Les feuilles mortes

La mia e l’altrui morte…
Pensavo ieri sera – mentre vedevo cadere tutt’attorno foglie morte o morenti, ovvero quel fenomeno naturale ciclico detto apoptosi – che non c’è alcuna ragione di avere paura della propria morte. Che la mia morte è semplicemente una meta, un approdo, un porto sicuro, a voler ben vedere l’unica sicurezza che abbiamo, dopo quella di esser nati. E che il dramma, semmai, sta nel mezzo, nei segmenti dolorosi di quel viaggio, nel segmento più doloroso di tutti che è la decadenza, la malattia, di nuovo l’apoptosi, la perdita di sé. E che la morte è un bene rispetto a tutti questi mali prima o poi inevitabili, ne è la naturale soluzione.
Tutt’altro discorso riguarda invece la morte degli altri, dei propri cari, degli amici, di coloro che si amano. Questa sì che fa paura, perché non la si percepisce affatto come una meta, ma come una sottrazione, un taglio secco di legami inestricabili, la più atroce ed insopportabile delle amputazioni. La mia morte, la meta che mi attende, impedisce che si compia la mia dissoluzione, mi lascia paradossalmente integro, salvo che ci si voglia accanire conservando una forma di vita invivibile – laddove l’altrui morte ci annienta prima del tempo.
Pensieri tetri e insieme leggeri, come le foglie che cadono.