è essenza dell’arte politica (per Platone simboleggiata proprio dalla tecnica della tessitura). Così come comprenderle, riuscire a gettare su di esse uno sguardo ampio, che le consideri in tutta la loro complessità e contraddittorietà. E dialetticità – cioè possibilità di movimento e di trasformazione.
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Occaso

«La superiorità materiale dell’Occidente moderno è incontestabile; e nessuno gliela contesta, ma nessuno gliela invidia. Bisogna dire di più: di questo eccessivo sviluppo materiale l’Occidente rischia di morire prima o poi […] sembra che non si sia capito che è innanzitutto da sé stesso che l’Occidente ha bisogno di essere difeso».

(René Guénon, La metafisica orientale, conferenza del 1925)

Il giardino europeo

L’alto rappresentante della politica estera UE (chissà poi perché “alto”) Josep Borrell, in occasione del vertice NATO dei ministri degli esteri, ha utilizzato una metafora molto interessante (anche se non particolarmente raffinata) a proposito di Europa e dei suoi rapporti con il mondo: noi saremmo un giardino, mentre là fuori c’è la giungla. Affinché fosse ancora più chiaro ed esplicito il pregiudizio eurocentrico di tutto il suo discorso, ha anche aggiunto:
«L’Unione europa è la miglior combinazione di politica, libertà, prosperità economica e coesione sociale che l’essere umano sia stato in grado di costruire».
Come a dire che l’uomo europeo è il vertice della storia e del progresso umano, il faro della civiltà, laddove fuori dalle mura del giardino ci sono barbari e selvaggi retrogradi (questo, a voler ben vedere, varrebbe anche per gli Stati Uniti, non solo per tutte le autocrazie e tirannidi del mondo africano o asiatico, e qui la cosa si fa davvero interessante).
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La superstizione di essere epigoni

«Il responso del passato è sempre un responso oracolare: solo come architetti del futuro, come sapienti del presente, voi lo capirete. […] Formate in voi un’immagine a cui il futuro debba corrispondere, e dimenticate la superstizione di essere epigoni».

(F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita)